Focus

E vissero sempre felici e scontenti

Lo so, lo so. Ammetto io stessa di avere le palle piene di questa psicosi Disney dell’era contemporanea: sta diventando una specie di culto nostalgico, che neanche i Pooh e Corto Maltese per gli odierni cinquantenni. Per non parlare dell’ormai nota corrente artistica “Se le principesse Disney fossero…” : posso affermare con sicurezza di aver visto disegni a tema “Se le principesse Disney fossero…vecchie/realistiche/struccate/uomini /con prole/ disabili/con la barba/pelose/calve/protagoniste di 50 sfumature di grigio” (giuro, zero esagerazioni, proprio vero che la realtà è comica da sé). Tutto bello, tutto giusto, ma vi prego: conteniamola tutta quest’irrefrenabile nostalgia. E parlo a plurale, perché io amo la Disney, e tutti quei disegni “Se le principesse Disney fossero…”ovviamente me li guardo tutti. Solo che quando sento un venticinquenne dire “ai miei tempi c’era Il re leone!” a me prende malissimo.

Sesso, droga e betoniere

Ad ogni modo, giusto per contraddirmi da sola nel giro di dieci righe, oggi si parlerà proprio di Disney. MA non lo si farà per l’appunto in modo nostalgico, né in modo pettegolo. Lo si farà invece in modo letterario (letterario figo). Perché se è vero che siamo nani sulle spalle di giganti, è vero anche che Walt Disney è stato un nano seduto su spalle belle robuste: fratelli Grimm, Andersen, Giambattista Basile, Hugo, Perrault. La differenza tra Walt Disney ed i suddetti autori è in sostanza una: il pubblico. Se il regista statunitense si prefiggeva come obiettivo quello di intrattenere un pubblico di bambini, le storie di Andersen, Grimm e compagnia avevano tutt’altro intento. La convinzione che le fiabe siano destinate ai bambini è totalmente moderna, poiché la fiaba popolare nasce da adulti per adulti, per distrarsi dalle fatiche del lavoro, tenersi compagnia, consolarsi, intrattenersi. Poi si sa: il pubblico vuole panem et circenses, e nel circenses un po’ di macabro c’è sempre. E qui ce n’è parecchio. Passiamo dunque in rassegna le fonti originali di alcuni classici Disney, sapientemente rivisitate ed edulcorate per non traumatizzarci a vita.

 

  • Il gobbo di Notre Dame | (1996) diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise
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Ecco la costante sia del film che del romanzo: LA FRIENDZONE

Fonte originale: Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo

Solo la Disney poteva ricavarci un cartone animato: a mio avviso sarebbe stato molto più facile animare Madame Bovary o Cime tempestose, il che è tutto un dire. Il motore del romanzo è uno: tutti vogliono bombarsi Esmeralda, zingara buona, brava e bella (tutti gli altri zingari sono ladri assassini). Febo non è il bonaccione biondo del cartone, ma una gran testa di minchia e, come spesso accade a noi donzelle, è proprio di lui che Esmeralda si innamora. Poi c’è Frollo, ossessionato da Esmeralda (aspetto solo velatamente accennato nella versione Disney), che paga Febo per rapirla. Febo però non sa tenere a bada l’ormone e ci prova con Esmeralda, sul più bello esce Frollo nascosto dentro l’armadio e, preso dalla gelosia, pugnala Febo. Frollo scappa, Esmeralda non ha visto chi ha pugnalato Febo e viene accusata. Quasimodo nell’originale è sordomuto (pure!) e difende la ragazza con amore fino all’ultimo. Non serve a nulla: Esmeralda viene impiccata. Quasimodo si accoccola al suo cadavere in tumefazione, messo in una specie di fossa comune per criminali. Qualche mese dopo vengono trovati gli scheletri dei due. Allegria.

  •   La Sirenetta | (1989) diretto da John Musker e Ron Clements
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“TRECENTO ANNI???” (A breve capirete)

Fonte originale: La Sirenetta (1836) di Hans Christian Andersen

Nel cartone la strega del mare si limita a ficcare per magia la voce di Ariel in una conchiglietta, nell’originale le modalità sono un tantino più sanguinolente e le taglia direttamente la lingua. Il principe Eric NON si innamora di Ariel e, pur apprezzandone la grazia e la bellezza, sposa un’altra. Ariel ha un’ultima occasione per salvarsi: uccidere il principe con il pugnale magico, ottenuto dalle sorelle in cambio dei loro capelli (l’immagine di un’orda di sirenette pelate mi fa un po’ impressione). Se Ariel si bagnerà le gambe con il sangue del principe, potrà tornare ad essere una sirena. Lei, innamorata e muta, non lo fa e muore. Ma, invece di trasformarsi in schiuma di mare (destino che comunque accomuna tutte le sirene, creature prive di anima), c’è un premio di consolazione: diventa una creatura dell’aria e dopo trecento (TRECENTO!) anni di buone azioni  potrà entrare in paradiso. Per ogni bambino buono che aiuterà le verrà accorciato il periodo di prova, per ogni bambino cattivo dovrà piangere amaramente, e per ogni lacrima che verserà le verrà aggiunto un giorno di prova in più. Che culo Ariel! Adesso lo chiamano salario di produttività.

  • La bella addormentata nel bosco | (1959) diretto da Clyde Geronimi, Eric Larson, Wolfgang Reitherman e Les Clark
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La frizzante Aurora entusiasta di conoscere il principe Filippo, inesistente nella versione originale.

Fonte originale: Sole, Luna e Talia (1634) di Giambattista Basile

Il racconto in napoletano di Basile è alla base di tutte le versioni successive de La bella addormentata ed è innegabilmente il racconto più trash mai letto. Che figata il barocco. Quella stordita di Talia, cioè l’Aurora disneyana, si addormenta a causa di una lisca di lino; arriva un re un giorno che, così, per noia, la stupra. Poi torna a casa nel suo regno come niente fosse. Talia nove mesi più tardi partorisce due gemelli, sempre addormentata ovviamente. I bimbi cercano il seno materno e, non trovandolo, succhiano il dito della madre estraendo la lisca. La maledizione si rompe e Talia si sveglia; dopo mille peripezie (tra cui il rischio che i gemelli venissero cucinati e serviti in pasto all’ignaro padre) il re sposa la fanciulla e, almeno per questa volta, vissero davvero tutti felici e contenti. Stuprati, semi-necrofili, ma contenti.

  • Rapunzel- l’intreccio della torre | (2010) diretto da Nathan Greno e Byron Howard
c'è poco da ridacchiare

c’è poco da ridacchiare

Fonte originale: Raperonzolo (1812) dei fratelli Grimm

Rispetto all’originale, nella versione Disney rimane solo la ragazza imprigionata dai lunghissimi capelli. E aggiungerei: per fortuna. In questa storia dei fratelli Grimm non mancano mutilazioni e sesso ovviamente (perché che ci crediate o meno sono il comune denominatore di parecchie fiabe). I genitori di Raperonzolo sono due comuni mortali che desiderano ardentemente un pargolo. Quando lei rimane incinta, come tutte le donne in dolce attesa inizia a mangiare come un bue, ma la ragazza ha gusti particolari: vuole solo raperonzoli. Ma non era meglio un bel tiramisù? Dei tacos al formaggio? Un panino con la porchetta? Ma poi che cavolo sono i raperonzoli, chi se li mangia? Il povero marito per soddisfare le voglie della moglie inizia la sua carriera da ladro di raperonzoli. Il caso vuole che la perfida e potente strega Gothel ne abbia un enorme pianta, dunque ogni notte il marito si intrufola nel suo giardino e ne ruba un po’, finché viene sgamato. La strega gli dice che può portarsi via i raperonzoli, ma in cambio la coppia deve regalarle il nascituro. Scambiare un neonato fortemente voluto per dei fiorellini da insalata deve sembrare all’uomo un ottimo affare, quindi lui accetta e la bimba neonata viene cresciuta da Gothel, che all’età di dodici anni viene rinchiusa nella torre. Un principe viene a trovarla ogni notte e la mette incinta. La strega scopre la tresca, taglia i capelli di Raperonzolo e la getta nel deserto per farla morire di stenti, il principe vede la treccia che pende dalla torre e all’oscuro di tutto sale. Non trova però la ragazza ma Gothel, che lo butta giù dalla finestra. Il principe viene accecato dal rovo di spine su cui ricade. Dopo atroci sofferenze di entrambi, il principe e Raperonzolo si ritrovano e le lacrime di lei guariscono la vista di lui (ma io ho ancora in testa la scena dell’accecamento da spine e l’happy ending non mi rallegra più di tanto).

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Article written by:

Lucia Tiberini

Classe 1992. Dopo un'infanzia nella provincia di Perugia, dove trovo notti stellate e sagre del cinghiale, mi trasferisco a Bologna, dove trovo esami, vino e bonghi. Amo il mio ukulele (ma solo esteticamente: non so suonarlo), Dylan dog, gli arrosticini e non disdegno il cinema.

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