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Il favoloso mondo di Dean Jones: la Disney, gli Anni Sessanta e il sogno americano

Avete presente quegli articoli che iniziano con “se avete vent’anni di sicuro vi ricorderete che…”? Bene, non è questo il caso. O meglio: sì, ma non solo. Perché ciò di cui sto per parlarvi ve lo ricorderete sia che abbiate vent’anni, sia che ne abbiate trenta, quaranta, cinquanta o sessanta – sulle nuove generazioni non sono ancora così informata, ma mi e gli auguro che questa bella tradizione non vada perduta. Quale tradizione? Ma Dean Jones e i suoi indimenticabili ruoli con la Walt Disney Company, che domande.

Per chi non lo conoscesse, sorge spontanea la domanda: ma che razza di infanzia avete avuto? Comunque, Dean Carroll Jones nasce nel 1931 a Los Angeles: la Grande Depressione imperversa da un paio d’anni, i soldi scarseggiano e il nostro eroe sembra non avere alcun talento particolare. Ci sono tutte le premesse per una storia hard-boiled alla James Ellroy, ma il buon Dean preferisce le risate al noir; e oltre ai gangster, a L.A. ci sono un altro paio di cosucce abbastanza fondamentali: Hollywood, e gli annessi studios. Faccia pulita e abbastanza banale da americano medio, sorriso aperto, sguardo limpido: Dean Jones  non fa fatica a ritagliarsi ruoli sempre maggiori in commedie romantiche e/o demenziali. Niente di indimenticabile, ma abbastanza per sbarcare il lunario e farsi conoscere dal grande pubblico.

Nel frattempo la guerra finisce, l’ottimismo è nell’aria, il tanto rimpianto boom economico si scatena, e con lui un nuovo tipo di cinema: i film per bambini, sì, ma in carne ed ossa, ché i cartoni animati cominciano a stufare. È a questo punto che nella carriera di Jones c’è la svolta: è il 1965 quando nelle sale di tutto il continente esce F.B.I.: Operazione gatto. Non lo avete visto? Ribadisco: ma che infanzia avete avuto? E soprattutto, i vostri genitori non lo pagavano il canone? Perché il successo di Dean Jones non sta tanto nel botteghino, quanto nelle repliche pressoché illimitate che lo hanno visto protagonista nelle televisioni di mezzo mondo, Italia compresa. In ogni caso: il film racconta la storia di un micio che per caso finisce nel ripostiglio dove dei criminali hanno sequestrato una bionda, questa riesce a incidere un messaggio di aiuto sulla sua medaglietta, la padrona lo nota e decide di recarsi da un baldo agente federale. Inutile dire che il cavaliere senza macchia e senza paura ha il bel faccino di Jones. E non solo quello: se un attore tutto sommato trascurabile è riuscito a dominare questo panorama, seppure di nicchia, nei due decenni successivi, è stato grazie al garbato humour che ha saputo infondere in ogni pellicola.

Poliziotto, borghese con l’immancabile villetta a schiera e moglie imbalsamata, avversario di un pirata fantasma (!), pilota: non c’è ruolo in cui Dean Jones non sia riuscito a dare il meglio. Che nello specifico è consistito nell’incarnare la classe media americana dell’epoca ed il suo personalissimo e al contempo comunissimo sogno: più o meno benestante, spensierata e attenta alle apparenze, e proprio per questo dichiaratamente autoironica. Ecco allora che, appena un anno dopo il primo film di rilievo, lo vediamo impegnato in Quattro bassotti per un danese, dove si trova a dover coniugare la serenità familiare con l’ingombrante presenza di un cane; e ancora, nel 1968 a fronteggiare Il fantasma del pirata Barbanera, che però in fondo è un bonaccione, perché i cattivi veri non esistono nell’universo Disney – al massimo , possono essere un po’ burberi. E che dire poi della saga cult del Maggiolino tutto matto, iniziata sempre nel 1968 e durata per un trentennio, tra Rally di Montecarlo nel 1977 e grandi ritorni alle porte del nuovo millennio?

E a proposito di nuovo millennio: un popolo creativo come quello italiano non poteva non accorgersi del talento di Dean Jones, e quale modo migliore di celebrarlo di un cameo in A spasso nel tempo, pietra miliare della coppia Boldi – De Sica? Negli Anni Novanta, Jones vivrà di luce riflessa: oltre al sopracitato capolavoro nostrano, potrà vantare un ruolo da veterinario in Beethoven, nel 1992, qualche comparsata in La signora in giallo e, nel 1997, Operazione gatto, film che suona tanto come un omaggio alla sua opera prima. Il compianto Dean Jones, scomparso nel 2015, proprio a quello deve la sua fama: all’aver saputo incarnare con leggerezza tic e aspirazioni della classe media, all’aver saputo dare nuovo vigore al cinema per bambini riuscendo a coinvolgere anche i grandi, al non essersi mai preso troppo sul serio, all’essere riuscito ad entrare nei cuori di cinque generazioni.

Perché quel viso belloccio, quegli occhi celesti e quell’aria superficialmente soddisfatta sono il perfetto riassunto del mondo oltreoceano durante gli Anni Sessanta e Settanta. Semplice, colorato, patinato e happy-go-lucky; proprio come un film di casa Disney.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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