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I 10 migliori film che parlano di industria cinematografica, registi, e attori

Tutti sappiamo che il cardine del cinema stesso è avere qualcosa da raccontare allo spettatore.

Che questo qualcosa sia Jason Statham che rompe ossa e poi si lancia su un deltaplano in volo, oppure la vita di Mahatma Gandhi, è poco importante.

Ma cosa succede se la storia che vuoi raccontare riguarda proprio l’industria cinematografica e, quindi, il regista, l’attore, il produttore o anche il cineoperatore di nome Serafino Gubbio? 

Sapete di chi parlo se vi dico “Méliès”, vero?

Oggi, noi del MacGuffin, siamo qui per consigliarti (prendila come un’imposizione, giovane lettore inesperto), i 10 migliori film che trattano di questo tema:

10 – Tropic Thunder, di Ben Stiller.

Divertentissimo, irriverente ed imprevedibile: la storia di alcuni attori famosissimi che vengono riuniti per girare un film sulla guerra del Vietnam, ma, durante le riprese, la finzione diventa realtà e la guerra diventa, paradossalmente, reale e pericolosa. Parodia dell’industria cinematografica, il film ha un cast stellare (tra cui Tom Cruise, probabilmente in uno dei pochi film in cui non abbia l’espressività di un lampadario) di attori che interpretano altri attori che a loro volta interpretano un personaggio.

Il film regala, inoltre, scene di rara ignoranza (nel senso buono del termine), ad esempio quella in cui lo spettatore si rende conto che a Robert Downey Jr. sia stato chiesto di interpretare un attore australiano che interpreta, a sua volta, un soldato afroamericano che fa finta di essere un coltivatore vietnamita. Devo aggiungere altro?

9 – Il Caimano, di Nanni Moretti.

Il film racconta la storia di una coppia, che prima si dedicava alla regia di film trash, il cui matrimonio sta andando in pezzi. Il marito, regista, trova consolazione in una sceneggiatura su nientepopodimeno che l’ascesa di Silvio Berlusconi.

La potenza mediatica dell’industria cinematografica qui è sottolineata con sette penne: nella pellicola, il film è ostacolato dalla troupe di produzione stessa per il tema scottante, nella realtà, invece, si decise di rimandarlo a dopo le elezioni perché avrebbe potuto “influenzarle”. Cribbio!

8 – Cafè Society, di Woody Allen.

Film odiato e criticato da molti come è, ormai, di consuetudine per i film di Allen, la storia ha come tema centrale un amore come surrogato dell’ambizione in un continuo gioco di sovrapposizione che vede l’uno prevalere sull’altro continuamente. L’ambizione, in questo caso, è la scalata nel mondo del cinema del protagonista, interpretato da Jesse Eisenberg, che ben presto si renderà conto quanto l’industria cinematografica sia popolata da cani assetati di sangue e successo.

Quasi ineccepibile, la perfezione sembra davvero il punto debole del film, che, però, per un malato di Allen come me, risulta egualmente spettacolare. Certo, non è Manhattan, ma sti cazzi, guardatelo tutti. 

7 – Ave, Cesare!, dei fratelli Joel e Ethan Coen.

Josh Brolin interpreta Eddie Mannix, un fixerovvero qualcuno che pone rimedio a scandali riguardanti attori, per la Capitol Pictures, casa di produzione della Hollywood degli anni ’50, e si trova ad affrontare un rapimento che coinvolge Baird Whitlock (George Clooney), attore di un film sull’antica Roma, omonimo del film reale.

Tra sceneggiatori comunisti (?), esperti di religione (??), un mucchio di soldi e Dolph Lundgren (?????????????), Ave, Cesare! parodia in maniera delirante il mondo dello spettacolo mettendolo a nudo, analizzando il fatto che esso sia solo ed esclusivamente una finzione, e, stranamente, se lo sono cagati davvero in pochi, nonostante sia davvero attuale, visti i recenti accaduti, con una sceneggiatura ottima e una regia che è una gioia per gli occhi, vista la solita fotografia con colori saturi al massimo, o le riprese in grandangolo… semplicemente, non se ne può fare più a meno.

6 – Nuovo Cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore.

Uno dei film italiani più famosi all’estero e capolavoro di Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso è la storia di Salvatore, nato in un fittizio paesino siciliano e, poi, diventato un affermato regista. Non c’è bisogno di descrivere altro, rovinerei la magia: questo film non tira in ballo esattamente l’industria cinematografica, ma è un’autentica poesia sul cinema e sull’amore.

Sicuramente, è un cult da recuperare ed apprezzare, per imparare (o ricordarsi) che il riuscire ad innamorarsi di qualcuno o qualcosa è una qualità rara e fondamentale.   

5 – Hugo Cabret, di Martin Scorsese.

Torna il già citato Méliès, e le assonanze con il film in sesta posizione si sprecano. Hugo Cabret racconta, attraverso la storia di un orfano che vive alla stazione ferroviaria di Parigi durante gli anni ’30, la riscoperta e la rivalutazione del grande lavoro di papà Georgesche, insieme ai due Lumière, è considerato uno degli inventori del cinema. 

Scorsese firma un inno alla settima arte, e ci ricorda che, seppur nella finzione generale dell’industria il tutto possa sembrare un po’ come quella cagata della figlia di Tom Cruise che fu fatta laminare d’oro dallo stesso attore, da persona regolare ed equilibrata qual è, il cuore, in fin dei conti, è l’unica cosa che conta.

Hugo Cabret è da vedere, per ricordare a tutti i cinefili e non, il motivo per cui il cinema sia ciò di cui ci nutriamo quotidianamente. 

4 – Birdman, di Alejandro Gonzalez Iñárritu .

Parlo troppo spesso di questo film, è vero. Birdman è la storia del declino e della risalita dell’attore Riggan Thomson, un tempo famoso per aver interpretato proprio il supereroe citato nel titolo, il che si riallaccia perfettamente alla vita dell’attore che lo interpreta, ovvero Michael Keaton, che prima di questo film non era esattamente ricercatissimo, dopo un glorioso passato nel ruolo del Batman di Burton. Lasciamo stare che, poi, Keaton abbia interpretato nel 2017 l’Avvoltoio in Spiderman: Homecomingprendendo, di fatto, per il culo il lavoro di Iñárritu, lasciamolo davvero stare. 

Birdman ci mostra come l’industria cinematografica sia un meccanismo distorto che mastica e sputa alla velocità della luce chiunque vi ci entri. Il buon Alejandro prende in giro le stranezze degli attori (guardare il personaggio interpretato da Edward Norton), i cine-comicsla critica cinematografica e lo fa con una regia strabiliante, di cui, però, si è già parlato.

3 – Il disprezzo, di Jean-Luc Godard.

Gli ultimi tre film della classifica, a partire da questo, saranno d’Autore con tre A maiuscole. Il disprezzo è fatalista ed estremamente cattivo nella descrizione dei personaggi e dei loro comportamenti: il lavoro di Paul Javal, scrittore chiamato a Roma dal produttore Prokosch per rielaborare la sceneggiatura di un film di Fritz Lang, che, tra l’altro, interpreta se stesso, si scontra con l’ambigua relazione con sua moglie Emilia, interpretata da Bridgitte Bardot (la conoscerete grazie ai trenini di Capodanno).

Godard è ineccepibile, mostra come il denaro possa ostacolare l’arte, come l’arte possa non andare di pari passo con l’amore, ma allo stesso tempo punisce tutti i punti di vista opposti portando, di fatto, lo spettatore in un campo minato di domande da cui non è facilissimo uscire. Figurarsi per me, che puzzo ancora di latte e che, effettivamente, dell’industria cinematografica non so (ancora) un cazzo.

 

2 – Effetto notte, di François Truffaut.

Il film, che riprende il nome dall’omonima tecnica cinematografica con cui si sovrappone un filtro blu all’obiettivo per simulare una scena notturna, è una pellicola nella pellicola. Si racconta la genesi di un film che non si riesce proprio a portare avanti tra difficoltà ed imprevisti: il regista Truffaut parla di se stesso, del film che nasce come un bambino e che viene lasciato andare per la sua strada quando si conclude l’ultima scena e della troupe, con cui, nell’affrontare le varie avversità, si instaura un rapporto sincero.

Ma, d’altronde, parliamo di Truffaut, che non ha bisogno di ulteriori presentazioni.

 

1 – , di Federico Fellini.

Il must della classifica. Quel film che, se non l’hai visto, m’impedirà di aggiungerti come amico su Facebook. Capolavoro del cinema italiano e mia opera preferita di Fellini, di cui sono fanboy almeno quanto lo sono di Tarkovskij,  è la surreale storia della vita, dei pensieri e della mente del regista Guido Anselmi, interpretato da Marcello Mastroianni. Nel gineceo in cui il protagonista passeggia, la costante è il tema dell’idea e il cercare di dare ad essa una direzione precisa, in una confusione generale che, in realtà, non è altro che la chiave di lettura di tutto.

Spiegarlo a parole, è difficile: il film di Fellini va categoricamente V-I-S-T-O. 

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Nasce in quel di Napoli nel 1998 ma è rimasto ancora negli anni '80. Spesso pensa di esser stato un incidente ma i suoi genitori lo rassicurano: è stato molto peggio. Passa la totalità della sua giornata a guardare film e scrivere, ma ha anche altri interessi che ora non riesce a ricordare. Non lo invitate mai al cinema se non avete voglia di ascoltare un inevitabile sproloquio successivo, qualunque sia il film.

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