Film

Three Extremes: Tre pillole di pura follia

Three Extremes di Fruit Chan, Takashi Miike e Park Chan-wook, ovvero l’horror antologico asiatico che ti spiazza e intimidisce.

Inquadratura three extremes
Una delle inquadrature più belle e perverse su cui abbia mai posato gli occhi

Three Extremes, per la regia di Fruit Chan, Park Chan-wook e Takashi Miike. Il mio primo contatto con questo film antologico è avvenuto più o meno dodici anni fa, quando ancora le incursioni serali da Blockbuster (pace all’anima sua) facevano parte della mia vita. Ricordo limpidamente il misto di timore e fascinazione che mi pervase quando ne presi in mano una copia dvd, perché sapevo bene chi fossero Chan-wook e Miike (sì, a tredici anni già conoscevo quei due pazzi maniaci, non fate domande) e a quali livelli di follia potevano ambire con i loro lavori. Tuttavia il film l’ho potuto recuperare solo un decennio più tardi, grazie a una licenza da corsaro informatico a un gentile passaggio televisivo Mediaset e, pur avendolo abbondantemene assimilato, ancora faccio fatica a esprimere a parole ciò che le due ore di visione mi hanno regalato.

Partiamo dalle cose semplici. Come detto, Three Extremes è un film collettivo composto da tre mediometraggi diretti dai più esportabili registi orientali contemporanei. Il genere di appartenenza è quello dell’horror, declinato nelle sue forme più raccapriccianti (come già fece Mario Bava mezzo secolo fa con uno dei suoi capolavori) per parlare del presente. L’unico fil rouge riscontrabile negli episodi è proprio quello dell’estetizzazione di incubi sociali che non valgono solo per gli abitanti di Hong Kong, del Giappone e della Corea, paesi d’origine dei filmmaker. Giusto per aggiungere un altro paio di curiosità degne della sezione “trivia” di IMDB, il film è stato presentato alla 61ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed è il sequel spirituale di Three, altra antologia asiatica tendente ad argomenti macabri. Chiusa questa breve parentesi da Morando Morandini, passiamo ai corti (e quindi alle cose difficili).

Scena three extremes
Dall’episodio Dumplings

Dumplings (diretto da Fruit Chan)

La signora Li è un’ex stella del cinema di Hong Kong che ha paura di invecchiare; il marito, un facoltoso uomo d’affari, ha perso interesse per lei e la tradisce con amanti più giovani. La donna è convinta di poter recuperare la bellezza sfiorita e riconquistare il consorte grazie a una dieta di ravioli speciali preparati da Zia Mei. Inutile dire che l’ingrediente segreto ha a che fare con il cannibalismo, ma non dirò di più per non rovinare il piacere della scoperta. Vi basti sapere che tra i tre mediometraggi è davvero quello più estremo nel senso più carnale del termine.

Particolarmente caro agli spettatori veneziani per lavori come Public Toilet, Fruit Chan condensa in poco più di quaranta minuti una critica ai danni che l’ossessione per la bellezza provoca in noi disillusi e superficiali esseri umani del XXI secolo. Le mostruosità che siamo capaci di compiere in nome dell’apparenza, arrivando addirittura a sacrificare la nostra natura e la nostra morale, prendono vita con uno stile scabroso e insieme elegantissimo. Le luci opache, la freddezza degli interni, l’insistenza sui volti in primo piano, il disturbante impiego del sound design e la sobrietà dei dialoghi potenziano gli agghiaccianti risvolti della storia. Pochi semplici elementi usati con sapienza rendono inutile l’indugio sul raccapriccio grafico e comunicano tutto ciò che il regista voleva. Di Dumplings esiste pure una versione estesa da 90 minuti, indipendente dall’antologia.

Da Cut di Park Chan-wook

Cut (diretto da Park Chan-wook)

Diretto dal regista di Oldboy, la seconda pillola inizia sul set di un film horror. Ryu Ji-ho è un cineasta con una vita perfetta e una bellissima moglie pianista; entrambi vengono sequestrati da una sadica comparsa, che accusa Ryu di essere troppo buono in virtù delle proprie agiatezze. Il protagonista si vede dunque intrappolato tra le grinfie di un ricatto: se lui non uccide una bambina presente nella sua stanza-prigione, il torturatore gli farà a pezzi la moglie legata al pianoforte. Il finale è quel tipo di plot twist che Stephen King farebbe carte false per poterlo concepire.

Il contributo registico di Chan-wook manipola il classico tema della vendetta e lo mette in scena in un vero e proprio set dentro il set. Ciò che abbiamo tra le mani è una sanguinolentissima favola nera sulla lotta di classe, in netto anticipo su Parasite e pieno di splendide suggestioni metacinematografiche (il titolo della storia, “Cut”, si riferisce al termine usato per interrompere le riprese). Il ritmo è indiavolato, il coinvolgimento emotivo schizza alle stelle, la tensione è elettrizzante e palpabile, i movimenti di macchina talmente spericolati da lasciare di stucco. E poi c’è il gore, improvviso e bellissimo a vedersi, arte macabra scintillante come un opale… Ma il vero orrore è quello nascosto all’ombra del perverso divertimento, quando all’ultima dissolvenza in nero non si potrà che rabbrividire pensando alla ciclicità della barbarie.

Three Extremes di Takashi Miike
Box di Takashi Miike

Box (diretto da Takashi Miike)

La giovane scrittrice Kyoko ha avuto un’infanzia infelice che si ripresenta puntualmente a turbarle il sonno. Kyoko aveva una gemella, Shoko, morta accidentalmente quando entrambe vivevano nel circo di Higata, proprietario della struttura e loro tutore. L’improvviso ritorno di Higata nella vita di Kyoko costringerà la protagonista a misurarsi una volta per tutte con lo spettro del senso di colpa. L’epilogo paleserà una volta di più che l’apparenza inganna.

Per affrontare al meglio Box, dovete dimenticate il Takashi Miike di Ichi the Killer e Audition. Il regista giapponese abbandona lo stile truculento che lo contraddistingue e predilige una forma di horror più introspettivo, legato a una climax di tensione abilmente costruita sino all’inafferrabile finale. Lo schema narrativo di Box può ricordare vagamente una struttura da giallo, ma le composizioni teatrali, i lunghi silenzi e i chiaroscuri suggestivi fanno provare sensazioni da incubo a occhi aperti difficilmente eguagliate nell’horror contemporaneo. Con la perizia tecnica da Dio del cinema a cui ci ha abituati, Miike realizza a mani basse il mediometraggio più enigmatico del trio, e proprio per questo il meno fruibile da tutti.

Ma The Grudge e The Ring chi?

Conclusioni

Non so se Three Extremes è un capolavoro, eppure sono convinto che, tra tutti gli horror antologici visti nella mia vita cinefila, sia quello che più ha turbato il mio inconscio. Anche guardando ai curricula complessivi dei singoli registi, questa antologia non sfigura di fronte alle loro opere migliori, dotata com’è di un folle pedigree, arduo da digerire pure per gli estimatori di vecchia data del genere. Poi sarà vero che i discorsi politici alla base non sono particolarmente innovativi, ma Three Extremes rimane un eccezionale viaggio distorto nelle inquietudini moderne, sconsigliato ai deboli di cuore e alle menti chiuse che vedono nell’horror un semplice giretto a Disneyland.

Riccardo Antoniazzi

Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

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