Film

Memorie di un assassino: un killer si aggira per le campagne coreane

Strano destino, quello di Memorie di un assassino: girato nel 2003, macina un successo di pubblico nella madrepatria, la Corea del Sud, e di critica, all’estero. In Italia naturalmente non ci arriva, se non in qualche scantinato dove si fanno oscure rassegne indipendenti, clandestine, in lingua originale e senza sottotitoli. Succede però che sedici anni più tardi il regista, che per inciso è Bong Joon-ho, riceve meritatissimi allori da tutto il mondo per l’impagabile Parasite; quale idea migliore quindi di rilanciare sugli schermi nostrani i suoi primi vagiti, il suo secondo film per la precisione? Arriviamo così alla primavera 2020, i botteghini sono pronti a batter cassa e… beh, sappiamo tutti com’è andata. Ma non disperate: ora che sale e cinema all’aperto sono finalmente tornati accessibili, potrete finalmente gustarvi Memorie di un assassino.

Diciamolo subito: non è un capolavoro di cinismo e ironia tale da poter fare incetta di Oscar. Però è un thriller più che godibile, decisamente ben fatto, e che a qualcuno potrebbe persino richiamare alla mente i racconti di Dürrenmatt. Ma andiamo con ordine: siamo in Corea del Sud, nel 1986, e in un villaggio di campagna un serial killer si diverte a fare strage di ragazze. Preferibilmente se vestite di rosso, di notte, e con una pioggia torrenziale. Ad indagare sulla faccenda troviamo un ispettore di polizia, interpretato dall’attore feticcio di Bong Joon-ho Song Kang-ho, il suo braccio destro (Kim Roe-ha) e un detective indipendente e poco convenzionale (Kim Sang-kyung). Inutile dire che i tre insieme faranno scintille, che i sospettati si moltiplicheranno, che la matassa invece di dipanarsi si farà sempre più fitta.

Memorie di un assassino è un giallo perfetto, e forse con qualcosa in più: i metodi non proprio ortodossi con cui la polizia interroga i sospetti, la brutalità delle forze dell’ordine, e il modo in cui i più svantaggiati prima o poi soccombono fa accapponare la pelle. La figura di Baek Kwan-ho (Park No-shik), ragazzo ritardato ingiustamente accusato sin dall’inizio e addirittura commovente nella sua semplicità, è quasi una sintesi della Corea di quegli anni: tutti cercano disperatamente di sopravvivere, qualcuno ci riesce un po’ meglio degli altri, ma nessuno è felice. E per i meno fortunati, non resta che sperare di passare inosservati. Una sensazione che ritornerà in tutti i film di questo regista, fino ad esplodere nella sua ultima opera.

Sullo sfondo di Memorie di un assassino si staglia la campagna coreana: poetica, suggestiva, degradata. Le immagini della cittadina e gli interni delle case e dei locali sono un tuffo nell’Asia di una volta, e che ancora resiste in qualche angolo. Una cartolina da lontano e dal passato, tutto insieme.

Come dite? Perché citare Dürrenmatt all’inizio? Beh, andate a recuperare La Promessa, da che ci siete vedetevi pure il film omonimo, studiatevi il personaggio di Jack Nicholson e poi ditemi se non trovate qualche affinità. Memorie di un assassino è tutto questo: un thriller che per tutto il tempo denuncia senza dirlo le pecche della società, un gorgo nella psicologia dei protagonisti, e una storia che vi incollerà allo schermo dal primo all’ultimo minuto.

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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