Focus

5 stereotipi narrativi che hanno rotto le palle

Salve, questo sarà semplicemente un articolo-sfogo del tutto personale.

Dopo un robusto numero d’anni immolato sull’altare del cinema, ci sono ormai una serie di escamotage narrativi che non posso più vedere. Soprattutto nel cinema hollywoodiano – ma non tiriamo sempre lì il sasso: a volte gli altri cinema, volendo competere, fanno peggio.

Vi parlerò perciò di cinque cose che per varie ragioni nel cinema non riesco più a tollerare. Che mi causano eruzioni cutanee se le vedo – o sento – ancora in un film.

Siccome i cliché sarebbero infiniti – il bello e la bella del film che finiscono insieme a prescindere, il cattivo che perde perché spreca tempo in chiacchiere, la protagonista che anche su un’isola deserta mentre fugge dai dinosauri da giorni ha sempre gambe e ascelle perfettamente depilate… – per praticità restringerò il campo solo a cinque aspetti che riguardano la sceneggiatura, e i suoi “trucchi” ormai vecchi come il cucco per cavarsi fuori da certe problematiche.

Ecco, dunque, cinque escamotage narrativi che mi hanno ufficialmente scartavetrato le ovaie. E se non ci avete mai fatto caso finora, sono convinta che dopo questo articolo non smetterete più di vederli ovunque.


1. La cornice narrativa

Ok, questo forse è un mio capriccio. Ma davvero non capisco l’abuso che ne viene fatto.

Esempio standard: il film parte dalla fine, con il protagonista ormai anziano che fa cose e poi ricorda la sua storia e allora a quel punto il film parte davvero.

Siamo in un libro? No.

Hai bisogno di giustificarmi il narratore interno, in un film? No.

Questo è il classico caso di film che non sanno (all’alba del 2016) ancora discostarsi dagli schemi della letteratura. Ma il cinema ha un linguaggio suo, e dovrebbe cercare altre strade. Fareste un film di Cime tempestose che parte con le faccende di Mr Lockwood per un quarto d’ora, fino a che non incontra la serva Nelly che inizia a raccontargli fin da principio la storia di Heathcliff?

No. Appesantirebbe tantissimo la narrazione: se voi foste i registi di Cime tempestose, avreste sale in zucca a immergervi nel vivo, partendo direttamente dalla storia, l’infanzia di Heathcliff e Catherine.

La cornice narrativa che, ripeto, funziona nei libri, nel film crea quasi sempre una distanza con lo spettatore.

Ok, certi l’hanno sfruttata in modo quantomeno originale: ma siete tutti Billy Wilder? No.

Siete Sam Mendes che comunque copia Billy Wilder? Anche basta.

Ci sono dei casi quasi salvabili, come Forrest Gump.

Però ci sono migliaia di film con una cornice narrativa inutile. Quasi sempre, bisogna dirlo, tratti da un libro: e lì allora secondo me il film abdica al suo linguaggio, scegliendo di aderire totalmente a un modello che funziona in un libro ma in un film no.

Abbiamo bisogno di empatizzare coi personaggi di un film, e quale modo migliore che seguire la loro linea temporale nel modo corretto?

A questo proposito, arriviamo all’esempio secondo me più assurdo che mi viene in mente di cornice narrativa.

Caso clamoroso: Il curioso caso di Benjamin Button.

Cioè fammi capire.

Qua stiamo raccontando la storia di un uomo la cui vita scorre al contrario, che nasce vecchio e muore bambino.

E tu senti bisogno di mantenere la cornice narrativa?

Siamo a livelli di ubriachezza potenti.

E sì, lo so che è tratto da un libro.

Ma non me ne frega nulla. Qua ci voleva una linea temporale diritta, sarebbe stata molto più efficace per sottolineare l’inversione di quella di Benjamin.

Cosa mi sta a significare questo flash forward all’inizio?

Con tanto di colpo di scena telefonassimo. Di chi mai sarà figlia la donna al capezzale di Cate Blanchett moribonda?

Sai che cosa? Non ce ne frega un cazzo.

2. Narratore come voce fuori campo

Questo in realtà è un “problema” legato a quello della cornice narrativa, tanto che spesso vanno di pari passo: il voice-over che ci accompagna lungo tutto il film spiegandoci cosa stiamo vedendo.

Perché si sa, siamo dei deficienti che non sanno interpretare delle immagini che ci scorrono davanti.

Anche qui, spesso i film che mantengono un voice-over invasivo sono quelli tratti da libri (o dalle graphic novel).

Ma la differenza fondamentale è che, mentre in un libro il narratore è il nostro mezzo per conoscere la storia, in un film diventa un vezzo superfluo. In più, io capisco lo sceneggiatore, ma accettando di utilizzarlo il regista si risparmia di raccontare gli avvenimenti attraverso quello che è il suo medium di narrazione: le scene e il montaggio. Non fa i compiti, insomma.

Va bene, non tutte le voci narranti fanno un brutto lavoro. Ma si danno casi in cui sono davvero invasive, e danno proprio l’idea che il regista – o il produttore – non sia persuaso dell’intelligenza dello spettatore e senta il bisogno di tenergli la manina con uno spiegone constante.

Smettetela.

Caso clamorosoBlade Runner – The original cut.

Per fortuna, è quasi sicuro che ormai al giorno d’oggi Blade Runner vi capiti sotto mano nella versione Director’s Final Cut, con il finale diverso, il sogno dell’unicorno, e soprattutto… senza voice over del protagonista.

Ma se vi capita, per curiosità filologica, di recuperare la versione che effettivamente finì al cinema nel lontano 1982, noterete parecchio la differenza: la voce fuori campo del protagonista è onnipresente, quasi un rumore di fondo costante, e quel che è peggio ci spiega ciò che stiamo già vedendo.

Se vedrete quella versione, capirete cosa intendo per “voice over invasivo”. Quello che non sopporto più.

3. Era tutto un sogno

Non vi prudono le mani già a leggerlo? Questo è il cliché narrativo che non si può più sentire.

La Costituzione dovrebbe aggiungere una postilla in cui si vieta per legge di usarlo.

Già in letteratura c’era un grave problema di abuso, senza scomodare il cinema.

Bambino che sta scrivendo il suo primo temino di fantasia, fermati.

So che sembra un finale figo, ma non farlo.

Il tuo protagonista è andato veramente in un mondo magico, accetta la sospensione della realtà e non vergognarti di essa.

Hai sei anni, sei troppo piccolo per razionalizzarmi la vita così.

E poi l’hanno già fatto tutti, l’ha già fatto Lewis Carroll centocinquant’anni fa (a proposito: già di base non devi dare confidenza a Carroll).

Ed era già un finale fastidioso la prima volta.

Pensiamoci: raccontare una storia che dura 200 pagine, o 2 ore di film, per poi informarci che era tutto un sogno, o una visione, o un trip del protagonista, tutto sommato è una forma di truffa. L’autore ha tirato il sasso e poi chiude la storia nascondendo la mano.

No.

Caso clamoroso: 

SPOILER ALERT

Ce ne sarebbero di innumerevoli e probabilmente ve ne vengono in mente anche a voi, ma giusto da citarne uno andiamo su un italiano (così da non sparare sempre sulla croce hollywoodiana) recente.

Io lo spoiler alert ve l’ho messo, ma nella mia umile opinione i finali in cui si realizza che è stato tutto un sogno e non è realmente accaduto MERITANO di essere spoilerati.

Anche solo per mettere in guardia il pubblico dal non perdere due ore della sua vita su una menzogna, se non vuole.

Si salva in corner, invece, Inception, che almeno ci lascia col dubbio.

4. Film si chiude bruscamente sugli occhi che si aprono.

Questo è un un vizio registico molto usato, e i pretesti sono innumerevoli: il personaggio è creduto morto, o sta per morire. Il personaggio assume dei poteri particolari – e quindi gli occhi si aprono e sono boh, di colore diverso. Il personaggio si risveglia in un corpo nuovo. Il personaggio dormiva da anni, secoli, millenni e si risveglia. Oh: colpo di scena.

Fidatevi: se comincerete a notare questa cosa, vi perseguiterà.

Caso clamoroso: 

Chettelodicoafare.

Quale film è così poco originale da aver saccheggiato ogni possibile idea ad altri (inclusa la trama di Pocahontas) e dunque non poteva certo farsi mancare questo cliché?

Avatar, ovviamente.

5. Monologo finale

Severamente impiegato in un genere in particolare: il cinecomic con supereroi.

Il film si chiude con uno monologo – a tratti delirante – di un personaggio, in genere in un crescendo trionfalistico.

Uno degli esempi più riusciti nel positivo è il monologo di Jim Gordon alla fine de Il cavaliere oscuro, tanto da essere diventato stra-citato: Batman è il supereroe che Gotham merita, ma di cui non abbiamo bisogno... con l’elemento di originalità che il film si chiude sul suo stesso titolo.

Ecco, pur nello stereotipo, questo è un esempio felice. Non si contano ormai, invece, i monologoni finali imbarazzanti di cui sono infarciti i vari Spider Man, film MCU, film Marvel, film DC.

Ho solo due parole per voi: “anche no”.

Caso clamoroso: Boh. Tutti? Anche qua andiamo sull’ultimo che mi viene in mente: Captain America: Civil War.

Oh, io adoro quel film, ma la letterina di Steve letta dalla sua voce fuori campo alla fine ti dà quel senso di vergogna di seconda mano che provi solo quando c’è il super-ospite straniero a Sanremo.


Bene, se vi vengono in mente altri clichettoni che davvero vi siete rotti le palle di vedere al cinema, che vi fanno venire solo voglia di alzarvi e ragequittare i popcorn*, non esitate a scrivermelo nei commenti. Chissà che non facciamo un Volume II.

 

*Lo so che chi legge è un cinefilo serio che si fa le maratone dei film di Ozu ed evita i popcorn come i vampiri evitano l’aglio, non c’è bisogno che me lo ribadisci. Tieni, il cofanetto con tutta l’opera di Terrence Malick da abbracciare forte.

 

P.S. Ricordatevi di fare un salto dai nostri amici di Cinefili Incazzati!!!

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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