Hip Hop al cinema: è possibile portare su schermo una cultura così ampia?
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Hip Hop al cinema: è possibile portare su schermo una cultura così ampia?

Facciamo ordine: Hip Hop e Rap, non sono la stessa cosa. Mentre il primo termine si rifà a una cultura sviluppatasi negli anni ’70 nella periferia di New York ad opera di disc jockey come Kool Herc o Afrika Bambaatae, poi, Grandmaster Flashil secondo si riferisce semplicemente a un genere musicale tipico della suddetta cultura.

L’hip hop nasce come cultura d’opposizione e di espressione libera della propria identità contro i canoni imposti da una società che vessa sulle minoranze, o, in generale, sui più deboli: in un contesto del genere la parola, la musica, la danza, o in generale, l’arte, sono le uniche armi utilizzate per combattere il sistema. Perché l’Hip Hop non è per forza criminalità. 

E in merito a ciò, il mio primo riferimento è proprio La Haine – L’odio di Mathieu Kassovitz: non propriamente un film sull’Hip Hop, è la storia di tre ragazzi francesi che ne incarnano perfettamente lo spirito sovversivo ed il titolo è rappresentativo della scelta del regista, che crea un capolavoro così totale di cui mai riuscì a replicare il successo. Di seguito c’è una scena che sostiene il discorso che sto per affrontare:

Da qui sorge una domanda…

…come si traspone su schermo una cultura così vasta? Lo vedremo prendendo in esame gli esempi più famosi, tra bei prodotti e film di merda!

  • I Biopic.

I Biopic sono film che raccontano, romanzandola, la vita di personaggi più o meno conosciuti. Molti sono stati quelli che hanno trattato la vita di artisti Hip Hop, sia validi che non: Straight Outta Compton, di F. Gary Gray, è un esempio di biopic con i controcazzi, per usare un termine tecnico. Racconta la storia degli NWA fedelmente, non annoia mai e si lascia seguire tranquillamente anche da chi non apprezza il genere (ci sarà un motivo se la sceneggiatura di questo film è stata candidata agli Oscar?). Il casting, inoltre, è perfetto – per fare un esempio, il figlio di Ice Cube sembra più Ice Cube di Ice Cube – e la colonna sonora è realizzata dallo stesso Dr. Dre, uno dei personaggi di cui si parla nel lungometraggio.

Notorious di George Tillman è, invece, un caso diverso: biopic su Notorious BIG, piace molto agli appassionati (incluso me), mentre è un film mediocre per chi non mastica Hip Hop, ed è un gusto che comprendo a pieno in quanto il ritmo del film è abbastanza lento, ma le inaccuratezze non sono tante o, almeno, non importanti come lo sono in All Eyez On Me, film biografico su Tupac Shakur di Benny Boom. E ora mi incazzo. Ma per fortuna in Italia è stato tenuto in sala solo tre giorni come evento speciale. All Eyez on Me è una catastrofe: inesattezze (memorabile la scena in cui Pac rappa sul palco Hail Mary con il pubblico che la conosce a memoria… per i meno avvezzi: Hail Mary è uscita postuma), regia che è pessima anche per chi non sa nulla di cinema (certe volte si scavalca il campo così visibilmente che da San Siro ci troviamo allo Juventus Stadium), l’unico lato positivo è la assurda somiglianza del protagonista con PacInutile dire che per quelli che Tupac lo adorano, questa pellicola è stata un insulto persino alla memoria dell’artista. Da segnalare anche l’appena uscito su Netflix Roxane Roxane, di Michael Larnell, storia della grandissima Roxanne Shantè.

Demetrius Shipp in All Eyez On Me

Film a metà tra biopic e drammi sono 8 Mile, con Eminem come protagonista, di Curtis Hanson, già regista di L.A. Confidential, e Get Rich or Die Tryin’ di Jim Sheridan, con 50 Cent. Il primo è un film validissimo, ormai cult, che non può essere definito biopic solamente per il fatto che il protagonista non si chiami Eminem”  ma Jimmy Smith, perché, per il resto, è chiaro che la sceneggiatura sia interamente basata sulla vita dello stesso rapper. Il secondo film segue lo stesso schema, e risulta meno riuscito solo per quanto riguarda la trama, prevedibile in alcuni punti.

Anche in Italia ci abbiamo provato: Zeta, di Cosimo Alemà è, semplicemente, inutile. E, qui, si ritorna alle classifiche:

1- Problema di fondo, Izi, protagonista del film e cantante, anche nella vita reale, non è un rapper. Sarà un ottimo trapper, avrà tanto da dire, tutto quel che volete voi, ma non è un cazzo di rapper.

2- In Italia, paese conservatore e fondamentalmente di destra, la cultura Hip Hop è sempre stata spregiata da tutti e, nei film in cui è apparso qualcosa che vagamente somigliasse ad un rapper, quest’ultimo era sempre rappresentato con cappellino girato al contrario e stupido come chi s’interessa delle canne all’Isola dei famosi. Mi sembrava, quindi, assurdo che un biopic su qualcuno che, tra l’altro, era all’inizio di carriera, potesse essere un prodotto interessante e non commerciale, nonostante in Italia ci siano stati rapper validissimi e portatori di idee, come lo stesso Fabri Fibra, Kaos One, i Cor Veleno, giusto per fare dei nomi. E, infatti, non lo è. Unica scena interessante è quella in cui mostrano il protagonista che si vende alle case discografiche, bella critica ma fine a se stessa, tanto che, anche quando ne esce, il giovane Izi mantiene la sua moto rossa fiammante comprata con i soldi guadagnati.

3- Izi canta con l’autotune, è IMBARAZZANTE in ambito filmico il distacco tra scene in cui parla con voce normale/scene in cui canta.

4- Di attori cani nei film italiani, ne ho visti. Ma qui si sfiora gli Occhi Del Cuore.

  • Film che parlano di Hip Hop o ne richiamano la cultura.

Qui la lista è davvero lunghissima: si parte da Boyz ‘n’ The Hood, del ’91, di John Singleton, al suo film d’esordio. Finirà poi per terminare la sua carriera nel 2011 con Abduction. Questo film è, semplicemente, da vedere: il contesto sociale in cui si sviluppa una cultura, a partire dal titolo che riprende un famoso singolo del rapper Eazy-E, è rappresentato in maniera cruda e, purtroppo, fedele, e si offre una morale finale condivisibile, che viene, però, affondata nel finale nel massimo realismo, a causa di una situazione ormai tipica di zone come Compton in America, in cui il paradosso sembra una normalità indistruttibile.

Segue a ruota Juice, di Ernest Dickerson, con Tupac tra i protagonisti insieme all’Omar Epps di Dr. House che ha una trama molto simile ma non meno pregevole, ed è ambientato ad Harlem invece di Compton. Si passa poi a Hustle e Flow, di Craig Brewer, struggente (troppo, forse?) parabola di ascesa nel mondo della musica che ruota attorno alla canzone It’s Hard Out Here for a Pimp dei Three 6 Mafia. Si parla di Hip Hop anche nel bel Kush Groove, di Michael Schultz, in cui, similmente ad un biopic, si analizzano i primi anni di carriera del produttore discografico Russel Simons, della Def Jam Recordings.

Ma molti altri film omaggiano questa grande cultura, come Dope, film completamente fuori di testa del 2016, in cui tra i protagonisti figurano A$AP Rocky della A$AP Mob e Tyga, rapper/trapper della nuova scuola, Friday, del già citato Gary Gray, con Ice Cube e Chris Tucker come protagonisti (per intenderci, da quest’ultimo film proviene il famosissimo meme “daaaaaaaamn) o, ancora, Paid in Full (che porta il pesante nome dell’album d’esordio di Rakim ed Eric B. come duo) e il recentissimo Black Panther della Marvelche presenta una colonna sonora interamente realizzata da Kendrick Lamar e altri esponenti della scena.

Ma consideriamo anche i film del cazzo, che, comunque, contribuiscono al far conoscere l’hip hop: si parla di Due Sballati al College, con protagonisti Method Man e Redman, a tutti gli effetti uno stoner film” ovvero un film che parla di erba o ruota attorno a essa, e del terribile Da Hip Hop Witch, parodia di Blair Witch Project con protagonisti Eminem, Ja Rule, Vanilla Ice, Havoc, Prodigy, Pras e Rah Digga

  • Le Serie TV.

Per quanto riguarda le serie, il primo nome da fare è The Get Down, prodotta da Netflix, probabilmente tra le migliori che offre il servizio streaming, o, quantomeno, la mia preferita: si analizza l’origine dell’Hip Hop nella periferia di New York attraverso la storia di un paroliere, un MC, Zeke, che entra in contatto con personalità quali Grandmaster, Bambaata e Kool Herc. I riferimenti alla pop culture degli anni 70-80 si sprecano, come il co-protagonista Shaolin Fantastic, una citazione vivente. L’atmosfera è frizzante, l’amore per l’Hip Hop è tangibile: si vedono i Block Party, il contesto sociale degradato e qui sì che c’è una vera critica all’industria.

Ah, già, come preludio ad ogni episodio c’è Nas.

Altra serie-documentario valida, sempre disponibile su Netflix, è Hip Hop Evolution, che presenta in ogni episodio varie interessanti interviste, e in particolare segnalo il terzo episodio, in cui si parla del ruolo dei Run DMC e dell’età dell’oro.

Ma il vero gioiello è Atlanta, da un’idea del rapper/showman Childish Gambino, anche protagonistache in ogni episodio della sola e unica stagione mostra in un mix di risate e situazioni surreali il cammino (non particolarmente fruttuoso) del rapper Paper Boi, personaggio inventato e non vero protagonista della serie, prendendo per il culo, praticamente, chiunque gli si pari davanti: si passa dalla pubblicità, agli spacciatori e ai bigotti conservatori americani (segnalo l’episodio del Talk Show, che è una perla assoluta). Questa breve serie è così bella che al suo creatore è fruttata un Emmy, e, inoltre, presenta nella colonna sonora una serie di pezzi che spaziano da Kodak Black fino ai citati Run DMC.

  • Il documentario.

Fondamentalmente, sono tre i documentari che valga la pena citare: il mio preferito in assoluto prima, ovvero Nas: Time is Illmatic in cui si raccontano le situazioni che hanno poi spinto Nas stesso a creare uno degli album più importanti della storia dell’Hip Hop, nonché mio preferito, Illmatic, con interviste esclusive a esponenti della vecchia East Coast e parenti dell’artista. In una sola parola: illuminante. Tupac: Resurrection ovvero “come cogliere lo spirito di un punto cardine dell’Hip Hop senza guardare quella merda di film”. The Art of Rap, infine, diretto da Ice-T, mostra come dal nulla possa nascere qualcosa destinato ad espandersi in tutto il mondo.

hip hop

La risposta alla domanda del titolo è…

…ovviamente. Ovviamente perché l’Hip Hop è “avere qualcosa da dire”. E, nella musica, così come nel cinema, chiunque abbia qualcosa da dire è sempre ben accetto.

Di esperimenti in relazione alla cultura di strada ne abbiamo avuti a decine e, incrociando le dita, continueremo ad averne, fino a quando qualcuno, con le parole, continuerà ad avere la forza di mostrare la propria idea senza paura delle conseguenze. Così Boyz n The Hood viene scelto per la conservazione dal National Film Institute, così Straight Outta Compton arriva agli Oscar: anche il reietto, il maltrattato, può costruire qualcosa dal nulla. 

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Nasce in quel di Napoli nel 1998 ma è rimasto ancora negli anni '80. Spesso pensa di esser stato un incidente ma i suoi genitori lo rassicurano: è stato molto peggio. Passa la totalità della sua giornata a guardare film e scrivere, ma ha anche altri interessi che ora non riesce a ricordare. Non lo invitate mai al cinema se non avete voglia di ascoltare un inevitabile sproloquio successivo, qualunque sia il film.

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