Film

The Elephant Man: David Lynch prima di diventare David Lynch

Autunno 2017: quel periodo che gli storici ricorderanno come l’epoca in cui il mondo intero piombò nell’isteria da Twin Peaks, tra nostalgie degli Anni Novanta e amaro in bocca per l’ultima, ehm, ermetica puntata. Sia che lo abbiate adorato, sia che abbiate valutato di dare fuoco allo schermo, è innegabile che David Lynch abbia fatto una mossa furbissima, evitando di piombare definitivamente nel dimenticatoio dopo i fasti di Mulholland Drive e il dimenticabile Inland Empire. E allora, visto che tutti stanno correndo a recuperare anche il più oscuro dei cortometraggi che il nostro girò a dodici anni per pagarsi la bicicletta, non siate da meno, e stupite amici&parenti citando The Elephant Man.

Girato nel 1980, ben dieci anni prima che Lynch raggiungesse il successo planetario con le avventure dell’agente Cooper, The Elephant Man è piuttosto diverso dalle altre opere di questo regista: fa paura, ma non nel senso che immaginate. The Elephant Man è John Merrick (John Hurt), ventenne che si ritrova a vivere alla fine del XIX secolo affetto da una rarissima malattia genetica che lo ha reso deforme; prontamente notato dal malvagio Bytes (Freddie Jones), passa le giornate come un animale da circo, costretto a nutrire la curiosità morbosa dell’Inghilterra vittoriana. Questo finché non viene notato dal Dottor Treves, un giovanissimo Anthony Hopkins, che mosso da un misto di pietà e ambizioni scientifiche si prende a cuore la sua sorte. Da qui peripezie degne del miglior Dickens, tra rapimenti, fughe e incontri con la regina Vittoria in persona; peripezie che sposseranno irrimediabilmente il povero John.

The Elephant Man, dicevo, fa paura: non per le fattezze di Merrick, il cui aspetto esteriore cozza con il suo animo nobile e gentile – forse l’unico personaggio davvero positivo del film; ma per tutti quelli che lo circondano. Dai villain classici, come Bytes o il perverso e avido guardiano dell’ospedale, alla borghesia ipocrita che assiste serafica ai freak show, fino ad arrivare allo stesso Treves: che se apparentemente è l’eroe senza macchia e senza paura, non riesce però, forse inconsapevolmente, ad accantonare la sua brama di sapere, anche se questa rischia di mettere in pericolo il suo pupillo, e a smettere di trattarlo come un fenomeno da baraccone. Carità pelosa, insomma. Non ci sono demoni nascosti nei boschi, vecchietti inquietanti o ceppi parlanti; quello che spaventa, in The Elephant Man, è la normalità bestiale, l’orrore quotidiano in cui tutti sono immersi in una palese indifferenza.

Se in Freaks la componente horror era decisamente marcata e l’azione aveva un ritmo incalzante, The Elephant Man è riflessivo, ponderato, quasi didascalico. Non ci si accorge della presenza di David Lynch dietro alla macchina da presa, se non per qualche scena finale e per l’utilizzo del bianco e nero; per il resto, potrebbe sembrare un film biografico come tanti, se non fosse per l’insieme di disgusto e pietà che lo spettatore si trova a provare – a subire. Per il protagonista, certo, ma anche per la società tutta; perché un mondo che ha bisogno di un mostro da dileggiare e torturare, è un mondo che suscita una pena ben più profonda che The Elephant Man. E se nell’Ottocento l’umanità era messa così, non stupisce che dopo un secolo siano arrivati Bob e i suoi gufi a seminare un altro po’ di inquietudine.

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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