Festival di Venezia
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Festival di Venezia 2020: Recensione dei film vincitori

Diciamo una cosa buona e una cosa cattiva: l’edizione di quest’anno del Festival di Venezia è stata straordinaria e oltre ogni aspettativa. Eravamo tutti dubbiosi, ma viverla dall’interno è stato un onore ed ha avuto tali e tanti elementi di eccezionalità da meritare di essere ricordata per tutta la vita.
Cosa cattiva: forse i film vincitori nella sezione principale, assegnati dalla giuria capitanata da Cate Blanchett, non sono stati all’altezza del resto.

Iniziamo col dire che, paradossalmente, quest’anno i film interessanti si trovavano forse nella sezione più “autoriale”, Orizzonti. Mentre nel concorso principale c’era una qualità media più alta del solito, ma i picchi artistici erano pochi: ci siamo ritrovati a un punto in cui veramente avrebbe potuto vincere il Leone d’Oro un film a caso in mezzo a una decina, tanto si equivalevano per qualità (buona, non eccelsa).

Grande escluso per quanto mi riguarda Le sorelle Macaluso di Emma Dante che non ha guadagnato nessuno dei premi possibili ma che a mio parere aveva qualcosa di interessante da dire e che, in quella sezione, forse è il film che mi è rimasto di più.

Ma veniamo a un commento dei film vincitori al Festival di Venezia 77, per quanto sono riuscita a visionare:


Coppa Volpi Miglior Attrice: Vanessa Kirby per Pieces of a woman (Canada/Ungheria)

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La lanciatissima Vanessa Kirby (avvistata come principessa Margaret in The Crown, e sorella di Jason Statham in Hobbs & Shaw) era presente al Festival di Venezia 77 con ben due film in concorso, questo per cui è stata premiata e The World to Come – già definito da alcuni il “Brokeback Mountain al femminile”.

In Pieces of a Woman interpreta una donna che deve elaborare il lutto di una bambina morta alla nascita, in mezzo al rumore di fondo di un marito inadeguato a sua volta, le opinioni non richieste di familiari e conoscenti, l’odio pubblico contro l’ostetrica che l’ha seguita nel parto e la colpevolizzazione più o meno velata che lei stessa riceve (a causa dell’aver desiderato un parto in casa).

Se la maggior parte del film scorre abbastanza lieve, quello che a distanza di giorni mi è rimasto più dentro è sicuramente la lunga sequenza del parto a inizio film, girata praticamente senza stacchi di montaggio: sia la regia sia la recitazione della Kirby riescono nell’intento di trasmettere tutta la fatica fisica, il disagio, l’angoscia di quella situazione. Ti ritrovi a “cercare di respirare” insieme a lei.

 

Coppa Volpi Miglior Attore: Piefrancesco Favino per Padrenostro (Italia)

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Se l’anno scorso ci era toccato sorbire la solfa successiva alla vittoria di Luca Marinelli, considerato “reo” di aver vinto la coppa per l’interpretazione maschile solo per l’impossibilità di consegnarla nelle mani di Joaquin Phoenix (al Festival di Venezia vige la regola di non accumulare più di un premio principale su un solo film, e Joker già si era aggiudicato il Leone d’Oro), quest’anno la contestazione ruota attorno al fatto di aver finalmente premiato Pierfrancesco Favino con una Coppa Volpi per un’interpretazione che è, concretamente, marginale. In Padrenostro, infatti, Favino fa il suo ma non è certo la sua miglior prova d’attore della carriera e, come accade agli Oscar americani, questo premio appare più come risarcimento che non come riconoscimento effettivo nei confronti di questo ruolo in particolare.

In Padrenostro, anzi, c’erano sì performance degne di nota, ma erano in questo caso quella dei due bambini protagonisti.

Onore al merito di Favino, però, per la frecciatina ironica improvvisata verso il discorso di ringraziamento di Pietro Castellitto (premiato nella sezione Orizzonti per la sceneggiatura del film I predatori). Classico ragazzo talentuoso che però, purtroppo, non sembra ancora essere uscito da quella fase dell’adolescenza in cui si ritiene di detenere la verità in tasca.

 

Premio speciale della giuria: Cari compagni! di Andrei Konchalovskj (Russia)

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Quando mi hanno detto che in concorso ci sarebbe stato un film russo in bianco e nero sugli scioperi nel periodo dell’URSS credevo fosse uno scherzo e che magari fosse una specie di operazione meta-cinematografica nuova e interessante.

No. Era esattamente come me lo aspettavo.

Per carità, fatto bene era fatto bene, ma all’uscita avevo due “cari compagni” che mi toccavano terra.

Diciamo che arriva a quel livello di ricercatezza verso cui io divento inesorabilmente troppo bionda per apprezzarlo.

Aneddoto laterale: parliamo dell’elefante nella stanza. In genere, al Lido viene fatto un resoconto giornaliero in merito alle reazioni della stampa italiana ai film in concorso, e capita molto spesso il fenomeno per cui quando si vanno a toccare tematiche come il comunismo o il Sessantotto, le opinioni dei giornalisti si “spacchino” in base al credo politico.

Qua, invece, il film è stato così cerchiobottista da beccarsi un tre stelle politico da tutti: parla del Comunismo, lo stile registico è esattamente quello più tradizionalmente legato all’est Europa, però al contempo denuncia dei crimini (comunisti ma, fondamentalmente, fascisti) dell’URSS.

Quindi sta un po’ bene a tutti.

 

Premio alla regia (Leone d’Argento): Kiyoshi Kurosawa per La moglie della spia (Giappone)

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Anche in questo caso, il film è godibile e niente di più: una storia di inganni incrociati con tinte melò ambientata in Giappone nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, poco prima del suo termine, con al centro una coppia di coniugi filo-occidentali un po’ in antagonismo e un po’ alleati. La scenografia è vagamente finta ma non così male esteticamente, la regia è discreta e onesta ma non c’è una personalità particolare.

Francamente non è un premio che ho capito moltissimo.

 

Gran Premio della Giuria (Leone d’argento): Michel Franco per Nuevo orden (Messico)

L’altro Leone d’Argento del Festival di Venezia, che è diventato in pratica un po’ il “secondo classificato” della kermesse, è andato invece a Nuevo Orden, un film messicano che si potrebbe riassumere in una parola sola: cattivo.

Nonostante l’ambientazione, quello che ricorda subito sono le varie primavere arabe, in cui la rivoluzione popolare anziché trasformarsi in qualcosa di positivo per tutti, consegnando lo Stato nelle mani della democrazia, diventa invece dittatura militare in cui alla fine non esistono più i buoni, ma solo varie fazioni che si neutralizzano a vicenda.

La storia si svolge durante una festa di matrimonio in una villa: tutti ricchi, tutti belli, tutti ignari del fatto che il paese si sta in pratica disfacendo attorno a loro. Presto i rivoluzionari faranno incursione anche all’interno della villa e tutto l’odio per la “casta” che ha il controllo economico esplode furiosamente e senza sconti. Da quel momento, il film diventa una sfilata di disumanità progressiva, quasi fredda nel suo essere di branco e impermeabile.

La scintilla più interessante che offre il film è il suo giocare con l’aspettativa del pubblico: c’è una piega che, avvezzi a certe costruzioni narrative, parrebbe inizialmente andare in una direzione ovvia e persino didascalica, salvo poi essere completamente ribaltata.

Molti sono stati, quest’anno, i film presenti al Festival di Venezia e provenienti da diversi angoli del globo che parlavano di manifestazioni, lotta di classe, rivolte popolari, e credo che sia un dettaglio molto utile da rilevare.

 

Leone d’oro: Nomadland di Chloe Zhao (USA)

Ha vinto il film che pur non avendo folgorato nessuno ha messo d’accordo tutti, tanto che all’alba dell’ultimo giorno aveva già la media recensioni più alta di tutti quelli in concorso.

Il film segue la vicenda di Fern, una ex professoressa vedova (interpretata da Frances McDormand) che, in seguito alla crisi economica e molto probabilmente alle spese mediche intraprese a causa della malattia del marito, si ritrova a vivere in un (brutto) furgone e svolge lavoretti saltuari e malpagati, giusto per pagarsi la benzina, il vitto e la manutenzione del veicolo.

Inizialmente stanziale, a causa dell’inverno troppo freddo e insostenibile nel suo paese d’origine Fern viene convinta a unirsi a un gruppo di “nomadi per vocazione”, tutti più o meno nella sua situazione: gente di mezza età o anche più anziana, con problemi economici e di salute e/o lutti alle spalle, che nella sfortuna hanno trovato una forma di resilienza e comunità – nonché, ovviamente, di amore per il territorio. In tal modo Fern farà amicizie e girerà il paese un po’ come l’Alexander di Into the Wild, a contatto con la natura, con la gente e con i fantasmi del suo passato.

La tematica dell’on the road negli scenari americani è sempre suggestiva e il film è senza dubbio di qualità, ma soffre di un grande senso di “niente di nuovo sotto il sole”. Come accade a un sacco di attori, la bravissima McDormand patisce poi un classico disagio, quello per cui dopo aver interpretato magistralmente un personaggio originale quanto iconico – nel suo caso la Mildred di Tre manifesti a Ebbing, Missouri -, tende poi a vedersi riproporre personaggi che sono di fatto molto simili, esteticamente e caratterialmente, come Fern appunto.

E il carico di amarezza aumenta se si pensa al fatto che Nomadland si porta a casa il premio principale quando Tre manifesti si aggiudicò, sempre al Festival di Venezia, soltanto quello per la sceneggiatura.

 


 

Altri film non premiati (o premiati in altre sezioni del Festival di Venezia ) che meritano una visione:

Ho apprezzato che la maggior parte dei film che ho visto avessero un capo, una coda e addirittura un discorso autoriale di qualche tipo: sarà stato l’anno con pochi grandi nomi, ma anche un anno di, per fortuna, pochissimi onanismi fini a se stessi. Anche nei film piccoli, c’è roba buona che merita una chance:

Mainstream di Gia Coppola, in concorso Orizzonti

Sì: sempre la stessa famiglia. Gia Coppola è figlia di uno dei figli di Francis Ford, scomparso prematuramente a ventidue anni prima ancora che lei vedesse la luce. Quindi, nipote di Sofia e cugina di secondo grado di Nicholas Cage.

Protagonista del film è Maya Hawke, figlia di Ethan e di Uma Thurman (già avvistata in Stranger Things e in C’era una volta a Hollywood di Tarantino).

Togliendoci dunque subito il dente di questa fiera delle raccomandazioni, ci troviamo di fronte a un film che esplora il mondo dei social media e che è, in realtà, registicamente molto interessante, sicuramente di più dei vari film premiati nella categoria specifica. Contiene, inoltre, un’ottima prova di Andrew Garfield, che interpreta il classico ragazzo allergico sulla carta alla “menzogna” delle piattaforme social che si trasforma, piano piano, in una loro creatura, e tra le più mostruose. L’interpretazione potrebbe essere ritenuta a un occhio distratto quasi fuori dalle righe, ma in verità Garfield è stato molto bravo a fare del suo personaggio una figura che diventa quasi un’entità demoniaca.

 

Zanka Contact di Ismaël El Iraki, Migliore Attrice sezione Orizzonti a Khansa Batma

Un bel film musicale ma non solo ambientato a Casablanca, di fatto la storia d’amore tra un musicista decaduto a causa degli stravizi e una giovane prostituta divertente e carismatica, che diventerà la sua nuova voce. Detta così potrebbe sembrare una sorta di A Star is Born in salsa marocchina, ma in realtà la tematica del grooming è sfumata in favore di altro, ed è davvero in gran parte retto dalla sua protagonista femminile, figura che né si spezza né si piega di fronte alle violenze subite.

 

The man who sold his skin di Kaouther Ben Hani, Migliore Attore sezione Orizzonti a Yahya Mahayni

Film molto interessante proprio per la sua tematica: un uomo siriano, impossibilitato ad arrivare in Europa e raggiungere la donna che ama (per i motivi che tutti sappiamo), accetta di mettere la propria schiena a disposizione di un artista famoso affinché egli vi realizzi un’opera d’arte.

Questo ovviamente dipana tutti i dilemmi etici cari all’arte contemporanea, visto che l’uomo modifica, di fatto, il suo stato ontologico: come opera d’arte – e, quindi, oggetto – gode di tutti i benefici della circolazione internazionale di cui non può godere come essere umano. L’artista, inoltre, non si limita a fargli ottenere la fatidica Visa Schengen per il permesso di soggiorno europeo, ma ne fa il soggetto stesso dell’opera, tatuandogliene l’immagine sulla schiena.

Di fronte ai benefici, ma anche all’umiliazione di fondo, della sua situazione, l’uomo persegue il suo scopo, con un occhio sempre – metaforicamente e letteralmente – alle sue spalle.

Ah nel film c’è anche Monica Bellucci, ma se non c’era era uguale.

 

Saint-Narcisse di Bruce LaBruce, Giornate degli Autori

Senza ombra di dubbio il film più trasgressivo di quest’anno (anche se niente raggiungerà mai le vette di Moebius di Kim Ki-duk, almeno al Festival di Venezia), trattando tematiche limite come il narcisismo patologico, l’incesto, il poliamore, monaci che fanno cose che non dovrebbero, e che sorprende per il tono molto difficile da inquadrare per buona parte del film – tanto che è uno dei pochi casi in cui veramente ci si potrebbe trovare a uscire dalla sala perplessi prima di averlo “capito”.

Fino alla scena clou, infatti, si fa davvero fatica a comprendere se gli evidenti aspetti caricaturali percepiti, sia nella storia che nella regia impiegata, siano intenzionali o soltanto imbarazzanti. Lo spirito della pellicola diventa chiaro mano a mano che il climax procede, con una serie di scambi di battute che meriterebbero di diventare iconici, fino alle vette della scena finale.

Comunque se Boccaccio avesse vissuto negli anni Settanta, avrebbe girato un film come questo.

Talmente folle che fa il giro e diventa cult.

 


Ci sono stati anche altri film degni di attenzione, ma rispetto a quelli elencati qui, che non è scontato trovino distribuzione italiana, usciranno quasi sicuramente nelle sale e, nel caso, vi dedicherò una recensione a parte.

Per il resto, è stata una grande edizione, in cui il disagio è stato di volta in volta compensato con dei vantaggi – più sale, più possibilità di prenotare il proprio posto, meno code – e che è stato vissuto dall’interno come una boccata d’aria fresca, una sorta di terapia di gruppo. Alla giusta distanza, come i porcospini: non vicini al punto da farsi male, ma quel tanto che bastava da guardarsi negli occhi e tornare a parlare di film, che è la cosa che ci piace di più.

(A noi. Non ai porcospini. Insomma, avete capito la metafora).

 

 

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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