Film

Freaks: un modernissimo classico da brividi

Ladies and gentlemen, quello di cui voglio parlarvi oggi è Freaks, un horror del 1932. Anche se, come vedremo, è molto più di questo.

Eppure, quando si pensa a questo genere la mente corre inevitabilmente agli Anni Ottanta. Siamo nel periodo dell’anno in cui va per la maggiore: le notti si allungano, le nebbie calano, e cosa c’è di meglio della combinazione tra tazze di tè caldissime e brividi lungo la schiena? E allora, per variare dai grandi classici ecco a voi Freaks, paradossalmente il classico per antonomasia, che a distanza di quasi un secolo non ha ancora il successo che merita.

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La sua storia è travagliata sin dalle origini: si narra che Irving Thalberg, pezzo grosso della MGM, avesse chiesto agli sceneggiatori un copione più spaventoso che mai, salvo poi censurarlo lui stesso; in molti stati dell’Unione, nella Germania di Hitler, nell’Italia fascista, ma anche nella liberalissima Inghilterra questo film non venne distribuito per decenni.

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E in effetti quella di Freaks è una storia piuttosto torbida per l’epoca: una compagnia circense tipica degli inizi del Novecento gira per tutta l’America, e le sue attrazioni sono proprio i freaks, i “mostriciattoli” – quelli che oggi si chiamano disabili, e che in quegli anni non erano esattamente tutelati, per così dire. Nani, donne cannone, storpi: il circo non si fa mancare nulla, neppure l’affascinante trapezista Cleopatra, impersonata da una bellezza da film muto come Olga Baclanova.

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Quest’ultima si accompagna in segreto all’aitante Ercole (Henry Victor), e con lui mette a punto un piano malefico: sposare Hans (Harry Earles), ucciderlo e ereditare le sue succulente finanze. Piccolo dettaglio: Hans è un nano buono ed ingenuo, e a nulla valgono le raccomandazioni della sua fidanzata Frieda (Daisy Eearles), anch’essa affetta da nanismo. Ci penseranno gli altri freaks a salvare la situazione.

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Tod Browning realizza un’opera che sarebbe riduttivo relegare alla categoria horror; Freaks è molto, molto di più. In primo luogo c’è la denuncia sociale, cosa niente affatto scontata per quegli anni: Cleopatra è un’allegoria dell’intera classe media americana, tanto benpensante quanto spietata con i diversi. Il regista però non dipinge i freaks con quella sfumatura di pietà in cui troppo spesso si rischia di incappare; semplicemente, li mostra per quello che sono.

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La scelta di usare dei veri disabili è un’altra mossa che all’epoca destò scalpore: come a dire “sono qui, sono fra noi, e pensano come noi”. Nel bene e nel male: perché se all’inizio non si può non essere dalla loro parte e detestare la cinica Cleopatra, non si può nemmeno restare indifferenti alle torture che le infliggeranno alla fine del film. “Non esistono i freaks” o “siamo tutti freaks“, insomma?

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È proprio per questo che il film è geniale: perché è al tempo stesso un horror e un anti-horror, tanto da essersi aggiudicato la medaglia di bronzo per i 50 Best Cult Movies secondo Entertainment Weekly, annata 2003. E per aver ispirato, tra gli altri, una serie di successo come American Horror Story.

Con il consueto ritardo, anche in Italia Freaks è stato finalmente riscoperto grazie al restauro da parte della Cineteca di Bologna. Di sere autunnali per gustarvelo ne avete ancora a iosa: allora, che state aspettando?

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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