Film

Children of Men: il 2027 non è mai stato così attuale

2027: in un futuro neanche così troppo remoto, in una Londra che sembra Baghdad, Theo, ex attivista politico con i tratti gigioni del bel Clive Owen, ormai rassegnato al fatto che l’umanità è destinata all’estinzione e che in fondo la cosa non è neanche chissà che dramma, ritrova i suoi vecchi valori grazie a un’avventura a metà fra 007 e Rambo. Questa, in sintesi, la trama di Children of Men.

Devo essere sincera: se non stessimo vivendo questo particolare momento storico, mai mi sarei lanciata nella visione del film del 2006 di Alfonso Cuarón: la fantascienza non mi appassiona a sufficienza, e pensavo che con le strabilianti eccezioni di Black Mirror e Blade Runner avessi raggiunto l’apice. Epperò, Children of Men parla di infertilità e insieme di sovrappopolamento, di città che implodono, di ghetti e di immigrati: più che il 2027, sembra l’estate del 2018. Una cronaca immaginaria della realtà, una previsione, poi tristemente realizzatasi, e in anticipo di una decina d’anni. Così mi sono buttata: e ho fatto bene, perché è un film senza dubbio furbo, stilisticamente ineccepibile, fatto per piacere a pubblico e critica; però convince, e sul serio.

Theo, dicevamo, è un quarantenne cinico e disincantato, che trova conforto solo nelle visite a Jasper, nientemeno che Michael Caine, e consorte, anziana coppia rifugiatasi nei boschi dopo un passato da giornalisti d’assalto che ha reso lei inferma e apatica a causa delle torture subite. Sullo sfondo, il mondo si angustia per la morte di Baby Diego, diciottenne che fino a un attimo prima vantava il primato di persona più giovane del globo: invecchierete e morirete nel caos, sembra essere il messaggio dell’universo. Tutto cambia però quando Theo viene rapito dai Pesci, un gruppo terroristico sedicente combattente per i diritti degli immigrati e capeggiato dall’ex moglie Julian – signore e signore, ecco a voi Julianne Moore in una sorta di cameo di se stessa: hanno bisogno del nostro eroe per ottenere un lasciapassare per Kee (Claire-Hope Ashitey), un’immigrata con una pancia, anzi un pancione, che vale oro. Ma si sa, in guerra nessuno è puro, nessuno è del tutto buono, nessuno è completamente cattivo.

Children of Men ha un grande pregio: di bianco e nero, ci sono solo i paesaggi urbani, claustrofobici, senza sole e senza orizzonte. Per il resto, non esistono eroi: solo disperati in cerca di un futuro migliore, costi quel che costi. Theo è in fuga da un passato troppo doloroso per essere raccontato, le ong ante-litteram spesso hanno più secondi fini che buoni propositi, gli immigrati sono in balìa degli eventi, ma anche pronti a tutto pur di sopravvivere – a tal proposito, la scena del corteo armato che inneggia ad Allah ricorda in modo inquietante la cronaca di questi mesi. E il governo, naturalmente, è un grande mostro orwelliano, volto a controllare e punire più che a dare speranza.

Forse un po’ freddo, di sicuro studiato, ma anche estremamente attuale, Children of Men va visto adesso: per ricordarsi che le cose sono più complesse di come sembrano, e per cercare di restare umani, nonostante tutto.

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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