Film

M. Butterfly: l’Opera secondo David Cronenberg

A Milano non si parla d’altro: la sera del 7 dicembre, come ogni anno, si terrà la prima della Scala, con annessa sfilata di vestiti più o meno eleganti e/o improbabili. Nell’attesa di vedere come si conceranno i vip a ‘sto giro – finora resta imbattuta la Santanché autunno/inverno 2015, a cavallo tra il Grinch e un albero di Natale –, concentriamoci sul palcoscenico. Per il 2016 si è optato per un’inaugurazione con Madama Butterfly, celeberrima opera di Puccini. La storia è nota: ufficiale statunitense piuttosto farfallone si invaghisce di ingenua geisha e se la sposa per abbandonarla dopo un mese, naturalmente previa gravidanza. Lei si strugge finché, di fronte all’evidenza dei fatti, si toglie la vita. Meno nota è invece la lettura che ne ha dato il visionario David Cronenberg con M. Butterfly.

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Siamo nel 1964: il diplomatico francese René Gallimard, impersonato dal bel tenebroso Jeremy Irons, si trova a Pechino per lavoro assieme alla moglie (Barbara Sukowa). In quello che è l’equivalente della Scala nel Celeste Impero, assiste, anche lui, alla messa in scena di Madama Butterfly, e resta particolarmente colpito dalla protagonista: una cantante androgina che risponde al nome di Liling Song. La accompagna a casa, poi va a trovarla, poi organizza uscite con lei; il tutto sempre in gran segreto, ché è disdicevole che un ambasciatore e un’autoctona si frequentino, soprattutto se lui è sposato.

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Nel frattempo, alcuni funzionari tramano alle spalle di René, troppo rigoroso per i loro gusti, e la guerra del Vietnam incombe. Su questo punto il nostro ha delle certezze incrollabili: la Cina sarà più che disponibile a fiancheggiare i francesi nello scontro. Ne è talmente sicuro da confidare il tutto a Song, ormai divenuta la sua ancora di salvezza.

Eppure, niente è come sembra: un bel giorno la sua amata annuncia a René di aspettare un bambino, e quindi di dover tornare in fretta e furia alla casa paterna; l’ambasciatore precipita nello sconforto, si scoprono gli altarini, lui viene dimesso e lei trasferita in un campo di lavoro. Anche la politica assume dei risvolti inaspettati: Mao non è affatto disposto a prendere le parti degli occidentali contro i vietcong, siamo in piena Rivoluzione Culturale, le Guardie Rosse bruciano in piazza i vestiti tipici del teatro classico. Ma questo non è nulla, se paragonato alla scoperta che Liling Song è in realtà una spia del governo cinese e, last but not least, un uomo.

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“Nessuno è perfetto”, avrebbe detto Billy Wilder; solo che in questo caso dietro la macchina da presa c’è Cronenberg, e dunque tutto assume dei contorni tragici. Quattro anni dopo, a Song verrà proibito di mettere piede sul suolo francese, mentre René, processato dal patrio tribunale, sarà incarcerato con l’accusa di alto tradimento. E sarà proprio in prigione che riuscirà finalmente a trasformarsi nella sua personale Madama Butterfly e, proprio come lei, a trovare la pace tanto agognata.

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David Cronenberg ha sempre amato giocare con il tema del doppio: lo ha fatto con Videodrome nel 1983, con Inseparabili nel 1988, e vi ritorna nel 1993 con M. Butterflymai una singola lettera fu tanto carica di significati.

Jeremy Irons, eletto in quegli anni a suo attore feticcio, gigioneggia nel personaggio dell’innamorato che idealizza l’oggetto del suo desiderio, incapace di accettare la realtà. John Lone è perfetto nei panni dell’ambiguo concubino, in bilico tra la passione e il freddo calcolo.

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A fare da cornice, i turbolenti fatti storici di quel periodo, raccontati sia da Est che da Ovest. In M. Butterfly, Oriente ed Occidente si specchiano l’uno nell’altro e si scambiano i ruoli dell’opera originaria: René ammette apertamente di essere gratificato dal senso di sottomissione che Song prova per lui, ma in verità è l’amante dagli occhi a mandorla a manipolarlo e a consumarlo. “Nulla è come sembra”, sembra dirci Cronenberg in modo magistrale; ma anche, e soprattutto, “tutto può sembrare ciò che tu vuoi che sia”.

Nota di colore per tutti coloro che accusano M. Butterfly di mancanza di realismo: il film è basato su una pièce di David Henry Hwang. Che, a sua volta, è tratta da una storia vera.

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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