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Harry Potter: a difesa della saga cinematografica

Tra la gente, e non solo nella critica più altezzosa, c’è l’insopportabile tendenza a sminuire un’opera in caso quest’ultima diventi di tendenza e quindi, secondo l’opinione comune, meramente commerciale. Posto che il popolo non può elevarsi culturalmente oltre ad un certo limite e, al tempo stesso, la cultura più alta e radicale non deve abbassarsi al popolo proprio per preservarsi, ho sempre trovato profondamente sbagliati gli atteggiamenti nei confronti di una saga relativamente giovane, ovvero quella di Harry Potter.

2db7dba200000578-0-image-a-52_1445643457087Tralasciando le ovvietà, ovvero che la Rowling ha creato il fantasy post-moderno, e che tutti gli autori che hanno provato a copiarne la formula sono solo patetici imitatori, e che i libri sono inevitabilmente superiori ai film, sono proprio questi ultimi che voglio prendere in esame. Il sottoscritto è nato negli anni ’90 ed è stato accompagnato per tutta la sua infanzia dalla creazione della scrittrice scozzese. Fino ad ora ho evitato volontariamente di scrivere della saga, conscio del fatto che sarei stato influenzato eccessivamente da un legame affettivo infantile e adolescenziale che, comunque, non mi abbandonerà mai del tutto. Però, in vista anche dell’uscita imminente di Animali fantastici e dove trovarli, ho ripreso in mano i romanzi, rivisto i film e deciso di spezzare una lancia a favore della saga cinematografica, secondo me sin troppo criticata. Se invece volete una disamina dei singoli film la trovate qui.

Non si può parlare di una serie così longeva senza tener conto dei cambi alla regia. Cambi che per molti rappresentano un difetto imperdonabile, ovvero la mancanza di una linea coesa e precisa lungo tutti gli otto film. Se in parte questa linea di pensiero non può che aver ragione, dall’altra mi sento di dissentire: a posteriori, posso dire che la forza della saga è proprio quella di aver avuto quattro registi diversi che, a loro modo, hanno lasciato un’impronta marcata e donato il loro personale punto di vista su un mondo complesso come quello di Harry Potter.

f16362f3-15e9-4d2a-ac60-1d08be60b142Solo Harry Potter può contare un autore della portata di Alfonso Cuarón, premio Oscar per Gravity e regista del capitolo più bello della saga: Il prigioniero di Azkaban. Cuarón riuscì a mantenere una certa autonomia artistica, riscontrabile nei virtuosismi registici e in un’introspezione dei personaggi mai così approfondita. Senza contare il modo prodigioso col quale ha gestito tutta l’ultima parte, tra il viaggio nel tempo e la tragica rivelazione sul passato del protagonista. Oltre Cuarón, come non applaudire la scelta di Chris Columbus per i primi due atti, regista di film per famiglie diventati cult e quindi uno dei più indicati per riportare su schermo le atmosfere magiche dei primi due libri, o Mike Newell, che con Il calice di fuoco ha realizzato il capitolo più adrenalinico della saga. Anche David Yates, pur essendo tutt’ora controversa materia di studi, era una scelta in linea con il sottotesto politico che caratterizza la saga dal quinto capitolo in poi.

A cinque anni di distanza dall’uscita del finale, personalmente ritengo Il principe mezzosangue l’unico film ingiustificabile, soprattutto considerando che è tratto da uno dei libri migliori. Nell’opera filmica il passato di Lord Voldemort venne lasciato da parte, a favore di un aspetto del libro totalmente superficiale: le relazioni amorose. Chi ha letto i libri sa che la Rowling iniziò a raccontare l’esplosione ormonale dei suoi protagonisti sin dal quarto libro, ma senza mai cadere nel mieloso e retorico. Evidentemente, durante la lavorazione del sesto film, la produzione ha sentito la pressione di un’altra saga appena nata e in forte ascesa: Twilight. Detto ciò, non trovo nemmeno questo sesto capitolo totalmente da buttar via, dato che gode di una fotografia eccezionale, tetra e decadente, e di almeno tre scene di grande impatto, incluso il drammatico finale.

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Comunque, piacciano o meno, i film di Harry Potter hanno il pregio di essere fedeli all’anima delle controparti letterarie, condividendone perciò la stessa profondità filosofica. Per cui mi ricollego all’inizio dell’articolo: Harry Potter non merita di essere trattato come mero intrattenimento commerciale, né da chi lo ritiene tale con accezione positiva, né da quella parte della critica troppo snob per dargli una possibilità.

mv5bnzuxoduxmje5nv5bml5banbnxkftztcwnjyyodgwna-_v1_sy1000_cr0016781000_al_In primis, Harry Potter è un’opera profondamente antifascista, e ciò è chiaro sin dal quinto libro. Con Lord Voldemort al potere, l’istituzione della giustizia è irrimediabilmente corrotta e certe tensioni, palpabili nei film precedenti dagli atteggiamenti razzisti dei Serpeverde, si trasformano in vere e proprie leggi di discriminazione razziale. Per questo, a differenza di molti, ho amato I doni della morte – parte 1, dove il regista David Yates ha saputo rendere appieno il terrore dell’instaurarsi di un regime totalitario, con un’inquisizione vera e propria e i dissidenti costretti alla fuga, ma in lotta per un ideale di libertà.

Libertà che è un altro dei grandi temi della saga, il che sembra cozzare con il motivo fondante dello scontro tra il protagonista e il Signore Oscuro, ovvero la profezia secondo la quale solo uno dei due può sopravvivere. Si tratta solo apparentemente di uno scontro tra libertà individuale e predestinazione, dato che la libertà è intesa come una scelta sempre possibile in una data situazione. La stessa profezia, secondo Silente, viene legittimata solo perché Voldemort decide di darla per vera.

Se nel secondo film Silente afferma che “non sono le nostre capacità che dimostrano chi siamo davvero… sono le nostre scelte” e, dopo la morte di Cedric Diggory, avverte il nostro protagonista che “momenti bui e difficili ci attendono, presto dovremo fare la scelta fra ciò che è giusto e ciò che è facile”, non è solo per donare all’opera delle grandi frasi ad effetto. Di fronte all’ingiustizia, Silente non dice che si ha sempre una scelta giusta e una sbagliata, bensì una giusta e una facile. L’atto etico è il coraggio di fare una scelta in nome della giustizia, senza avere la certezza che sia la cosa giusta o convenzionalmente ritenuta tale.

mv5bmtq5mzm5ota3n15bml5banbnxkftztywotu1mdg3-_v1_Non è un caso, infatti, che sin dal primo film i tre protagonisti siano spesso costretti a non rispettare le regole in nome di un bene superiore. L’atto etico non è dettato dalla morale di una società che, nel caso della saga di Harry Potter, è irrimediabilmente marcia e corrotta. Come affermato dallo scrittore Stefano Bartezzaghi, Harry Potter lancia un messaggio chiaro: l’individuo può opporsi all’andare a rotoli del mondo.

Inoltre, come non parlare del finale della storia? Se Harry Potter è “il ragazzo che è sopravvissuto”, ciò è dovuto all’amore della madre, che di fronte alla morte non ha esitato a sacrificarsi per il figlio. La morte è un elemento costante nella saga e nella vita del suo protagonista, tanto da personificarsi nella Storia dei tre fratelli, dove concederà un dono ciascuno per permettere loro di sfuggirle. Ovviamente non si può sfuggire alla morte e l’unico dei fratelli a rendersene conto è il terzo, che la accetta consapevolmente. Lily Potter questo lo sapeva. Voldemort invece è tanto ossessionato dall’immortalità da arrivare a dividersi l’anima in sette parti. Per questo Harry Potter vince: consegnandosi, lui non fugge dalla morte, ma l’accetta.

prisonerofazkaban-trouble1Ma al di là di questo lungo discorso, atto a dimostrare ai più reticenti la profondità di un’opera solo apparentemente commerciale, Harry Potter racconta limpidamente l’inevitabile presa di coscienza di tre bambini, parte integrante del passaggio dall’infanzia all’età adulta. L’amicizia, l’amore e la morte.

P.s. se siete fan di Harry Potter, fate un salto dai nostri amici di “Harry Potter & Il signore degli anelli“!

Article written by:

Mauro Paolino

Classe 1996, inizia a scrivere recensioni cinematografiche all'età di 15 anni. Appassionato di cinema, scrittura e storia dell'arte moderna, passa le sue giornate a guardare film, scrivere sceneggiature scadenti e coltivare la sua barba, nella falsa convinzione di sembrare un ragazzo intellettualmente impegnato.

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