Film

Sound of Metal, ovvero quanto è difficile ascoltare il silenzio

Sound of Metal può sembrare un film che parla di musica, di udito o di handicap. Ma in realtà parla della paura più complessa di tutte: quella del diverso quando il diverso siamo noi stessi.

Sound of Metal è un film strano. Per diversi motivi che, forse, per molti di voi strani non sono. Per me sì. Guardando il trailer uno potrebbe farsi l’idea, sbagliata, che il film parli di musica. O di un musicista e la sua carriera finita che-però-lui-vuole-salvare-e-quindi-si-impegna-tanto-per-tornare-sul-palco, mettetela come volete. Questa esca mi trae in inganno a caldo, facendo leva sul mio passato di musicista di scarso talento. E anche il film, in effetti, parte proprio su questi binari.

sound of metal riz ahmed

Ruben (Riz Ahmed) è il batterista di un duo metal del quale fa parte anche Louise (Olivia Cooke), la sua ragazza. Ruben ci sa fare con le bacchette e sembra non avere molto altro nella vita a parte la musica, il suo gruppo, la sua ragazza (questi due punti combaciano ovviamente) e un vecchio RV come casa. È chiaro quindi che se da un giorno all’altro ti togliessero il talento, e tutto il resto se ne andasse in merda di conseguenza, non saresti più un animale da buongiornissimokaffé.

L’incipit di Sound of Metal è questo in soldoni. Da qui, però, si sviluppa una trama che riesce a scrollarsi di dosso le banalità che potrebbero sorgere facili. A tal proposito mi sarà difficile recensire questo film senza fare spoiler, perché su alcuni passaggi ci sarebbe da parlare e non poco, ma ci proverò. E per farlo mi farò aiutare raccontandovi 3 temi che mi sembrano centrali nel film: la disperazione, l’accettazione e l’ambiguità.

TEMA 1: DISPERAZIONE

sound of metal riz ahmed olivia cooke

Non c’è tanto da girarci attorno: la disperazione è una delle colonne portanti di questo film. Aspettatevi di essere bastonati dalla regia dell’esordiente Darius Marder e dalla bravura di Riz Ahmed, la cui carriera, ci tengo a dirlo qui, potrebbe decollare proprio da questo film. L’umanità che trasudano i primi minuti del film è da pelle d’oca. Chi ha la fortuna di suonare o di aver suonato uno strumento potrebbe sentire un leggero malessere simile ad una picconata al cuore.

Quello che rende questa emozione peculiare in Sound of Metal è il fatto che il regista non sembra volere la nostra compassione. Non ci fa empatizzare con il protagonista tramite il problema della mancanza d’udito. Ce la mette di fronte sì, con intervalli di suoni e silenzi magistrali, ma quello su cui ci fa concentrare è la disperazione che affligge Ruben a livello umano.

Quello che distrugge il protagonista non è l’handicap improvviso ma il fatto che per colpa di questo la sua vita gli sembri non avere più senso. Ancora, quello della musica è un pretesto nel film come è un pretesto per Ruben per poter stare con Louise, senza capire che la loro relazione è così fragile da essere spezzata dalla prima difficoltà. Entrambi sono ex-tossicodipendenti e quella che intraprende Ruben è a tutti gli effetti una terapia di riabilitazione per “smettere con l’udito”.

TEMA 2: ACCETTAZIONE

sound of metal riz ahmed

Eppure, questa disperazione non molla Ruben, neanche quando questi finalmente sembra iniziare a convivere con la perdita dell’udito. Perché non comincia mai la parte di film in cui il protagonista sfortunato ricomincia ad abbracciare la vita? Semplice: perché non c’è l’accettazione di sé stessi. La storia è ambientata negli US, terra di sogni e di sanità privata, luogo in cui se hai un problema di salute c’è sempre una soluzione ma potrebbe costarti caro o carissimo. Nel caso di Ruben gli costa tutto.

Simbolo di questo tema è Joe (Paul Raci) che manda avanti una sorta di casa di cura/ricovero per persone non udenti, dove l’obbiettivo non è quello di recuperare il senso dell’udito ma di imparare a convivere con la mancanza. E questo è proprio il presupposto che Ruben non accetta. Non accetta di voler imparare a convivere con l’essere diventato sordo perché nella sua mente questo lo costringerebbe a fare a meno per sempre della musica e, quindi, anche di Louise.

Quando le cose sembrano andare meglio per Ruben arriva la metaforica ricaduta nella droga. Che non ha niente a che vedere con quello che noi intendiamo per droga (quindi non potete additarmi come spoileratore, ah!) ma che alla fine del film assume un significato ben preciso. E quindi questo potrebbe sembrare più il tema della non-accettazione, no?

TEMA 3: AMBIGUITÀ

sound of metal paul raci

E qui arriva la parte che più ha solleticato l’amante del cinema che è in me, ovvero il dialogo continuo sull’ambiguità che il film apparecchia con lo spettatore. Già a partire dal titolo e dalla locandina del film, Sound of Metal con un batterista metal. Un titolo che sembra piuttosto didascalico ma che mano a mano che il film si dispiega rivela tutto un altro significato.

Una comunità di recupero per persone che non hanno più l’udito dove però Joe chiarisce fin da subito che quello che vuole guarire a Ruben non è l’udito ma il cervello. Ruben stesso che ha tatauato sul petto Please kill meche non fa altro che aggrapparsi alla vita. Un film sull’accettazione in cui questa forse arriva o forse no. Gesti che sembrano motivati dall’amore ma dall’amore verso cosa?

Queste le domande che trovano risposte continue ma discordanti in un gioco che sembra aver a che fare con i colpi di scena ma che, ancora, colpi di scena alla fine non sono. Ambiguità vista non tanto come difficoltà nel cogliere la risposta ad una domanda, quanto più come dubbio sull’effettiva esistenza di una risposta.

SOUND OF METAL O SOUND OF SILENCE?

Quello che alla fine si ritrova ad affrontare il protagonista non è altro che un buon vecchio scontro con il diverso. Quello che cambia, però, è che quel diverso è lui stesso, trasfigurato dalla malattia/handicap e incapace di comprendersi ancora una volta. E non c’è discriminazione peggiore di quella dentro la propria testa, nei confronti di sé stessi.

Non potevano che tornarmi in mente i versi di Simon e Garfunkel, che in The Sound of Silence cantano dell’impossibilità di comunicare tra esseri umani. Ecco, se prendiamo questo concetto e lo comprimiamo dentro un unico essere umano avremo Sound of Metal. Non male per quello che poteva sembrare “solo” un film sulla musica metal eh?

Stefano Ghiotto

Studio Architettura e si sa, al giorno d'oggi non ci si può più mantenere facendo l'architetto. Quindi cerco di fare qualsiasi altra cosa nella speranza di non arrivare mai alla prostituzione. Mi piacciono i film con trame complicatissime (che alla fine ti danno la stessa sensazione di benessere del bagno di casa tua dopo una giornata in Università) e le serie che non si caga nessuno come le patatine gusto "Cocco e curcuma".

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