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Over the Moon: agli Oscar arriva un po’ di AsianTrash

Ciao a tutti. Come state? Tutto bene? Spero bene. Comincio con questo incipit alla Riccardo Dose per sottolineare che io NON STO BENE. O meglio. Stavo bene prima di guardare uno dei film d’animazione candidato agli Oscar di quest’anno, appunto Over the Moon, con l’aggiunta (ovviamente) del sottotitolo italiano Il fantastico mondo di Lunaria. Ma lasciatemi dire che questo cartone, di fantastico, non ha proprio niente.

(CI SARANNO DEGLI SPOILER, MA IL FILM È TALMENTE PREVEDIBILE CHE CHIAMARLI SPOILER FA VERAMENTE RIDERE)

over the moon

Over the Moon è stato candidato insieme a, tra gli altri, Onward – Oltre la magiaSoul. E già qui, credetemi, il film di cui vi sto parlando non ha speranze. Anche perché, a mio modesto parere, Soul ha già la vittoria in tasca. COMUNQUE.

Over the Moon è un lungometraggio d’animazione diretto da Glen Keane, che, credetemi, non è l’ultimo degli scemi. Infatti, è famoso per i suoi lavori alla mia amata Walt Disney. E non è che abbia fatto poco. Ha lavorato come animatore a film quali Le avventure di Bianca e BernieLa Sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin, Tarzan, e la lista continua. Insomma, uno che sa il fatto suo. Difatti si possono notare diverse cifre stilistiche della Disney in questo cartone orientaleggiante, che però non fanno altro che renderlo cringe e scontato.

Partiamo dall’inizio. Innanzitutto nella scena d’esordio, in cui vediamo due amorevoli genitori raccontare favole folkloristiche alla figlia, la protagonista Fei Fei, la prima frase che ho detto è stata: sicuro uno dei due genitori muore, e probabilmente sarà la madre, che è malata e morirà. E uno potrebbe dire “mio Dio, quanto sei tragica”. Eheheheh. Beh sì, lo sono. Ma avevo anche cazzo ragione. Infatti, a praticamente 10 minuti dall’inizio del film la madre muore. BOOM. Strascico disneyano palese, anche perché i film Disney in cui sono presenti entrambi i genitori si contano davvero sulle dita di una mano.

Over the moon

Ma non è finita qui. Infatti, in Over the Moon c’è una quantità esorbitante di canzoni. Ebbene sì, il film è costruito sullo schema tipico del musical disneyano, generando però solo tanto cringe. Credetemi, già alla prima canzone i miei timpani volevano uscirmi dalle orecchie e correre via. E non perché i cantanti siano stonati, anzi. Solo che non c’entrano un emerito ozzac in sto film. E il punto è che la seconda canzone arriva dopo tipo 2 minuti dalla prima.

Quindi, morale della favola, in Over the Moon vogliono farci commuovere con un dramma familiare. La mamma è morta, il papà vuole risposarsi con un’altra donna e a Fei Fei non sta bene. Il tutto sarebbe anche interessante se non fosse che gli si dedicano qualcosa come 5 minuti di film. Un po’ più di spessore non sarebbe guastato.

Noto inoltre una certa somiglianza tra Fei Fei e Yi, protagonista de Il piccolo yeti, lungometraggio d’animazione Dreamworks del 2019.

Over the moon

Ma il vero “nocciolo” della questione, se così vogliamo chiamarlo, è che Fei Fei crede ancora, a differenza della sua famiglia, ad una favola che la mamma le raccontava quando era piccola, basata su una vera leggenda cinese. Questa si riferisce all’eterno amore tra Chang’e, una dea che si suppone viva sulla Luna, e il suo amato Houyi, morto da qualche millennio. La leggenda narra che Chang’e lo attende sulla Luna, e vuole riportarlo in vita. Così, Fei Fei, per dimostrare al padre che Chang’e esiste e per “far tornare le cose com’erano prima”, decide di costruire un razzo per andare sulla Luna.

La nostra protagonista si porta con sé Bungee, la sua coniglietta, e vede intrufolarsi nel razzo Chin, figlio della nuova compagna del padre. I tre vengono risucchiati sulla Luna da una forza magica, e scoprono successivamente il mondo di Lunaria, dove vive Chang’e.

razzo

Siamo tutti molto emozionati per il fatto che la nostra protagonista sia finalmente arrivata sulla Luna, no? Ma è proprio qui che comincia il vero divertimento. Vi giuro che la scena in cui Fei Fei incontra Chang’e mi ha fatto salire un trash che neanche L’isola dei famosi. Secondo me hanno seguito una ricetta ben precisa. Gli ingredienti sono: cantante K-pop, figura femminile dei videogiochi giapponesi con i capelli spropositatamente lunghi, una spolveratina di Sailor Moon e una bella aggiunta di colori che t’ammazzano gli occhi.

Ecco questa potrebbe essere un’accurata descrizione di Chang’e. Infatti, la sua prima apparizione non è quella di una geisha con tanto di kimono e lacrime per il suo amato, ma una strafiga che su tacchi vertiginosi e vestiti fluorescenti si esibisce in un “concerto” di fronte agli abitanti di Lunaria. E per di più è snob, altezzosa e presuntuosa. Insomma, tutto l’opposto di quello che si aspettava Fei Fei.

Tuttavia, devo ammettere che Chang’e è la cosa più figa del cartone. Non solo perché ha un trucco spettacolare, un’acconciatura fantastica e un vestito rosso mozzafiato, ma anche per.. no in realtà è solo per questo. Scusate la superficialità. No dai, anche la scena di quando il mondo di Lunaria si trasforma in una foresta è molto figa.

Chang'e
PEDDIRE

Comunque, dopo varie vicissitudini che non sto a raccontarvi, scopriamo che l’amato della dea non può rimanere con lei, e così boom, oscurità. Chang’e rimane fluttuante nella stanza della profonda tristezza, dove solo Fei Fei riesce inizialmente a entrare poiché condivide il suo dolore per la perdita di una persona amata. In pratica finisce che le due si consolano a vicenda e capiscono che devono andare avanti.

Insomma, dopo tutto sto trash luminoso mi volete dire che il messaggio che mi state mandando riguarda l’accettazione della morte? AHAHAHAH. Allora. O le cose le fate bene come fa la Pixar con Coco, oppure state zitti. Perché se per tutto il film mi dovete mettere tutto quel fluo, delle galline su delle motociclette che sembrano uscite da Angry Birds e dei conigli che sparano fulmini dalle orecchie, senza minimamente aver dedicato la dovuta attenzione al tema della famiglia, per poi concludere dicendo che lei deve superare la morte della madre e accettare la scelta del padre, anche no.

Se volete fare un film moralista tanto per, lasciate perdere. Se invece volete davvero creare qualcosa con dei contenuti e un messaggio profondo andate a guardare Soul e prendete appunti.

Martina Catrambone

Affetta da cinefilia sin dalla nascita, cresciuta a suon di film e cartoni. Sono andata al cinema per la prima volta a quattro anni e da lì non ho più smesso. Mi faccio tanti film mentali e studio cinema per provare a fare film reali.

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