Focus

L’appuntamento perfetto? Quello con Cary Grant

Si stava meglio quando si stava peggio? Falso: negli Anni Cinquanta, per esempio, non esistevano i voli low cost, un sacco di gente era analfabeta e in pochi potevano permettersi di andare al cinema. Però c’era Cary Grant.

A cui in effetti il periodo storico di cui sopra calza a pennello: perché mai attore fu più elegante e aristocratico di lui. Però non era affatto snob, e proprio per questo era adorato dalle masse di entrambi i sessi. Perché parlare di lui a più di trent’anni dalla sua morte? Perché ha fatto dei gran film, senza dubbio. Perché l’American Film Institute lo ha eletto seconda maggiore star di sempre, certo – e chi sarebbe la prima, di grazia? Perché era praticamente la musa di Alfred Hitchcock, ovvio. Ma anche, perdonate il punto di vista da gallina garrula, perché ce ne fossero di uomini così. Certo, qualcuno ha cercato di affibbiare a George Clooney lo scomodissimo ruolo di erede, ma non prendiamoci in giro: George è bellissimo, forse pure più bello dell’originale, e chiunque darebbe l’anima pur di bersi un caffé con lui sulle sponde del lago di Como, ma non c’è niente da fare; il fascino di Archibald Alexander Leach, questo il vero nome di Cary Grant, è tutt’altra cosa.

A partire dalle origini romantiche e tormentate: è l’alba del secolo breve, il 1904 per essere precisi, quando il piccolo Archie/Cary vede la luce sul suolo britannico; mentre è appena adolescente la madre viene rinchiusa in manicomio, lui decide che i banchi di scuola non fanno per lui, falsifica la firma paterna, si unisce ad una compagnia di attori, circensi e vagabondi e comincia a girare l’isola. Passato qualche anno, pure l’Inghilterra comincia a stargli stretta, e allora ecco che salta sulla prima nave e si imbarca per il Nuovo Mondo. Il tutto durante i Roaring Twenties, che per quanto poetici non vengono ricordati per l’efficienza dei trasporti.

Una volta messo piede negli Stati Uniti, comincia il tipico romanzo di formazione da eroe solitario e un po’ malinconico; iter che avrebbe portato chiunque altro ad alcolismo, droga e morte precoce, ma non Cary Grant. Com’è stato possibile, dite? Semplice: classe innata, tanta autoironia e ancor più understatement. Doti che gli permettono prima di entrare alla Paramount, poi di abbandonare il vero nome, troppo lungo e plebeo, per l’aristocratico e monosillabico nome d’arte che tutti conosciamo, infine di sdoganare la riga nei capelli nell’estetica maschile – se state accarezzando l’idea di emularlo, ricordate che di Cary Grant ce n’è uno solo.

Gli albori della carriera lo vedono impegnato soprattutto in ruoli da seduttore, e come potrebbe essere altrimenti con un faccino così? Ma attenzione: farfallone sì, maleducato mai. Cary Grant per certi versi è l’appuntamento perfetto, quello a cui le donne aspirano oggi più che mai: bello, ben vestito, naturalmente elegante, naturalmente cavaliere, evidentemente disimpegnato. Quello che ti porta a cena nel ristorante lussuoso, ma non pacchiano, che non ti regala delle chiassose rose rosse, ma degli algidi narcisi, che anziché a bere qualcosa ti porta a teatro, che di sicuro il mattino seguente non si farà sentire, ma che nonostante tutto non infrangerà nessun cuore. Qualche sospiro nostalgico, al massimo.

Leggerezza e humour, queste le parole chiave dell’ascesa di Cary Grant: le stesse che gli faranno dichiarare che l’impegno sociale non è cosa da attori, che gli permetteranno di passare da Frank Capra ad Alfred Hitchcock a Blake Edwards e da Marlene Dietrich a Ingrid Bergman a Audrey Hepburn, che lo faranno diventare amico assolutamente platonico di Grace Kelly – il suo corrispettivo femminile, a ben vedere. Tranne che per la vita sentimentale: se quella di lei fu sfacciatamente agiata e discretamente noiosa, Cary Grant poteva vantare ben cinque matrimoni, naturalmente con sue pari, più un innamoramento non corrisposto con Sophia Loren – anche se dubito che lui abbia mai perso la dignità abbassandosi a suppliche, serenate o altri orrori.

Questi tafferugli amorosi non potevano non dare atto a pettegolezzi: i colleghi più invidiosi misero in giro la voce che fosse più interessato ai rossetti delle donne che alle donne in sé, in un’epoca, ricordiamolo, in cui la cosa suscitava ancora parecchio scalpore. Cary Grant non confermò né smentì mai tali dicerie; probabilmente gli sarebbe sembrato troppo sguaiato lavare i panni sporchi in piazza, o anche solo ammettere di averne.

La filmografia è, va da sé, sterminata: Susanna!, Arsenico e vecchi merletti, Notorious, Indiscreto, Operazione sottoveste, solo per citarne alcuni. Tutti rigorosamente patinati, aristocratici, divertenti, mai volgari: una fotografia del protagonista.

Persino il modo in cui morì, nel lontano 1986, ha un che di soave: in teatro, mentre stava discutendo con il suo staff dello spettacolo imminente, fu colto da un malore. Andarsene nei pressi del palcoscenico, come i più grandi. E visto che i grandi non lasciano mai eredi (con buona pace di George e della Nespresso), non ci resta che accoccolarci sul divano, avvolgerci in una coperta e immergerci in qualche Intrigo internazionale, dare la Caccia al ladro, costruire La casa dei nostri sogni. E, ogni tanto, emettere uno di quei sospiri nostalgici di cui si parlava poco fa.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi.
Ama l’arte, i viaggi, la letteratura, l’arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere “part of the conversation”.

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