ran giapponesi
Focus

Anche i giapponesi hanno delle espressioni facciali (e sono incredibili)

Voglio immediatamente precisare che nessun istinto razzista o xenofobo ha ispirato questo articolo, solo spirito di osservazione.

Non so voi, ma passeggiando per Milano e attraversando l’ammasso stellare che è la folla asiatica presente nella città lombarda, mi è capitato troppo spesso di dire al mio compagno di camminata: “Ma gli asiatici hanno tutti la stessa espressione?”. Ora, senza stare a discriminare su che tipo di asiatico sia maggiormente migrato verso Milano, voglio soffermarmi in particolare sulle capacità espressive (somaticamente parlando) dei giapponesi. E siccome scrivo per un blog di Cinema e non di psicosomatica applicata all’antropologia, vi trastullerò un poco i cabbasisi su come le espressioni facciali dei giapponesi impattino sulla loro recitazione nei film. Mi dispiace vietcong, sarà per la prossima volta.

giappone

Ho scelto l’immagine sovrastante per due motivi. Il primo era togliere ogni ambiguità sulla nazionalità di appartenenza dei soggetti di cui andrò a parlare (lo so, sono molto simpatico), mentre il secondo deriva dal fatto che fino a circa 3 giorni fa consideravo il livello espressivo dei giapponesi alla pari con quello della loro bandiera: un punto fermo incapace di essere espressivo. L’unica qualità che ritenevo considerevolmente differente era incarnata dalla diversa gradazione di colore che intercorre tra la bandiera e i piccoli asiatici. Perché sapete no, i giapponesi sono gialli… GIURO CHE QUESTO SARÀ L’UNICO E IL SOLO COMMENTO RAZZISTA DELL’ARTICOLO.

Dicevo che questo articolo nasce da spirito di osservazione. Infatti l’idea mi è venuta durante la visione di Vivere, film di Akira Kurosawa. Ad un certo punto di essa mi sono reso conto di quanto fossero fondamentali all’ottima resa della pellicola le espressioni assunte dagli attori: situazioni di quasi fermo immagine con in primo piano un volto, sindrome di Stendhal. La capacità con la quale gli attori, semplicemente assumendo una particolare espressione, mi stavano facendo provare sentimenti è unica ed inimitabile.

vivere akira kurosawa

La sensazione è strana, perché a primo impatto la recitazione giapponese pare assurda e troppo esasperata. Mi spiego meglio: la prima volta che mi sono approcciato alla visione di un film giapponese ho fatto davvero fatica a trovar credibili gli attori, questo perché, non essendo abituato, faticavo a distinguere i personaggi e di rimando avevo la sensazione che gli attori facessero semplicemente a gara a chi riuscisse a mettere in scena l’espressione facciale più assurda. Successivamente sono stato portato a credere che il modo di recitare dei giapponesi mi sembrasse così assurdo solo perché ero troppo abituato alla canonica recitazione occidentale. Tuttavia era come se la Settima arte orientale non potesse fare a meno di questo particolare tipo di resa recitativa, un po come tutte le 23 differenti personalità del protagonista di Split

ran akira kurosawa

Ma c’è un ulteriore passo in avanti da compiere per capire la grandezza dell’abilità recitativa giapponese. Sappiamo tutti che la recitazione cinematografica getta le sue radici in quella teatrale (cof cof Charlie Chaplin cof cof). Ebbene, col passare degli anni e dei decenni, la recitazione a stampo teatrale si è evoluta fino ad arrivare alle interpretazioni iperrealistiche a cui siamo abituati oggi. La recitazione giapponese, invece, non si è evoluta . BULLSHIT!

Ciò che contraddistingue l’arte e la cultura giapponese da quella occidentale è, ed è sempre stata, la differente origine delle cause scatenanti arte. La cultura giapponese ha da sempre fondato la sua ricerca nell’individuare le spinte profonde che muovono l’individuo, spesso legandole a fattori metafisici o spirituali, ma purtuttavia mantenendo un costante legame tra l’individuo, ciò che lo circonda e la ricerca di sé. La cultura occidentale, invece, progredendo si è sempre più esposta ai piaceri, all’influenza commerciale e alla mercificazione, fattori che di rimando sono andati a “infettare” l’arte, contribuendo a dar forma alla cosiddetta società della spazzatura. Questo è il motivo per cui l’arte giapponese è significativamente distante dalla nostra, ed è anche il motivo per cui i relativi meccanismi recitativi dei giapponesi appaiono così strambi se visti da occhi occidentali.

rashomon akira kurosawa

È quindi inevitabile che la recitazione giapponese sia rimasta attaccata e fedele allo stampo teatrale. La recitazione teatrale rende più accentuato ogni comportamento assunto dall’attore, il che porta a un maggiore evidenziamento della spinta dell’agire umano. Per questo motivo le interpretazioni attoriali giapponesi elevano il film stesso ad un livello superiore, rendendolo davvero autentico e intriso di valore emozionale.

Inoltre è anche evidente che l’approccio teatrale contribuisca (e non poco) a “educare” in modo decisamente migliore gli attori stessi. Per farvi capire cosa intendo vi pongo due quesiti:

  • Avete mai visto recitare male un attore in un film di Kurosawa?
  • Avete mai visto recitare male Scarlett Johansson?

i sette samurai akira kurosawa

D’ora in poi, girando spassionatamente per Milano, mi soffermerò sui visi apparentemente inespressivi ed omologati degli asiatici e cercherò di capire se tale inespressività è data da effettiva incapacità espressiva o se invece, per osmosi, l’Occidente, la Babilonia di Bob Marley, ha preso il sopravvento su di loro.

Intanto, anziché farvi trascinare dai caldi tepori estivi nella soporifera assenza di personalità, lasciatevi emozionare da una delle canzoni più tristi che il cinema abbia mai conosciuto e ricordate che esiste allegria anche nella morte.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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