Film

Il talento del calabrone: pessimo thriller, ottimo comico

Il 2020 ha portato un sacco di cose strane: abbiamo trascorso parecchie ore in casa, abbiamo avuto valanghe di tempo per riflettere su noi stessi, ci siamo rapidamente annoiati, siamo passati a un’abbuffata di film senza precedenti. Da qui sono nati due tipi di spettatori: quelli diventati fastidiosamente esigenti, roba che se non è Scorsese nella sua forma migliore storcono il naso, e quelli che, dopo aver visto pure i primi esperimenti dei fratelli Lumière, mossi dalla disperazione hanno deciso di accontentarsi, perché tutto sommato anche un video amatoriale su YouTube schifo schifo non fa. Credo non ci sia bisogno di dire che io mi ritrovo nel primo girone; complici il bisogno di usare Amazon Prime per qualcosa di diverso dalla visione bulimica ma sempre esilarante di The Office, e il desiderio di passeggiare per quei quartieri milanesi che nell’arcobaleno di decreti e zone rosse-arancio-gialle-cobalto-lillà di fatto non bazzico da mesi, mi sono ritrovata immersa ne Il talento del calabrone. Che è un film su cui persino gli spettatori del secondo tipo potrebbero avere qualche obiezione.

Diretto da Giacomo Cimini, Il talento del calabrone schiera in campo un paio di nomi noti, infila qua e là qualche cartolina di Milano che sembrerebbe scontata anche a chi la città l’ha davvero vista solo in fotografia, tira in ballo un paio di luoghi comuni che erano obsoleti già ai tempi della Milano da bere – la Fashion Week e l’Armani Hotel, ma sul serio? –, e spera di salvare il tutto dando una spolverata di thriller, ma moraleggiante, ché siamo pur sempre in Italia.

Dj Steph (Lorenzo Richelmy), astro di punta di Radio 105, sta conducendo la sua trasmissione notturna, quando ecco che riceve in diretta la telefonata di Carlo, al secolo Sergio Castellitto, che gli racconta di volersi suicidare e di volerlo fare in grande stile, facendo esplodere un ordigno capace di radere al suolo la città intera. E che fra una minaccia e un singhiozzo gli chiede di passare un po’ di musica classica, tanto per gradire. Che fare? Il nostro bel dj cerca di intrattenere l’aspirante cadavere, mentre i colleghi chiamano i rinforzi: le nostre care forze dell’ordine, impersonate da una Anna Foglietta in abito lungo che viene bruscamente portata via da un improbabile vernissage al Museo del Novecento per salvare il mondo. La poliziotta e il conduttore, naturalmente non senza qualche screzio, cercheranno di tenere a bada Carlo, che indovinate un po’, ha più di un motivo per voler porre fine alle sue sofferenze.

Il problema principale de Il talento del calabrone non sono tanto i numerosissimi, macroscopici difetti, ché siamo pur sempre consapevoli che nessuno è perfetto; no, il suo dramma è la totale mancanza di autoironia. Si fosse preso meno sul serio, sarebbe diventato il film comico più brillante dell’anno; e invece.

Partiamo da una chicca: la nostra poliziotta arriva nella sede della radio e si appresta a guidare le operazioni, che consistono sostanzialmente nel dire al Dj Steph come comunicare con Carlo. Tutto via radio, tutto a distanza, tutto chiusi in una torre che ha più guardie armate che finestre. Ebbene, Anna Foglietta deve aver visto troppi film americani, perché con gesto teatrale si sbarazza del tacco 12, indossa un paio di anfibi e si piazza una fondina sotto l’ascella. Però il vestito lungo, rosso fuoco e con più spacchi che cuciture lo teniamo, quello è l’ideale per combattere il crimine. Un nonsense degno dei Monty Python, solo che qui di sense of humour non c’è traccia.

Seguono poi reminiscenze fumose della filosofia del liceo – “Ma certo, il paradosso di Russell!”, detto all’incirca con lo stesso tono di “Ma questo è un Garpez!” –, discussioni chimico-fisiche che suonano approssimative anche a una che durante quelle lezioni si dedicava all’arte astratta con gli evidenziatori, fino ad arrivare al culmine, che poi è quello che dà il titolo al film: Il talento del calabrone. Avete presente quel qualunquismo zuccheroso da social in confronto al quale persino Il Piccolo Principe sembra acquistare una parvenza di senso? Eccolo qui, sì, è proprio lui: la favoletta del calabrone che è troppo grosso rispetto alle sue ali per poter volare, ma lui non lo sa e continua a farlo.

Sipario, anzi no: perché Il talento del calabrone va avanti ancora un bel po’, in una sorta di parodia de Gli Occhi del Cuore: Richelmy gioca tutto, ma proprio tutto, sui suoi begli occhioni azzurri, la Foglietta ha deciso che i veri poliziotti sospirano e guardano fisso in camera, e Castellitto ha confuso lo sguardo depresso con quello di uno a cui è stato negato il caffè per troppo tempo. Gran finale con un monito contro il bullismo, che è come il nero, sta bene con tutto.

Però non eccediamo in cattiveria, perché Il talento del calabrone un merito ce l’ha: al netto degli anfibi, il vestito rosso della Foglietta è divino. Cortesemente, si può avere il numero del costumista?

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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