Focus

Gian Maria Volonté: il più grande attore del cinema italiano (dopo Massimo Boldi)

Bene, naturalmente scherzo. Se incontrassi Boldi la prima e unica cosa che farei sarebbe scoreggiargli sulla pelata. Colui di cui oggi vorrei parlare è una sorta di semi-Dio, una sorta di divinità da venerare e contemplare, studiare ed osservare, omaggiare ed idolatrare. Non sto parlando di Giuliano Ferrara, né, tantomeno di Vasco Rossi (grande Kom sei tutti noi, mi raccomando continua a fare dischi, sono splendidi e tu sei giovane e pieno di idee nuove, sei il mio eroe), ma, piuttosto, di uno dei più grandi attori che il cinema italiano possa vantare fra le sue fila: Gian Maria Volonté (1933-1994). Riposa in pace.

Ma chi è Gian Maria Volonté? Difficile che il nome di questo mostro sacro non vi sia balzato alle orecchie almeno una volta nella vita. Qualsiasi essere vivente dotato di padiglioni auricolari ha sicuramente sentito, almeno una fottutissima volta nella sua esistenza, questa epicissima battuta:

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto, è un vecchio proverbio messicano.

Come ben saprete – almeno spero – la celeberrima sentenza è tratta da uno dei grandi capolavori del nostro Sergio Leone, Per un pugno di dollari, immensa pellicola del 1964 grazie al quale il nostro Dio, che qui interpretava la parte del cattivissimo Ramon Rojo (e già da qualche anno aveva iniziato a farsi notare sia in ambito teatrale che cinematografico), spiccherà definitivamente il volo verso l’Olimpo dei grandi attori, andando, a mio modesto parere, a toccarne la cima più alta.

Ma dove sta la grandezza di Volonté? O meglio, dove risiede la grandezza di un attore? Guardare un film di Kubrick, piuttosto che di Petri, piuttosto che di Hitchcock, Visconti o Truffaut (ma anche di molti altri), significa rendersi conto che, in quel preciso istante, di fronte ai tuoi bulbi oculari, sta materialmente prendendo forma il prodotto registico di un Dio della cinematograficità, di una sorta di Cristo della cabina di regia. Un Cristo della cabina di regia che riuscirebbe a rendere degna di nota anche la performance attoriale di un fagiano ubriaco/di una papera morente.

Signori, è inutile che ci giriamo attorno, tutti sappiamo, ad esempio, come Tom Cruise sia senza ombra di dubbio un signorotto ritardato: è alto un metro e quattro fave secche, sembra il fidanzato di Barbie, sul set è duro come una cera di Madame Tussauds e ha la voce simile a quella del mio vicino di casa a cui han da poco rimosso chirurgicamente le adenoidi. Tuttavia c’è un “però”. Lo abbiamo visto tutti Eyes Wide Shut, vero? Si tratta, come ben sapete, dell’ ultima controversissima pellicola di Stanley Kubrick targata 1999. Se la risposta è no, comunque, dovete sapere che in questo film (e solo in questo film) il nostro Tom, sotto l’egida del cineasta americano, sfoggia un’interpretazione esemplare, al di fuori di ogni schema: la parte del dottorino in preda alle ansie matrimoniali gli riesce veramente da Dio.

Ma, allora, dove sta il punto? Quello che voglio dire – senza nulla togliere alla categoria degli attori, vi prego, ne adoro una quantità smisurata e sono convinto che sia un mestiere veramente arduo, folle, pieno di difficoltà e che necessita di un talento enorme – è che un grande regista è in grado di manovrare efficacemente anche il peggiore degli attori, il più cane degli interpreti.

Ma Gian Maria è diverso. Gian Maria non era un attore come gli altri. Con Volonté siamo di fronte a una figura leggendaria: un attore autentico, versatile, incisivo, magnetico, dotato di un carattere roccioso, di una metodicità siderale, di una preparazione fuori dagli schemi. A prescindere da tutto, Volonté padroneggiava la scena. Certo, ha avuto la fortuna di lavorare con dei grandissimi della settima arte, ma quello che si percepisce guardando un suo film è che tutto ruota inesorabilmente attorno alla sua ineluttabile magneticità, alla sua condotta attoriale, alla sua recitazione matura e precisa. Il suo talento generava sul set una sinergia così radicale che, molto probabilmente, se Fabrizio Frizzi avesse mai diretto un film con Volonté, adesso, al posto che identificare il buon Fabrizio come “Il signore più scemo d’Italia”, lo definiremmo un regista di tutto rispetto.

Se Marcello Mastroianni (un’altra icona di livello assoluto) rappresentava il prototipo del latin lover, della mascolinità, dell’uomo mediterraneo amato e venerato dalle donne di tutto il mondo, Volonté esprimeva, invece, l’altra faccia dell’Italia attoriale: una celebrità, sì, senza ombra di dubbio, ma che risplendeva di tutt’altra luce rispetto a quella del collega. Una luce più fioca e tenue, ma comunque destinata a non spegnersi mai.

Volontè e Mastroianni in "Todo Modo"

Volonté e Mastroianni in “Todo Modo”

Dichiaratamente di sinistra, ricordato per la sua incredibile capacità nel sapersi incarnare efficacemente nei suoi personaggi, per il suo accento cangiante, per il suo istrionismo, per la sua coerenza, per la sua professionalità etica, per il suo anticonformismo, Volonté indossava i panni di un Divo, sì, ma di un Divo atipico. Sempre restio a farsi immortalare lontano dal set, spicca il volo con gli spaghetti-western di Sergio Leone (all’estero è principalmente ricordato soprattutto per il ruolo del villain in Per un pugno di dollari e in Per qualche dollaro in più), tuttavia raggiunge la gloria e la definitiva consacrazione artistica divenendo attore simbolo del cinema d’impegno civile italiano.

Collaborò con Francesco Rosi (celebre la sua interpretazione di Lucky Luciano nell’omonimo film, piuttosto che di Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli), con Elio Petri (come non dimenticare la caricatura che fece di Aldo Moro in Todo Modo, piuttosto che la magistrale interpretazione del questore di polizia nel cult Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, dove il suo marcatissimo accento meridionale corredato dalla solita maniacale capacità di immedesimarsi nel ruolo ne fa uno dei personaggi più sensazionali della storia del cinema), con Carlo Lizzani (è in Banditi a Milano del 1968 che indossa gli abiti di uno spietato criminale torinese – e anche qui il lavoro che compie su accento e dizione è qualcosa di straordinario), con Giuseppe Ferrara, Gianni Amelio, Giuliano Montaldo e molti altri.

Nel 1968, dopo pochi giorni di riprese nel film di Alberto Patroni Griffi Metti una sera a cena, lascerà il set con questa motivazione: “Io non faccio film borghesi”. Rifiuta l’invito di Francis Ford Coppola a far parte del set de Il padrino. Per tutta la vita sta lontano dalla vita pubblica, dalle passerelle, dalle luci della ribalta, per isolarsi esclusivamente nella preparazione dei suoi personaggi. I fratelli Taviani, che collaborarono più volte con Volonté, raccontano di come lavorare con lui non significasse soltanto avere a che fare con un attore, ma significasse anche avere a che fare con un “autore/co-autore/creatore”.

Arrivava sul set già truccato, racconta la costumista Gianna Gissi che ebbe occasione di incontrarlo sul set del film Porte aperte del 1990. E fu sempre durante la lavorazione di questo film che l’attore Ennio Fantastichini, il quale nella pellicola aveva il ruolo del co-protagonista, narra di come durante tutto il corso delle riprese Gian Maria non lo avesse degnato neppure di uno sguardo, di un saluto, di una parola.

Soltanto finito il tutto Fantastichini ricevette una telefonata da parte di colui che così tanto aveva provato ad avvicinare, ma dal quale così poco, sino ad allora, era riuscito a ricevere: “Ho fatto il pollo coi peperoni Ennio, ti aspetto a casa. Adesso, sai, possiamo diventare amici, nel film eravamo avversari, e non era il caso parlassimo”. Immenso.

Un rigore assoluto, una vita devota alla ricerca di migliorarsi, di penetrare all’interno dei personaggi, studiandone dettagliatamente le movenze, la personalità, la parlata, analizzandone i tratti etici e morali. In un’intervista che concesse ad Enzo Biagi intorno agli anni ’70, Volonté racconta di come, se non fosse diventato un attore, avrebbe probabilmente provato ad intraprendere la carriera giornalistica:

Caro Biagi, per prepararmi ad affrontare i miei ruoli, raduno tutto il materiale possibile, leggo tutto quello che trovo, e poi colloco la figura nel suo momento storico. Qualcosa di simile, insomma, a un’inchiesta giornalistica, all’indagine del cronista.

Sarebbero troppe le cose da dire su questa assoluta divinità. Esistono una marea di scene epiche che, ad ogni fottutissima visione, mi fan venire la minchia lunga come l’Autostrada del sole, ma, dovendo sceglierne una con cui congedarmi, vi lascio con questo magnifico e famosissimo monologo dove il nostro Dio interpreta le veci dell’anarchico Vanzetti (tratto dal film Sacco e Vanzetti del 1971 diretto da Giuliano Montaldo). Dopo circa un minuto, potete scorgere la guardia giurata alle spalle di Volonté in preda alle lacrime. Finito il ciak, il regista si avvicinò alla comparsa chiedendole per quale ragione si fosse messa a piangere. “Ma cosa ci posso fare, a me questo me fa piagne!”

PS: se qualcuno si fosse chiesto se esista, al giorno d’oggi, un erede di Volonté, piuttosto che di Mastroianni, Tognazzi, o di qualche altra pietra miliare dell’Italia attoriale, la risposta è negativa. E lo sarà per sempre. Tuttavia nutro un’enorme stima nei confronti di Giulio Scarpati. Grande attore e grande uomo, spero gli diano il Telegatto.

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Credits: “Un attore contro: Gian Maria Volontè”, di Ferruccio Marotti, 2005, documentario.

Article written by:

Lorenzo Montanari

"Il ragno rifugge dal bugigattolo, ma è ben attento alla preda. Sarà l'ora di fare un bagno, Edison?" Sestri Levante, Genova, Italia.

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