Film

I Gremlins, ode comico-orrorifica agli Anni Ottanta

Cosa sono I Gremlins? Dei mostri, tanto per cominciare. Ma anche dei pupazzetti bellissimi, finché li si tiene a dieta. In sintesi: una figata atomica. Del resto, da un ritrovo fra Joe Dante, Steven Spielberg e Chris Columbus non può certo uscirne una roba da cineforum polacco.

È il 1984 quando il primo dei tre riceve una sceneggiatura dal regista di un capolavoro quale Mamma, ho perso l’aereo!, riesce a farsi produrre da uno che di alieni e creature strane se ne intende giusto un filino, e si mette all’opera. Il cast non è stellare, ma la storia basta a incollare al grande schermo i ragazzini di mezzo mondo. Rand Peltzer (Hoyt Axton) è un inventore dei bei tempi in cui gli smartphone ancora non esistevano, e già questo basta a incuriosire gli spettatori: strampalato, squattrinato e parecchio affettuoso, è determinato a fare un bellissimo regalo di Natale al figlio Bill (Zach Galligan). Che non è esattamente in fasce, e come da copione americano medio lavora in banca per aiutare la famiglia, però il suo sogno nel cassetto è disegnare fumetti. Com’è ovvio è innamorato della più bella e dolce del paese (Phoebe Cates), anche lei stucchevolmente dedita a lavoretti per dare una mano a mammà e anche lei, come praticamente tutta la città, vessata dalla cattivissima e vecchissima ereditiera locale.

Il regalo di Natale, dicevamo: e quale posto migliore di Chinatown per trovare qualche stramberia? È così che l’intraprendente Rand scova un mogwai, animaletto pelosissimo, tenerissimo e pucciosissimo. Tre le regole da rispettare: non esporlo alla luce, non bagnarlo e non nutrirlo dopo la mezzanotte. Va da sé che queste regole verranno infrante neanche venti minuti dopo l’inizio del film, dando così alla luce i gremlins, orridi mostriciattoli determinati a distruggere tutto ciò che incontrano. Così come va da sé che i nostri eroi le proveranno tutte, ma proprio tutte, per fermarli.

I Gremlins è il tipico film che ti fa rimpiangere di non essere nata con una quindicina d’anni di anticipo: perché è l’elevazione al cubo del decennio dei lustrini e degli eccessi. Tutto trasuda Anni Ottanta: dai maglioni improbabili, alle ragazze con la frangetta, alla spensieratezza, al villaggio natalizio che pare uscito da una boule de neige. E che sembra fatto apposta per essere stravolto, con l’ironia tipica dei tre di cui sopra: gli stereotipi vengono ribaltati, i batuffoli si trasformano in iguane inviperite, e le mamme (una tostissima Frances Lee McCain) non esistano a trucidarle con frullatori e microonde. Non per nulla, Columbus si è ispirato ad un racconto omonimo di Roald Dahl di ben quarant’anni prima, che a suo tempo venne rifiutato dalla Disney in quanto eccessivamente truculento; non proprio una favola della buonanotte, insomma.

C’è anche un vaghissimo accenno di critica sociale – “la vostra società non è ancora pronta per i mogwai”, affermerà l’enigmatico venditore cinese (Keye Luke) –, ma non lasciatevi ingannare: I Gremlins adorano sfottere, più che fare la rivoluzione. Epocali, a tal proposito, i minuti ambientati nel bar, dove tra “donne”, sigarette e stravizi vari, quei lucertoloni sembrano ricordarci qualche nostra serata particolarmente impegnativa. Non mancano poi le citazioni, anche queste pervase da uno humour sublime: La vita è meravigliosa quando in realtà i vialetti innevati stanno per essere divelti, L’invasione degli ultracorpi a fare da sfondo all’abbuffata notturna, il jingle di Biancaneve e i sette nani che diventa un canto del cigno, e naturalmente una pernacchia a E.T.

Per certi versi, I Gremlins sembra anticipare Killer Clowns From Outer Space; con la differenza che in questo caso l’effetto comico non è mai involontario. Joe Dante sa bilanciare alla grande commedia ed horror e riesce a condirli con il giusto pizzico di grottesco, regalandoci un paio d’ore di svago e brividi. Da vedere e rivedere, per rimembrare i fasti del passato.


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Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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