Film

King Kong: Peter Jackson, Jack Black e l’omaggio ai kolossal d’antan

Passata la pubertà, l’estate smette di essere la stagione preferita di qualsiasi persona normodotata per trasformarsi in un calvario di afa e noia. Uno ci prova pure a mantenere una certa dignità e ad andare al cineforum all’aperto: la prima volta viene sopraffatto dalle zanzare, la seconda arriva puntualissima la grandinata estiva. Non resta altro da fare che rifugiarsi in quei film poco impegnati e arrancare verso agosto. È con questo spirito che ho deciso di coccolarmi con il King Kong di Peter Jackson: aspettative bassine, la certezza di ben tre ore di effettoni speciali e il conforto di non dovermi impegnare troppo per seguire la trama.

Ebbene, sono rimasta piacevolmente stupita: perché King Kong è senza dubbio tutto questo, ma pure di più. Filmone del 2005, è un kolossal all’antica come non ne fanno più: c’è la durata esorbitante, i mostri esagerati, New York e un’isola sperduta, e pure un cast di super attori. Naomi Watts è la bella e sfortunata Anne, attrice disoccupata che cerca di barcamenarsi negli anni della Grande Depressione; Adrien Brody, fascinoso e autoironico come non mai, veste i panni di Jack Driscoll, commediografo con velleità intellettuali che per campare si presta al cinema; e, last but not least, Jack Black, alias Carl Denham, regista squattrinato e desideroso di raccontare la storia per eccellenza, oltre che linea comica impagabile.

King Kong può essere diviso in tre parti: si comincia con uno spettacolare affresco della New York Anni Trenta, tra poveri (tanti) in fila alla mensa, ricchi (pochi) che si affollano nei ristoranti, proibizionismo e cappellini d’antan. Per chi non lo sapesse: Anne è in cerca dell’occasione della vita, Carl in fuga da produttori sempre più esigenti, i due si incontrano, lui fiuta il successo e la convince ad imbarcarsi con lui per un generico Oriente e ci trascina pure il riluttante Jack. Indovinate un po’? Durante la traversata, che in più di un momento strizza l’occhio a Titanic, tra l’attrice e lo scrittore sboccia l’amore.

Dopo un’ora abbondante di acqua, mare, capitani scorbutici e marinai sospetti, approdiamo finalmente a Skull Island, anche se i nostri naturalmente ignorano il nome dell’ameno luogo in cui sono finiti. Liane, jungla, indigeni molto poco ospitali e misteriosi muri di pietra: la ciurma riesce fortunosamente a tirarsi in salvo, ma la tribù rapisce Anne e la offre a Lui, il gorilla preistorico più famoso del cinema: signore e signori, King Kong. Ma non solo, e qui sta la chicca del film: perché sull’isola gli animali cattivi e improbabili si sprecano. Dinosauri (sì, avete letto bene), iguane, pipistrelli grossi come elicotteri e insetti pari solo a quelli che si possono trovare in Pianura Padana: la povera Anne ha di che impazzire. Epperò lo scimmione in fondo è un tenerone, se la prende a cuore e la difende da ogni male – da manuale il combattimento con i dinosauri che culmina con un’elegantissima mascella primordiale spezzata a mani, pardon, zampe nude. Nel frattempo, i nostri eroi ritornano a Skull Island e cercano di barcamenarsi tra scorpioni, coleotteri e altre cose grandissime e schifosissime; dopo minuti e minuti e minuti di sparatorie e calci volanti, ecco che Jack recupera Anne. Ma per Carl non è abbastanza: le bobine sono andate distrutte, e allora perché non portare King Kong in carne ed ossa direttamente nella Grande Mela?

Torniamo così alla sedicente civiltà, e alla parte più struggente del film: Jack e Anne si sono persi di vista, Carl gigioneggia nel bel mondo, King Kong è intrappolato in un teatro a Broadway. Ma non per molto: giusto il tempo di spezzare le catene, ritrovarsi con Anne, fare girotondo a Central Park, arrampicarsi sull’Empire e… beh, lo sapete.

King Kong non racconta nulla di nuovo, e ci mancherebbe: però è un omaggio a quei film di un tempo, quando creature misteriose e luoghi sconosciuti potevano ancora suscitare un qualche fascino. Spesso Carl si trova a ripetere che grazie a lui tutti potranno godere della meraviglia al prezzo di un biglietto: ecco, forse Peter Jackson c’è riuscito davvero.

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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