Focus

5 film non abbastanza ricordati che piaceranno ai buonisti e ai radical chic

AVVERTENZA: questo articolo apoliticissimo conterrà una sfilza di film sul razzismo e contro di esso. Via coloro ai quali potrebbe dar fastidio come argomento… non si sa mai.

Colgo, finalmente, la palla al balzo per parlare di uno degli argomenti che ora sono sulla bocca di tutti e che più mi stanno a cuore: le classifiche.

Nonostante il titolo parli da sé, però, ci tengo a sottolineare che, in questa lista, mi servirò solo della mia geniale e non richiesta ironia, perché, ve lo posso assicurare, sarò anche un sobillatore, un agitatore, un politicante a tempo perso anche, ma non sono una pornostar.

Ovviamente, come specificato nel titolo, tra la miriade di film sul razzismo, non inserirò titoli celebratissimi come Gran Torino o American History X, ma soltanto pellicole che qualcuno (purtroppo), potrebbe essersi perso.

 

5 – District 9, di Neill Blomkamp.

Fondamentalmente il film è apartheid, xenofobia e segregazione in chiave fantascientifica. Ed è geniale.

A partire dai “gamberoni” (migranti?), fino ad arrivare alla Multi National United, District 9 sembra essere uno dei film sul razzismo che tocca l’argomento in maniera assolutamente nuova, sottile e, sicuramente, necessaria. Da Blomkamp sono arrivati, dopo questo, anche Elysium e Chappie, ma nessuno dei due ha replicato la potenza di questo primo lavoro: il film, infatti, risulta, nella sua finzione, di una realtà spaventosa.

4 – Fruitvale Station, di Ryan Coogler.

Tutti in Italia, ormai, abbiamo visto Sulla mia pelle, il film che racconta la storia di Stefano Cucchi. Ma pochi conoscono il suo film speculare: dal regista di Black Panther, infatti, arriva questo Fruitvale Station, il film che racconta le ultime ore di vita di Oscar Grant, ragazzo di colore ucciso dalla polizia, la cui morte diede inizio, in America, a rivolte e proteste.

Indubbiamente, il problema delle forze armate oltreoceano è serissimo poiché lì non ci sono solo taser e caffè al bar a tutte le ore: nella sua ora e dieci di film, Coogler riesce a far capire allo spettatore cosa voglia dire vivere secondo uno schema di cui non si conoscono le origini. Grant, interpretato da Michael B. Jordan, è segregato senza saperlo, vive il razzismo ogni giorno senza rendersene conto, e, altrettanto paradossalmente, muore senza capirne il perché. 

Fruitvale Station è una grande lezione sulla diversità, che dovrebbe essere insegnata decisamente a molte persone che corrono ancora dietro Leghe e cravattari.

3 – Il buio oltre la siepe, di Robert Mulligan.

Normalmente direi che chi non abbia mai visto questo film, dovrebbe rivedere un secondino le sue priorità, ma, altrettanto normalmente, ormai, mi rendo conto che davvero in pochi l’hanno visto. Ed è ovvio che sia così, se ancora mastichiamo intolleranza a colazione e stronzate a cena saltando un pranzo buono. La storia dell’avvocato evidentemente PDota Atticus Finch e dell’accusato innocente Tom è iconica e rappresentativa di una mentalità gretta e ristretta, ed è inutile parlarne oltre, dato che Il buio oltre la siepe è un cult non solo tra i film sul razzismo, ma anche in relazione alla cinematografia mondiale, e, chiunque non l’abbia visto, dovrebbe precipitarsi davanti allo schermo per recuperarlo.

2 – City of God, di Fernando Meirelles.

Romanzato sì, falso no. City of God è da far vedere a chiunque pensi che chi scappa, lo fa perché non abbastanza capace da riuscire nella sua terra.

Questo, insieme al film in prima posizione, è probabilmente nella lista dei miei preferiti di sempre: attori semisconosciuti, trama fitta e occhio critico (con qualcosa in più). Benè, Buscapè, Zè, sono personaggi che, nel bene o nel male, rimangono impressi nella mente e fanno ragionare chiunque ci entri in contatto. Ricordando le banlieue francesi, i ghetti americani, qui si parla di favelas e, soprattutto, dell’impossibilità di uscirvene “puliti”.

Non esagero dicendo che il lavoro di Meirelles è, per me, uno dei lavori più importanti del nostro secolo. 

1 – L’odio esplode a Dallas (The Intruder), di Roger Corman.

Amato, studiato, analizzato: vi racconterò solo la trama di quest’opera. Cramer, un demagogo, aizza la popolazione “volubile” di un paese del Missouri contro le minoranze di colore e limita la loro istruzione e integrazione scolastica.

The Intruder, un flop assoluto con nessuna pretesa, non eccelle nella regia come non lo fa nel resto del comparto tecnico: la sua grandezza sta nel realizzare un’opera di fantapolitica magniloquente, con un’idea alla base tanto potente quanto efficace nel mandare un messaggio di protesta.

E ho detto così, fantapolitica, perché pensare a cose del genere sarebbe utopia…

…no?

Article written by:

Avatar

Nasce in quel di Napoli nel 1998 ma è rimasto ancora negli anni '80. Spesso pensa di esser stato un incidente ma i suoi genitori lo rassicurano: è stato molto peggio. Passa la totalità della sua giornata a guardare film e scrivere, ma ha anche altri interessi che ora non riesce a ricordare. Non lo invitate mai al cinema se non avete voglia di ascoltare un inevitabile sproloquio successivo, qualunque sia il film.

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi