Film

Sorry we missed you: gli schiavi di oggi, firmato Ken Loach

Milano d’estate è un po’ complicata: la temperatura percepita è all’incirca la stessa che c’è sulla sommità della piramide di Giza, la gente inizia ad olezzare da prima dell’alba, e la voce metallica della metro fa sembrare le tanto agognate vacanze ancora più lontane. Ma, paradossalmente proprio in estate, per un cinefilo questa città si conferma the place to be: al di là dei fascinosissimi cinema all’aperto che sorgono in ogni dove, da piazza del duomo ai cortili dei condomini di periferia, è uno dei pochi posti in cui i film di Cannes riescono ad arrivare in anteprima. Come Sorry we missed you, ultima fatica di Ken Loach che nel Regno Unito uscirà solo a novembre 2019, ma che io sono riuscita a vedermi con qualche mese di anticipo. E per fortuna: perché è uno di quei film che fa riflettere, versare qualche lacrima, arrabbiare. Arrabbiare, soprattutto.

Ken Loach prende a prestito la frase che chiunque, almeno una volta, si è trovato infilato sotto la porta o nella cassetta delle lettere: Sorry we missed you, ci dispiace di non avervi trovato in casa. È il bigliettino prestampato che corrieri e fattorini lasciano in caso di mancata consegna; ma, in questo caso, è anche il non detto che serpeggia fra le mura di casa di Ricky (Kris Hitchen), marito di Abby (Debbie Honeywood) e padre degli adolescenti Sebastian (Rhys Stone) e Liza Jane (Katie Proctor). Lavoratore eternamente precario, Ricky decide di dare una svolta alla sua vita iniziando a prestare servizio per una ditta di consegne a domicilio: badate bene, non a lavorare, giacché di contratti, tutele o diritti non c’è traccia. Il furgone è meglio che sia di tua proprietà anziché a noleggio, così potrai essere a tutti gli effetti imprenditore di te stesso; sei tu che organizzi la tua giornata, decidi il tuo percorso e quante consegne fare; più sei disposto a correre, più guadagni. Ma attento, perché se perdi o danneggi la macchinetta per registrare tutto quanto, non riesci a marcare tutte le tappe previste, o semplicemente hai bisogno di una giornata libera, ti costerà, e pure parecchio. È vero, non sei un lavoratore dipendente: sei uno schiavo. Vi ricorda qualcosa?

Ken Loach è forse l’ultima cosa di sinistra rimasta in Europa: i diritti dei più deboli sono sempre stati la sua bandiera, basti pensare all’ultimo e fortunatissimo Io, Daniel Blake. E il suo tono è sempre stato indignato, non perché voglia mistificare questo nuovo proletariato da terzo millennio, anzi, i limiti e i difetti dei protagonisti sono lampanti sin dalle prime scene, ma perché, per dirla in tre parole, non è giusto: non è giusto affamare le persone, non è giusto che rimangano lontano dai propri cari per quindici ore al giorno per riuscire a farli mangiare, non è giusto che non possano sapere che ne sarà di loro. Ma, diversamente da altri suoi film, in Sorry we missed you non c’è un filo di speranza: se ne La parte degli angeli i più giovani sembravano avere ancora qualche chance di riscatto, qui sembrano condannati dalla nascita. Arrivi povero, te ne andrai povero, e nel mezzo non potrà capitarti altro che saltare la scuola, farti beccare per qualche furtarello, e se proprio sei fortunato riuscirai a comprarti un minivan, così da indebitarti ancora di più.

La sfuriata di Abby verso il capo di Ricky, pardon, il mentore, perché il lavoro tradizionale con tutti i suoi paletti è noioso e obsoleto, non è un grido di ribellione, ma un urlo schiumante di rabbia e dolorosamente rassegnato. Del resto, la sua condizione non è tanto diversa da quella del marito: infermiera a domicilio e senza orari, non può affezionarsi ai pazienti, perché pazienti non sono, bensì clienti; una definizione da brividi che ben riassume il presente. Sorry we missed you è una discesa agli inferi, e benché le cose sembrano andare talmente male da poter solo migliorare, questo tanto agognato meglio sembra non poter arrivare mai; non resta altro che mettersi al volante un’altra volta, con gli occhi pesti per il sonno, le botte e le lacrime, e stringere i denti, sperando di riuscire ad imboccare la curva.

Vedetelo, sembra dirci Loach, e poi bevetevi una camomilla; oppure, organizzate una rivoluzione.

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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