Focus

Artemis Fowl sbarcherà su Disney+: reazione a freddo

Dopo Trolls: world tour, uscito sulle sole piattaforme digitali, è venuto il turno di Artemis Fowl, in uscita il 12 Giugno direttamente su Disney+, senza passare per la sala.

Da quando il Covid è entrato in scena molte cose sono cambiate. Produzioni sospese, date di uscita slittate, film ritirati dalle sale. C’erano molte decisioni importanti da prendere, alcune condivisibili altre decisamente controverse.

Ma, mentre delle date di uscita nelle sale sono state posticipate, alcune invece sono state addirittura anticipate per uscire in digitale. Viene da pensare a casi come la Universal, che posticipa il nuovo James Bond, ma rilascia il seguito di Trolls o alla Disney, che posticipa il film stand-alone della Vedova Nera o l’uscita europea di Onward, ma prepara sul suo Disney+ il rilascio di Artemis Fowl, che sarebbe dovuto uscire nelle sale a Maggio.

TROLLS vs ARTEMIS: PROCESSO ALLE INTENZIONI

Trolls World Tour

Vale la pena chiedersi il perché di queste decisioni.

C’è chi, pensando al caso Trolls, ha ipotizzato che Universal non nutrisse particolare fiducia nel film, pur essendo il seguito di un campione d’incassi DreamWorks. Ma è stata anche abbracciata l’idea che, con le famiglie a casa, rilasciare un contenuto tanto atteso dal pubblico infantile, sarebbe stato un autentico colpo di genio.

Questo ha trovato un suo fondamento soprattutto negli eventi successivi. Con Universal che acclama il successo (relativo) del film come l’inizio di una nuova era per la distribuzione e con la risposta degli esercenti delle sale. Prima polemica, divenuta poi vero boicottaggio.

Con Disney questo tipo di eventi non dovrebbero accadere, in teoria. La major di Topolino sembrerebbe voler mettere avanti una regolare uscita nelle sale prima ancora che su piattaforme digitali (questo spiega perché Onward della Pixar sia presente nel Disney+ statunitense, ma non in quello italiano).

Eppure con Artemis Fowl questo è successo. E non è il solo, anche altri film sono stati dirottati direttamente sulle piattaforme. Non solo da Disney, ma da molte altre compagnie, anche più piccole o italiane. Eppure per questi film, nessun gruppo di esercenti ha fatto un fiato.

Il motivo qui però è abbastanza evidente: il film non era atteso con la medesima trepidazione. Basti vedere le reazioni indignate ai trailer (o i commenti sotto l’annuncio del lancio su Disney+). Un’apparentemente mancata fedeltà ai libri sembrava sufficiente agli appassionati per condannare l’opera ancora prima di vederla. Curiosamente né i nomi coinvolti dalla produzione né l’entusiasmo dell’autore della saga, sfociato in una simpatica invidia, potevano calmarli.

Il film sembrava un flop annunciato, che generava scontento da parte degli appassionati alle prime immagini o modesto interesse da parte dei profani. Quello che il film ha subito è un vero declassamento, da blockbuster su cui puntare a filmetto da piattaforma, di basso profilo. Simile ad un film televisivo di Disney Channel o ad un Lilli e il vagabondo remake.

Ma possono bastare delle prime reazioni a far prendere ad uno studio così importante una decisione tanto drastica? Non è nemmeno uscito il film, i fan potrebbero cambiare idea vedendolo, approvando i cambiamenti.

Proverei a rispondere, facendo un po’ di mente locale.

LA VOCE DEL PADRONE AD HOLLYWOOD: inefficienza, sottomissione e paranoia

Quando tuona tutti rimangono a terra. La sua parola è legge, come quella di un re in una monarchia assoluta. Questa è la potenza della voce del Padrone. È sempre esistita ovunque e Hollywood non fa eccezione.

Sin dall’alba dei tempi, il grande potere degli investitori della costa orientale è sempre stato un potere da vassalli, perché il re ha sempre l’ultima parola.

Quando Hearst tuonò a causa dell’interesse di Welles per la sua vita privata, Quarto Potere rischiò di non uscire. Metà Hollywood tentò di comprare il film alla RKO per bruciarlo e gli azionisti di New York decisero di ritirarsi da quel che sembrava essere un iceberg finanziario pronto a speronarli.

Hearst controllava la stampa, era lui la stampa. Ed era lì che la pubblicità per un film viveva il suo passaggio più importante. Averla contro significava perdere ogni speranza di promuovere un film. Niente promozione voleva dire bassi incassi, se andava bene.

Il Padrone aveva abbaiato, eppure il film uscì. Perché contro i latrati del potere, un gruppo di filmakers, da Welles al produttore George Schaefer, aveva deciso di andare a fondo, pagando con la carriera. Questo succede ad andare contro la voce del Padrone. Praticamente sempre.

Alan Ladd jr.

Alan Ladd jr., uno dei più grandi produttori che Hollywood abbia mai visto (senza il quale film come Guerre Stellari non sarebbero mai arrivati al Cinema), fu licenziato a seguito di una discussione piuttosto accesa con Grace Kelly, ormai principessa di Monaco e importante membro azionista della FOX.

Ma chi c’è ora al posto di Hearst e di Grace Kelly? Di quale cane hanno paura adesso gli azionisti?

La risposta non è difficile. Siamo noi. Il pubblico.

“Quello della reputazione è un fenomeno piuttosto delicato. Una persona emerge con una parola ed un’altra precipita con una sillaba.”

..dice il personaggio di Robert Pattinson nel capolavoro Cosmopolis. Ma ora basta anche meno di una sillaba: basta una smorfia di disgusto, una reazione a caldo negativa e tutto precipita.

Si passa da un’estremo all’altro. Prima un’élite affossava un’opera, ora siamo noi ad avere quel potere.

Saghe muoiono appena nate, registi vedono togliersi incarichi. E spesso la scelta è dovuta ad una paranoia più che ad un effettivo e fondato timore. I finanziatori hanno paura di noi, cercano di evitare che il nostro scontento possa rovinarli. Esattamente come accadeva ai tempi di Hearst.

Potrebbe sembrare eccessivo, ma, esattamente come queste persone, noi non siamo in grado di giudicare sempre al meglio qualcosa.

Vi piace, vero? Beh, al pubblico dell’epoca no. Ma Walt lo continuò a proporre a spezzoni in televisione. Ora è un cult… Un storia curiosa, vi consigliamo di approfondire a questo link #ilclientehasempreragione #sìcomeno

Il pubblico salvò 2001, ma fece fallire ai botteghini Alice nel paese delle meraviglie della Disney.

Il pubblico ha acclamato e premiato il reazionario Frozen e ha accolto con una svogliata curiosità l’audace e coraggioso Zootropolis.

Sottovalutare il pubblico è sbagliato, perché spesso si dimostra più lungimirante persino della Critica. Ed è verissimo. Ma sopravvalutarlo è altrettanto sbagliato, perché il pubblico non sa quasi mai quello che vuole e spesso cambia pure idea. Quello che prima massacrava lo elegge a cult e quello che prima amava lo guarda con vergogna.

Questo a cosa porta? Porta al fatto che nulla di ardito o nuovo venga più messo in cantiere. Si ripesca ciò che il pubblico ha sempre amato e lo si rilucida. Grandissimi talenti vengono messi a lavorare a vecchie idee, perché quelle nuove il pubblico non le considererebbe allo stesso modo. E quando un filmaker offre una prospettiva ardita e controversa, invece che attendere che le “acque si calmino”, si corre ai ripari.

Tutto poi si complica con un’azienda come la Disney, che ha delle solide linee guida per i progetti di animazione del canone dei Classici, ma che non le possiede per il live-action. Produzioni più vicine ad un happening che ad un progetto continuativo tipico di una major hollywodiana.

Tutto questo avviene tra imbarazzanti pezze malmesse o, come in questo caso, con umilianti declassamenti (che neanche tengono conto dei grandi nomi che ci rimettono nel processo).

L’UOMO DIETRO LA MACCHINA DA PRESA

“Io la farei così questa inquadratura. Immaginati l’effetto che avrà sul grande schermo!”

In tempi difficili, un genio del crimine di dodici anni è un compagno di viaggio formidabile. Brillante e divertente, accompagnerà il pubblico verso nuovi mondi dove incontrerà personaggi indimenticabili, tra magia e caos. La sua famiglia è molto importante per lui e, anche se non lo ammetterebbe mai, sarebbe orgoglioso quanto me che le famiglie di tutto il mondo potranno godersi la sua prima avventura sullo schermo, insieme, su Disney+”

È molto triste leggere queste dichiarazioni del regista di Artemis Fowl. Inconsapevole del suo destino o, peggio, rassegnato ad esso.

Per coloro i quali non lo sapessero, Artemis Fowl è un film Disney, ma è anche l’ultimo film di Kenneth Branagh.

“Ah, così avreste delle considerazioni riguardo il mio film senza neanche averlo visto?… Ditemi, sono tutt’orecchie!”

Quest’uomo ha diverse referenze. Negli ultimi anni si è occupato di importanti progetti per le majors. Ha lanciato il Thor cinematografico con l’omonimo film del 2011. Per la Disney ha diretto il buon remake live-action di Cenerentola. Assieme alla FOX e alla Scott Free di Ridley Scott, ha dato il via alla nuova saga di Poirot con il bell’Assassinio sull’Orient Express. Ha girato il remake degli Insospettabili con la sceneggiatura di Harold Pinter (dopo Beckett il più importante esponente del Teatro dell’assurdo e premio Nobel per la letteratura) e con due dei più grandi attori inglesi della loro generazione: Jude Law e Micheal Caine.

Ma Branagh è soprattutto l’uomo che ha diretto film tratti dall’opera di Shakespeare tra i più memorabili degli ultimi trent’anni, tra bellissime perle come Molto rumore per nulla, autentici capolavori come Enrico V e l’essenziale Hamlet (che riuscì nell’impresa di portare al Cinema la versione integrale del testo shakespeariano) o con teneri tributi d’amore, come il divertentissimo Nel bel mezzo di un gelido inverno.

Questa non è la prima cantonata che la sua carriera riceve. Ma questo sembrerebbe un colpo nuovo. Un suo film viene dirottato su una piattaforma e non vedrà mai la sala.

Questo ci porta ad una domanda scomoda e inquietante. Con l’opera si scredita anche l’artista?

Non è un segreto: il mondo del Cinema è strano e quello Hollywoodiano ne è lo specchio deformante. Quando un uomo, sia pure esso un artista, si dedica per lungo tempo a progetti su commissione, si crea quasi un’identità di operaio (magari sovrascrivendo la precedente). Ci sono casi fortunati come Takashi Miike, ma non va sempre così.

Il giovane Ferdia Shaw nel ruolo di Artemis Fowl II

La reputazione di un regista è sempre a rischio e Branagh sembrerebbe non fare eccezione. Lo dimostra il fatto che dopo soli otto anni di progetti con majors, il suo nuovo film britannico sulla vita del Bardo sia passato praticamente inosservato agli occhi di tutti, senza una vera distribuzione in sala e senza una vera distribuzione fisica.

Sto parlando di Casa Shakespeare (All Is True), con sé stesso nel ruolo di Shakespeare, Judi Dench e Ian McKellen. Cosa? Non sapevate nemmeno che esistesse? Tranquilli, quello nessuno lo sapeva. Probabilmente anche il povero Branagh cominciava a dubitarne.

“Artemis Fowl”

Ormai sembrerebbe che questo grande artista sia destinato a rimbalzare da una commissione all’altra. Colui che il produttore sceglierà nel caso voglia dare un po’ di classe, spettacolarità e autorevolezza al tono del suo film.

Eppure Branagh non si scoraggia mai, durante la sua carriera di attore e regista ha sempre trovato il modo di rimanere a galla o riemergere. Al momento sembrerebbe essere il nuovo attore feticcio di Christopher Nolan (che, dopo Dunkirk, gli ha dato appuntamento per il suo nuovo Tenet) e molti appassionati attendono il suo prossimo film, ovvero Death on the Nile, secondo capitolo della sua saga di Poirot, in cui tornerà nei panni dell’investigatore belga della Christie.

Ogni sua opera, nel bene o nel male, è frutto di impegno e dedizione, di un’attenta lettura del materiale originale e di una fortissima presa di posizione in merito.

Attendiamo con alte aspettative questa sua nuova uscita. Speranzosi per il futuro e un po’ delusi dal fatto che probabilmente non potremo mai godere sul grande schermo dell’immenso senso estetico messo sicuramente in gioco da Branagh per Artemis Fowl.

[NB: …e probabilmente nemmeno sarà doppiato, buona visione famiglie]

Article written by:

Marco Moroni

Nato nel maggio del 1995 a Terni, città dell'acciaio e di san Valentino. Dovete sapere che vicino alla mia città si erge, spettrale, un complesso di capannoni abbandonati. Quando eravamo bambini ci veniva detto che quelli erano luoghi meravigliosi, in cui venivano realizzati film come "La vita è bella" o "Pinocchio". Questo fatto ci emozionava e ci faceva sognare una Hollywood vicino casa nostra. Come il castello transilvano di Dracula, tutti cercano di ignorare quei ruderi ma, ciononostante, tutti sanno benissimo cosa siano e non passa giorno senza che si continui a sognare quel Cinema che nasceva a casa nostra. Chiedendomi cosa mi faccia amare tanto la settima arte, e perché mi emozioni così tanto al solo pensiero, potrei rispondermi in molti modi, ma sono sicuro che quel sogno di tanti anni fa abbia un ruolo più che essenziale. Che sia di genere o impegnato non importa, se un film lo merita ha il diritto di ricevere la giusta attenzione. Perfino un film brutto merita di essere rispettato, ponendo attenzione a quelli che sono i suoi elementi vincenti; anche in questi, infatti, possiamo trovare la bellezza creata da chi ha votato la propria esistenza a quest'arte meravigliosa.

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