Film

The Skeleton Key: tra jazz e magia nera, quanto è gotica New Orleans

Ogni anno, alla fine dell’estate, l’America viene flagellata da qualche uragano. L’ultimo in ordine di tempo è Laura, che sta rendendo frizzantino un periodo di per sé già piacevole e riposante per gli States. Ah, il 2020. Epperò, ve lo ricordate il 2005? All’epoca c’era Katrina, che aveva quasi spazzato via New Orleans. Ecco: proprio nello stesso anno e proprio nella stessa città ha visto la luce The Skeleton Key, firmato Iain Softley. Che per inciso non c’entra nulla con i disaster movie; ma che, in confronto a quello che racconta, farà sembrare le peggiori tempeste una piacevole brezza primaverile.

Come ogni horror che si rispetti, The Skeleton Key mette in scena un grande nome, anzi due: la protagonista è Kate Hudson, e a farle da spalla, o meglio a rubarle la scena troviamo nientemeno che la vecchia gloria Gena Rowlands. Caroline è una giovane infermiera di buon cuore, stanca di vedere i pazienti trattati come un business, e decide così di lasciare l’ospedale per dedicarsi all’assistenza domiciliare. In questo modo potrà dolcemente accompagnare gli anziani nel loro ultimo viaggio, senza preoccuparsi di liberare posti letto e smaltire vecchi effetti personali. Finisce quindi a casa di Violet e Ben (John Hurt): quest’ultimo ha da poco avuto un ictus, non può muoversi né parlare, e ha bisogno di assistenza costante. Certo, la moglie non sembra troppo propensa ad accettare tra le mura domestiche un’estranea che potrebbe essere sua nipote e soprattutto che non è nata né cresciuta a New Orleans, ma grazie alle lusinghe del suo giovane avvocato e consulente Luke (John Peter Sarsgaard) decide infine di accettare la proposta.

Piccolo particolare: la casa di Violet e Ben è in una laguna isolata dal resto della città, le circostanze in cui Ben si è sentito male sono più che misteriose, e da quelle parti quasi un secolo prima erano successe cose non esattamente piacevoli. Aggiungiamoci che New Orleans è la patria del voodoo e pure dell’hoodoo, una sorta di magia nera che diventa efficace solo quando ci si crede, e il gioco è fatto. Cosa mai potrebbe andare storto?

A metà fra Pupi Avati e la prima, memorabile stagione di True Detective, The Skeleton Key è America pura, nella sua connotazione più morbosa e affascinante: permeato di quell’atmosfera gotica propria degli Stati del Sud, con in sottofondo il jazz e le contraddizioni della Louisiana, non ultima il razzismo, più che un horror è un film di suggestioni. Ma non temete: vi terrà con il fiato sospeso fino alla fine, e vi ritroverete a saltare sulla sedia nei momenti più inaspettati. Anche se, come la sottoscritta, siete ferventi sostenitori della razionalità e normalmente restate tiepidi di fronte alle storie spruzzate di soprannaturale – soprattutto in quel caso.

Kate Hudson sveste finalmente i panni dell’ennesima fidanzatina della porta accanto e regge il gioco fino alla fine, ma la menzione d’onore va a Gena Rowlands, palesemente divertita nel ruolo della vecchia megera con una propensione per l’occulto. Ottime spalle, ottime musiche e soprattutto paesaggi grandiosi: il ritratto della città forse non è veritiero, però è pura poesia. Quasi una cartolina per turisti con una propensione al macabro: in The Skeleton Key trovate esattamente tutto quello che vi aspettate. E, cosa niente affatto scontata, reso alla perfezione.

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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