Focus

American Pie I-II-III e la prima folle cavalcata nell’adolescenza

Il primo assaggio di American Pie non si scorda mai.

Consiglio a tutti la lettura coi sottofondi musicale da me selezionati: potreste riaprire gli occhi e trovarvi per magia ad una festa a casa di Stifler.

Insomma che me ne stavo qui sul letto ad ascoltare la musica, preda della stanchezza e della noia di fine giornata, baloccandomi con l’idea di scrivere qualcosa, quand’ecco che scatta la scintilla, l’illuminazione divina che mi si manifesta sotto forma di un gruppo che andava forte tra anni Novanta e primi Duemila: i Blink-182. Ora, per chiunque come me ami American Pie i Blink significano solo due cose: un grosso, enorme groppo in gola e la voglia di scappare di casa, rubare un pick-up e partire con tre amici verso mete più desiderabili di una qualsiasi cittadina di provincia. Perché in fondo American Pie per quelli della mia generazione era e rimane questo: l’estate incombente, la t-shirt al posto del maglione, le corse in motorino a 17 anni con una birra nel sottosella, dieci euro nel portafogli e la voglia di fare festa con una bella ragazza.

[N.B. nonostante la saga completa conti ben 8 capitoli, qui parlerò solamente dei primi tre. Non che abbia qualcosa in contrario agli altri, ma sono tutti quanti nettamente inferiori a questi, inoltre già sarò lungo, figuratevi se aggiungessi altri 5 film…]

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Il primo American Pie esce nel 1999, anticipato da un imponente battage pubblicitario per un film di quel calibro.

Al botteghino fa il botto fin da subito grazie a un incredibile mix di demenzialità, tette (perché le tette sono fondamentali), personaggi-macchietta che fanno spaccare e una storia che non può che far sentire tutti quanti coinvolti: il dramma della prima volta, la spasmodica ricerca di un partner con cui fronteggiare il mastodontico tabù del sesso, il totem che infesta l’adolescenza di chiunque e che nel film viene affrontato dai classici quattro sfigati (“verginelli”) che si dovranno raccapezzare in tutti i modi per trovare una compagna che gliela smolli.

Abbiamo Jim (Jason Biggs) tormentato adolescente un po’ depravato a cui ne capiteranno di ogni; ‘Os’ (Chris Klein), il classico sportivo a cui non la appioppa mai nessuna non si sa bene per quale motivo; Kevin (Thomas Ian Nicholas) il più serioso del gruppo che ha una ragazza ben poco disposta a “schiudergli il più recondito dei suoi pertugi” e Paul Finch (Eddie Kaye Thomas), ovvero l’esteta, il filosofo, definito “pausa merda” per via della sua fobia dei bagni pubblici che lo costringe a correre a casa ogni volta che gli scappa.

tumblr_m2ddpzP2UR1qarmewo1_500E poi c’è lui, l’unico, l’inimitabile, lo spiumapapere per eccellenza, sua volgarità Steve Stifler (Sean William Scott) ovvero “lo Stiffmeister”.

I ragazzi vivono e frequentano l’ultimo anno di liceo nella cittadina di East Great Falls e si rendono tutti conto di quanto sia cruciale il momento che stanno per vivere: il passaggio al college, il raggiungimento dell’età adulta, la fine di un determinato tipo di cazzate che ovviamente non finiranno, perché certe cose e soprattutto certe persone non cambiano mai.

Altro punto forte di American Pie è una dose di memorabilità che – come direbbe Vegeta – è “over 9000”: pensate al termine “MILF”, oggi in voga nel linguaggio giovanile e – mi dicono dalla regia, perché io non frequento – in un certo tipo di siti web; arriva proprio da qui, da American Pie (non temete, sulla MILF ci torneremo più tardi maialoni; se siete per davvero fan di American Pie sapete già cosa mi tengo in serbo per chiudere in bellezza). Pensate poi allo Sherminator, ai consigli sessuali del padre di Jim (uno strepitoso Eugene Levy che fa almeno un cameo in ogni film della serie), alla “fonte della birra”, allo stereotipo di festa studentesca nella villetta (dove al piano di sopra c’è sempre qualcuno che bomba): tutto questo è già nostalgia e rimpianto per un’età d’oro che forse noi sfigatelli di provincia abbiamo più immaginato che vissuto, ma le cui figure e modi di fare provengono in gran parte da American Pie e dall’immaginario che ha creato.

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Nel secondo capitolo vediamo proprio come i personaggi cambino, ma rimangano sempre fondamentalmente uguali a loro stessi: l’estate incombente fornisce una scusa per partire e andare a fare una mega vacanza in una casa al lago, dividendosi tra lavoretti estivi (che avranno i loro saffici risvolti positivi), e festoni sulla sabbia tra nuove conoscenze e vecchi problemi da risolvere.

Il terzo capitolo invece è anche quello più “profondo”, se vogliamo, quello che lo spettatore affezionato piange come una agnella pasquale con gli ormoni a mille e una crisi d’identità, quello che costringe i personaggi – e noi spettatori – a riflettere su quanto tempo sia passato, quante cazzate ci siamo lasciati alle spalle che è però bello rispolverare, perché – come detto – il bello di American Pie è proprio questo: lasciare che certe cose rimangano immutabili come istantanee. Eterne, meravigliose, nostre.

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Il bello di questa prima trilogia è proprio quello di farci scoprire personaggi che non possiamo che adorare fin da subito e che rimangono bene o male – pur crescendo – sempre uguali a loro stessi, in modo che possiamo sempre andare confrontarci con loro. Ed è proprio questo ciò che ci interessa: noi spettatori cresciamo e siamo alle prese con problemi sempre più adulti, così come Jim, Stifler e gli altri, ma mentre la nostra adolescenza finisce la loro pare essere eterna. Ad ogni visione andiamo a riscoprire quel senso di libertà assoluta che proviamo quando cominciamo ad essere autosufficienti ma non ancora adulti, quella sensazione di magnifica eternità che c’è nelle notti passate svegli fino all’alba in giro con gli amici, le prime sbronze clandestine e le (poche) speranze di fare breccia nel cuore di quella tipa là, che intanto non ci starà mai. Quelle notti che quando le vivi sotto sotto lo senti, lo sai, che passati trent’anni ti riscoprirai a pensarci, a farti venire la pelle d’oca per quell’istante apparentemente insignificante che pare però racchiudere la tua intera giovinezza.

Per concludere questo grosso sfogo – perché di articolo non parlerei – dico che American Pie ha rappresentato e rappresenta una delle mie pietre miliari e mi riconferma, ancora una volta, il potere che ha il cinema di incidere sulle nostre esistenze, di creare scenari, immaginari, definire contorni da riempire con la nostra sensibilità, la nostra immaginazione, la nostra esperienza. Mi riconferma anche quanto sia stupido parlare di “cinema alto” e “cinema basso” (e mi ricollego a una famosa intervista di un certo Quentin Tarantino), in quanto esiste solo il cinema buono (che ti lascia qualcosa ed è fatto con un criterio) e il cinema cattivo, fatto senza scopo, per ingranare soldi e morire lì, riducendo il film a un prodotto senz’anima.

Non posso che chiudere con l’immagine qui sotto, che rappresenta colei che sola è rimasta nei cuori di tutti i ragazzi della mia generazione come cifra esistenziale della MILF: la sola, esplosiva “mamma di Stifler”, a te va il mio pensiero, a te la mia dedica perché sei stata fonte di ispirazione innumerevoli volte. Semplicemente grazie di esistere.

Chiudo senza consigliarvi di guardarlo, non questa volta, perché American Pie è una di quelle cose delle quali fruire nel momento giusto: inutile guardarlo adesso con il rischio di non capire ciò che ha rappresentato per una generazione, perché in questo caso non si parla solo di un film, ma di qualcosa di più.

Lasciate perdere, non fa per voi. Chi ha visto ha visto, agli altri auguro buona giornata.

Per tutti coloro che invece hanno capito ciò che intendo, che leggendo si sono sentiti di nuovo brufolosi, vestiti come i culi, alle prese con un complesso di emozioni e pulsioni strane e indecifrabili, a voi va il mio pensiero, con la speranza che un giorno ci si trovi tutti quanti a fare festa su una qualche spiaggia sconosciuta: di nuovo in sella a un motorino con una birra nel sottosella, dieci euro nel portafogli, la voglia di far festa con una bella ragazza e un’intera notte per fottersene di tutto e tutti, e pensare semplicemente al sorgere di un nuovo sole.

“Non l’hai messo dentro finché non l’hai messo dentro”.

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Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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