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Fenomenologia di Peppone e Don Camillo: se il film a puntate è nato nella Bassa

Scommetto che se vi dico “San Daniele Po” non vi viene in mente nulla. Tantomeno “Piadena”. Figurarsi poi “Stagno Lombardo”, “Motta Baluffi”, “Cavatigozzi”. Però, sono certa che “Brescello” qualcosa ve lo evoca. Tutto merito di Fernandel, Gino Cervi e naturalmente Guareschi, anche se nei suoi libri non l’ha mai citata nero su bianco. Paesino sperduto sulle rive del Po, conobbe la gloria negli Anni Cinquanta, conquistandosi tra le altre cose ben due statue – cosa non da poco per una frazione da cinquemila anime. Chi immortalano? Ma Peppone e Don Camillo, che domande.

Brescello diventò la Las Vegas della Bassa Padana nel 1952, anno in cui venne girato il primo di una serie di cinque film destinati all’immortalità, per lo meno nell’italica penisola: trattasi di Don Camillo, diretto da Julien Duvivier e con protagonisti proprio loro, Fernandel e Gino Cervi. Il primo è un curato di campagna, ma lontanissimo dall’immaginario comune: faccia equina, nerboruto e poco avvezzo alle questioni teologiche, con Gesù Cristo fa più che altro chiacchierate inerenti la gestione di quei venticinque chilometri quadrati. Il secondo, in formissima e divertito come non mai dal ruolo, è il sindaco del paese, all’anagrafe Giuseppe Bottazzi: convinto esponente del PCI, e d’altronde siamo nell’Emilia degli anni d’oro, di certo non è un fine politico, ma senza dubbio ha a cuore la causa.

Chiunque abbia vissuto in Italia per almeno un annetto conosce a memoria le loro vicende, e non potrebbe essere altrimenti vista la frequenza con cui vengono riproposte da Rete 4: il tubo catodico ci mostra, a intervalli regolari, i bisticci fra Stato e Chiesa entro la cerchia di quello che Guareschi chiamava significativamente il Mondo Piccolo, i dialoghi molto terreni tra il prete e il crocifisso, le rivoluzioni campagnole dei comunisti che ancora osavano sognare, il paesello che si schiera, ma a cui tutto sommato va bene tutto. Nell’ultimo dei film, Il compagno Don Camillo (annata 1965, regia di Luigi Comencini), vedremo addirittura il curato avventurarsi nell’ostile Mosca, ovviamente in incognito e ovviamente in compagnia del nemico/alleato Peppone, che tra un comizio e una sfida a colpi di vodka scoprirà che la Grande Madre Russia è ben diversa dall’Eden che aveva in mente. La saga di Peppone e Don Camillo piaceva, piace e piacerà proprio per questo: perché è il trionfo dello spiccio buon senso su arguzia, magheggi, stanze dei bottoni; e perché è un’ode a un mondo che già all’epoca stava scomparendo, e che ora non c’è quasi più – tanto da doverlo commemorare con due statue bronzee di dubbio gusto.

A ben vedere, possiamo considerare l’epopea di Gino Cervi e Fernandel come l’antenato delle moderne serie tv: episodi lineari, della durata di un film, con gli stessi personaggi che ogni volta si ritrovano ad affrontare situazioni diverse, ma dalla psicologia immutata. Oltre ai due episodi già citati, tre sono i restanti capitoli della storia: Il ritorno di Don Camillo, sempre diretto da Julien Duvivier, del 1953; e Don Camillo e l’onorevole Peppone e Don Camillo monsignore… ma non troppo, entrambi firmati da Carmine Gallone, rispettivamente del 1955 e del 1961. Il sesto film, che avrebbe dovuto chiamarsi Don Camillo e i giovani d’oggi, non venne mai realizzato a causa della malattia di Fernandel; fu solo nel 1972 che venne ripreso, ma con attori diversi e pertanto dimenticabili. Lo stesso si può dire del remake del 1983 con Terence Hill nei panni di Don Camillo: a parte che gli Anni Ottanta poco hanno da spartire con la poetica della Bassa, fatta di nebbie e immobilismo, ma poi ve lo immaginate un Don Camillo biondo e abbronzato? Non confondiamo una pietra miliare della cinematografia nostrana con un telefilm da Rai Uno per suorine, please.

Peppone e Don Camillo sono tutt’altro e vanno ben oltre: la cadenza degli episodi è infatti simile a quella di Star Wars. Anni di distanza fra uno e l’altro, fan in trepidante attesa, aspettative elevatissime. E, proprio come per Star Wars, i film alla fine sono tutti uno uguale all’altro: stesse dinamiche, stessi protagonisti, stesso immancabile finale, in cui i battibecchi si risanano in una festa di paese. E tuttavia, non deludono.

La loro forza sta proprio nella loro ripetitività e nei rimandi all’epica popolare di quegli anni: Peppone è immancabilmente accompagnato dai suoi collaboratori di fiducia, soprannominati con il genio tipico di questi piccoli centri il Brusco e lo Smilzo; le rivalità politiche vengono risolte mungendo mucche o battezzando un bambino Libero Antonio Camillo Lenin; le scazzottate hanno più presa del più raffinato programma politico; e i due nemici/amici finiscono per fronteggiarsi, come alla fine del terzo episodio, in una pedalata che non può non ricordare gli scatti di Coppi e Bartali. Il finale di un film, inoltre, rimanda all’altro, basti pensare all’esilio di Don Camillo a Montenara che congiunge i primi due: non vi dice nulla questa dinamica?

Insomma, il genio italico non si è fermato con il Rinascimento: proprio come allora, a metà del secolo scorso uno scrittore umoristico in uno sperduto paesino lungo il Po, grazie a due attori di straordinario talento, e soprattutto di straordinaria autoironia, riuscì ad anticipare le tendenze. Quando vedremo Gino Cervi e Fernandel approdare su Netflix, vorrà dire che anche il resto del mondo si sarà accorto di questo fenomeno.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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