Tra libro e film: il dramma- The MacGuffin
Focus

Tra libro e film: il dramma

Ovvero “Cosa diavolo mi è venuto in mente quando sono andato/a a vedere il film relativo al libro che ho appena letto?”

Ci siamo passati tutti, chi più chi meno, almeno una volta nella vita: leggiamo un libro meraviglioso e gli vogliamo bene come si vuol bene ad un amico, un fratello, e all’improvviso la notiziona: da quel libro verrà tratto un film, o una serie TV. Perfetto, ci diciamo. Meraviglioso. E siamo dei poveri illusi, puntualmente, non impariamo mai.

Non fraintendetemi, non parlo propriamente di SCTB – lungi da me, anzi – voglio invece essere razionale e notare cosa succede quando a qualcuno viene la folle idea di prendere una cosa immensa come un libro e ridurla (perché comunque la si metta, di ridurre si tratta) ad un film. E cosa succede a noi lettori quando ci viene la malsana idea di andarlo a vedere, magari poco dopo aver ultimato la lettura.

Il centro quasi (per fortuna) perfetto

Succede anche questo, e non mi schiodo da lì. Ci sono romanzi che sono usciti sul grande schermo persino migliorati sotto certi aspetti, perché solo ad ostinarsi nella stupidità si pensa che un buon adattamento sia quello che prende ogni singolo elemento del libro e ce lo sbatte davanti bello animato. No, ragazzi, accettiamo la realtà: un libro riportato pari pari in film sarebbe una merda. Ecco che allora si screma un po’, si aggiunge qualche particolare e ne esce fuori un prodotto cinematograficamente buono – se non ottimo – e un lettore intelligente soddisfatto.

Perché il lettore intelligente si mette nell’ordine di idee per cui non tutti gli elementi funzionali in un libro lo sono in un film, per cui il film andrà visto da chiunque, anche da chi non si è scoppiato ore e ore sulle nostre tanto amate pagine e soprattutto sul fatto che certe cose sono fisicamente irriproducibili su pellicola, e perfette sulla carta. Un esempio: per quanto bravo un attore possa essere, come potrà un film rendervi la gamma di pensieri e sentimenti provata da un personaggio, considerato che il libro aggira l’ostacolo semplicemente raccontandovela? La voce fuori campo che recita le stesse didascalie di un romanzo vi darebbe l’impressione di stare guardando una puntata di un documentario, ve l’assicuro.

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La leggenda del pianista sull’oceano, diretto dal buon Tornatore, tira fuori due ore e mezzo di film da nemmeno un centinaio di pagine di Baricco. Credo che si commenti da sé.

La tragedia

Ed eccoci al punto saliente, quando invece c’è davvero da dire, ma cosa dire, urlare un grosso “NO!” appena finito (perché almeno lasciamolo finire) il film. Chiariamoci, magari preso in sé è pure un prodotto carino e godibile, ma ci sono cose su cui un lettore non può – e mi sento di dire non deve – sorvolare.

Mi riferisco, per la precisione, a quando si sceglie di rimuovere elementi della trama di grosso spessore, che comportano la formazione del personaggio in un certo modo e che si potevano perfettamente trasporre senza inconvenienti cinematografici di nessun tipo. E magari, contemporaneamente, se ne aggiungono altri che non c’entrano una beneamata fava e che fuorviano, dando tutt’altra interpretazione della vicenda.

A LONG WAY DOWN, directed by Pascal Chaumeil, staring Pierce Brosnan, Toni Collette, Imogen Poots, Aaron Paul, Sam Neill, Rosamund Pike.

In Non buttiamoci giù (regia di Pascal Chaumeil, romanzo di Nick Hornby) due dei personaggi, Jess e JJ, vengono privati rispettivamente l’una del suo essere assolutamente insopportabile, laddove è la negatività dei personaggi a rendere la storia umana e interessante, l’altro di un’intera storyline che sintetizza il messaggio del romanzo, ma finiscono invece con l’avere una relazione. Grazie, davvero!

Cosa voglio dirvi, dunque?

La verità è che io a dirigere un film non ci sono mai stata, e non oso immaginare cosa debba voler dire metter mano e cinepresa su un qualcosa di delicato e importante come un romanzo, ragion per cui entro in punta di piedi nell’argomento. D’altro canto però vedo in certe scelte il metter prima non tanto l’intrattenimento che la pellicola deve fornire, ma l’elemento che fa audience, cosa ben diversa. Bene, io questo non lo accetto. Cinema e scrittura sono due arti che mi permetto di definire sacre, perché sanno intrattenerci e contemporaneamente insegnarci qualcosa. La storia, recente o meno, ci insegna che esse possono andare a braccetto e dar vita a qualcosa di meraviglioso proprio per questo. Dover tollerare che una intacchi l’altra perché diversamente non si può fare, perché si deve andare avanti a divulgare, e questo necessità dei sacrifici, mi sta bene. Intaccare però qualcosa del contenuto originale che racchiudeva, appunto, questo binomio di intrattenimento-apprezzamento e lezione di vita ad un tempo, significa distruggere ciò per cui libri e film nascono. E allora datemi della pignola, della purista, ma se sentirete un sonoro “NO” provenire dal fondo della sala saprete con chi siete al cinema.

Ricordatevi di fare un salto dai nostri amici di Il Cinematografo!

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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