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5 film che parlano di infanzia, pedagogia ed educazione

Il cinema può essere tante cose. Ai suoi albori, infatti, esso era esclusivamente una forma di intrattenimento, nella fase del cinema delle attrazioni. Pensate soprattutto a Melies. Successivamente la settima arte si è canonizzata, ha sviluppato un linguaggio suo proprio ed è diventata un utile strumento di propaganda ideologica. A titolo d’esempio si potrebbe citare il cinema di propaganda fascista, ma anche il western classico americano, quello di John Ford. Poi è arrivata la Nouvelle Vague e da lì in poi si è cominciato a parlare di cinema d’autore. Il nostro discorso parte proprio da qui. Mamme e papà seguitemi: oggi parliamo di pedagogia.

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Il cinema d’autore permette ai registi di veicolare attraverso il linguaggio cinematografico le loro proprie idee, la loro poetica.

Partendo da questo presupposto si sono scoperte le possibilità del mezzo cinematografico nel farsi documento sociologico o comunque d’indagine dei fenomeni sociali.

Oggi dunque vorrei parlarvi di 5 film che trattano di pedagogia o che comunque mostrano l’infanzia e parlano di educazione. In pratica, sarò il vostro babysitter.

Sciuscià, di Vittorio De Sica (1946)

sciuscià

Sciuscià parla di due ragazzini che per racimolare qualche spicciolo lavorano come shoeshine (da qui il titolo del film, storpiato dal dialetto), ovvero lustrano le scarpe alla gente, in particolare ai soldati americani.

Per arrotondare, i due svolgono anche alcune piccole attività illecite, facendo da galoppini. Una di queste attività un giorno viene scoperta e i due vengono arrestati.

Da qui inizia una spirale senza via di uscita. Incapaci di difendersi di fronte alla legge, i ragazzi finiscono in riformatorio, condannati uno a due anni e l’altro ad un anno.

L’elemento più significativo di tutta la vicenda riguarda il rapporto tra i due. Infatti i ragazzi sono legati da una forte e sincera amicizia, la quale, però, viene inasprita dalla vita carceraria, che li imbruttisce e li porta a dubitare l’uno dell’altro. Tutto ciò culminerà nel finale, quando, in preda a uno scatto d’ira, uno dei due ragazzi uccide involontariamente il suo amico facendolo cadere da un ponte.

L’intento di De Sica è quello di mettere alla berlina un sistema, quello educativo italiano, corrotto fino al midollo, che preferisce gettare dei ragazzini a marcire in un carcere piuttosto che elaborare efficaci strategie per un programma pedagogico che conduca i giovani alla maturità.

Notate, in questo senso, il totale disinteresse dei dirigenti del riformatorio, il cui unico obiettivo è scoprire la colpevolezza dei due ragazzi, sorvolando del tutto sul loro stato emotivo e sull’impatto psicologico dato dallo stare in galera. Nel finale, il cavallo tanto voluto dai due amici, simbolo di una redenzione impossibile, trotterella via, accompagnato dal pianto disperato dell’amico divenuto assassino.

Zero in condotta, di Jean Vigo (1933)

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La lezione di pedagogia che Vigo ci impartisce non si limita, come per De Sica, a focalizzarsi sull’educazione dei giovani, ma prende in esame l’intero contesto educativo, in questo caso quello francese.

Ancor più di De Sica, Vigo mostra tutto il suo disprezzo per un sistema che non invita i ragazzi alla crescita e alla maturità, ma che invece preferisce rinchiuderli in un insieme di norme e valori borghesi, con lo scopo di uniformarli e tenerli sotto controllo.

Nello svolgimento di Zero in condotta si vede tutta la forza sovversiva propugnata da Vigo, anarchico fino all’osso. E c’aveva pure le sue ragioni, dato che il padre venne ucciso per il semplice fatto di aver creduto in un ideale.

In questo senso la sequenza surreale della lotta coi cuscini e, in misura ancora maggiore, la rivolta finale all’interno dell’istituto scolastico, esprimono compiutamente la volontà viscerale di Vigo nel cambiare lo stato delle cose.

Significativo anche il fatto che il preside della scuola sia un nano con la barba, dalle evidenti fattezze (notate la voce) bambinesche. Simbolo, questo, del fatto che questo tipo di sistema educativo non porta da nessuna parte: gli adulti sono rimasti bambini e si fingono grandi.

I 400 colpi, di François Truffaut (1959)

i 400 colpi

Anche Truffaut prende in esame il funzionamento del sistema educativo francese, ma a differenza di Vigo, che lo inquadra nel contesto del funzionamento di un istituto scolastico, egli concentra la sua attenzione su un solo ragazzo, quell’Antoine Doinel che accompagnerà il regista lungo tutta la sua produzione.

Antoine proviene da una famiglia abbastanza povera ed è figlio di due genitori del tutto disinteressati a lui.

Il padre opta per un approccio pedagogico “vecchio stile”, quello secondo cui io sono il genitore quindi tu mi ascolti e stai pure zitto. Non esattamente la miglior lezione di pedagogia, insomma. Inoltre egli è un uomo evidentemente frustrato e che non è mai riuscito a combinare nulla nella vita. E probabilmente non è nemmeno il suo vero padre. Tutto perfetto fino a qui.

La madre invece è la classica paraculo che ignora sempre il figlio, ma quando quest’ultimo ne combina una grossa o minaccia la famiglia di scappare, allora, per lavarsi la coscienza, lo riempie di regali e rassicurazioni. Ottimo direi. Ah giusto, ha pure l’amante e il figlio la becca in pieno.

Questa mancanza totale di ascolto e comprensione da parte della famiglia porta Antoine a cercare i propri modelli altrove. E dato che il sistema scolastico è, ovviamente, repressivo e anti-educativo, il ragazzo fa affidamento ai propri coetanei. Ma dato che anche loro sono immersi nello stesso circolo vizioso, i ragazzi si trovano ad influenzarsi negativamente a vicenda.

Tutto ciò porta Antoine a finire rinchiuso in collegio. Anche qui la disciplina troppo rigida che viene imposta ai ragazzi non lo porta a crescere, ma ad incattivirsi ulteriomente.

L’unica soluzione, allora, è scappare. Antoine, durante una partita di calcio, approfitta della distrazione dei sorveglianti e fugge attraverso un buco nella rete. Si libererà in una corsa sfrenata e inarrestabile, che lo condurrà a quel mare che non aveva mai visto e che, simbolicamente, rappresenta l’ingresso nell’età adulta.

Germania anno zero, di Roberto Rossellini (1948)

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Rossellini affronta la pedagogia e il tema dell’educazione in un’ottica un po’ diversa. Germania anno zero è infatti, prima di tutto, un film sulla guerra, e in particolare sulla ricostruzione della Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il concetto, però, rimane il medesimo. Il protagonista della pellicola è un bambino che vive con la sua famiglia in uno spazio ristretto, ai limiti dell’abitabile. Il piccoletto è abbandonato a se stesso in un paese senza prospettive e si trova quindi a provvedere in prima persona ai bisogni della famiglia, letteralmente portando il pane in tavola.

Ciò che pesa, per l’ennesima volta, è la mancanza di punti di riferimento o comunque la presenza di figure educative fuorvianti. Infatti il protagonista incontra un suo vecchio insegnante, nazista convinto, che, involontariamente anche se in modo malizioso, indurrà il bambino ad avvelenare il suo stesso padre, causandone la morte.

Il peso del gesto lo porta a non trovare più una via d’uscita, conducendolo, nel finale, al suicidio, sullo scenario di una Germania completamente distrutta. Anche questo è l’orrore della guerra.

Di importanza centrale la scena in cui il bambino, psicologicamente distrutto e incapace di sorridere, si imbatte in un gruppo di ragazzi che gioca a palla. Lui non può partecipare al gioco, perché dentro di sé porta un fardello che lo rende più grande di quanto non dovrebbe essere: è un adulto intrappolato in un corpo di bambino, quel bambino che vorrebbe giocare, ma che invece deve procurarsi da sopravvivere.

I figli della violenza, di Luis Buñuel (1950)

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I figli della violenza, oltre ad essere un film che parla di pedagogia, è anche un documento sociologico sulla realtà di Città del Messico di quegli anni.

Nella pellicola è quasi come se Buñuel negasse la possibilità stessa della pedagogia, in quanto i ragazzi nascono all’interno di un sistema governato dalla violenza, in cui per davvero domina la legge del più forte. E in questo caso il più forte è quello che uccide per primo, come nella giungla.

Buñuel mostra con sguardo limpido un’intera generazione di ragazzi (ma non solo) che concepiscono come unico meccanismo di sopravvivenza quello di picchiare più forte degli altri.

Anche qui le famiglie sono assenti, e anche a causa di una realtà sociale povera e senza prospettive non forniscono ai figli le giuste direttive educative.

Pensate alla madre del protagonista, che non riuscendo a badare a lui decide di spedirlo in collegio per essere “rieducato”. La verità è che lui, a differenza di quasi tutti gli altri, non è cattivo, ma semplicemente deve sopravvivere. Tuttavia si vede bene in varie sequenze la repulsione del ragazzo nei confronti della violenza, che si mostra quindi come meccanismo obbligato, e non scelto.

Nel collegio incontreremo l’unica figura educativa positiva, il direttore. Egli sarà l’unica persona disposta a dare fiducia al ragazzo, sistema che sembra subito dare i suoi frutti. Infatti il protagonista, attribuitagli una responsabilità, mostra tutta la sua volontà nel dimostrare di essere in grado.

Ma ancora una volta questa possibilità gli verrà negata dalla violenza. Il finale, di nuovo, sarà inevitabile: il più forte sopravvive e il più debole perisce. Il protagonista infatti muore e il suo cadavere viene gettato in mezzo ai rifiuti. La pedagogia, nella prospettiva di Buñuel, ha fallito.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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