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Dracula al cinema: l’evoluzione dell’horror dal muto al sonoro fino al colore

Nella cultura pop Dracula, romanzo di Bram Stoker del 1897, è considerato come uno dei grandi capolavori della letteratura horror-gotica e senza dubbio – assieme a Frankenstein – il personaggio del conte omonimo è il mostro più famoso di sempre.

Mi sembra quindi scontato che il romanzo di Stoker sia stato (ed è ancora) uno dei più trasposti al cinema, sin dagli albori.

La verità, a mio parere, è che Dracula sia una storia meno bella ed uno scritto meno riuscito di quanto normalmente si sostiene. Tuttavia il grande merito di Stoker – come quello di Shelley per il cugino Frankenstein – è stato quello di aver creato un’icona horror (si potrebbe dire la prima icona horror della storia) rimasta immortale sino ad oggi. Inoltre il personaggio di Dracula si porta appresso un immaginario immediatamente riconoscibile. È un po’ come gli zombie di Romero: se oggi vi trovate a pensare a uno zombie come ve lo immaginate? Claudicante, sfatto, coi vestiti strappati, con la faccia smangiucchiata. Bene, tutto ciò l’ha inventato Romero. Stessa cosa vale per Dracula: se pensate a un vampiro come ve lo immaginate? Nessuno ha detto Bela Lugosi.

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Vi metto la foto di Luke Evans nel ruolo di Vlad III perché è figo, ma anche provocatoriamente perché Dracula Untold è una merda.

Di film su Dracula ne sono stati fatti all’incirca 400. All’anno. Quindi capirete che mi è impossibile 1) averli visti tutti e 2) parlarvi di tutti gli adattamenti. È per questo che, solo per voi, ho fatto una mia personale cernita. Scusatemi ma l’istinto archeologico foucaultiano mi perseguita.

Ora la smetto di tirarmela, datemi ancora qualche paragrafo.

Dalla cernita sono emersi 4 film, che senza ombra di dubbio sono i più famosi adattamenti di Dracula. Perché voi non capite, col povero conte succhia-sangue ci hanno fatto di tutto: La figlia di DraculaIl figlio di Dracula, crossover con Frankenstein, Dracula va a cena dalla suoceraDracula ha sete ma c’è solo vino bianco. In questa serie di titoli c’è un’evidente spaccatura tra realtà e presa per il culo.

Quindi, quali sono ‘sti 4 film? Bastava chiederlo gentilmente comunque. Seguitemi, sarà strano.

Nosferatu, di F. W. Murnau (1922)

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I grattini sicuro li fa bene.

Mi sento quasi in difficoltà nella posizione di dover commentare un capolavoro di tale portata, ma vedrete che la mia poca umiltà ‘stavolta potrà essere utile – e magari anche meno fastidiosa.

Nosferatu è il primo adattamento ispirato a Dracula e, come tutti saprete, non è un adattamento ufficiale. Murnau, zitto zitto, senza dire niente a nessuno ha deciso di leggere il romanzo di Stoker, non pagare i diritti e farci un film. Che comunque a me pare un atteggiamento onesto, non so voi.

La breve storia triste sarebbe potuta essere circa questa: la vedova Stoker ti cita in causa, tu perdi perché sei in torto più marcio dell’orecchio che trova Kyle MacLachlan in Velluto Blu, la tua carriera (e casa di produzione) è fottuta. Che non è molto distante da quello che è successo. Ma c’è un ma. Molte copie del film di Murnau erano già state distribuite all’estero e quando si procedette alla distruzione di tutte le pellicole su cui fosse stato impresso Nosferatu, semplicemente era ormai impossibile rintracciarle tutte, e quindi alcune copie sono sopravvissute. Oppure possiamo credere alla leggenda secondo la quale Murnau avrebbe conservato un’unica copia del film, messa al sicuro in un posto segretissimo e difesa con le unghie (speriamo che lui se le tagliasse, almeno). Oltre che essere antistorico, è pure illegale. Ma che bello!

Ebbene quindi dunque, noi oggi possiamo ammirare Nosferatu. E magari sarebbe anche ora che iniziassi a parlarne per davvero.

Si è soliti definire il capolavoro di Murnau come “il manifesto del cinema espressionista” oppure “l’espressionismo tedesco al suo apice”. Sì, però anche di più. La verità è che Murnau cerca (e ci riesce) di andare oltre l’espressionismo, recuperando un orizzonte estetico più vicino alla sensibilità romantica o comunque ad ideali paesaggistici (in particolare il regista si ispira da molto vicino ai dipinti di Friedrich). Per farla semplice: l’espressionismo mette in contrasto uomo e natura, il romanticismo li avvicina. Ok, Murnau sta un po’ in mezzo a questi due estremi.

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Quest’ombra però è proprio espressionista eh.

È chiaro che in Nosferatu in molte occasioni la natura sia rappresentata come ostile all’uomo, ma, a mio avviso, mai “leopardianamente” come matrigna. Ed il punto è un po’ questo. Prendete un film come Il gabinetto del dottor Caligari, che è il vero manifesto del cinema espressionista. Nella pellicola di Wiene l’intera messa in scena, tutte le scenografie sono costruite di modo che le forme geometriche degli oggetti che popolano quel mondo (palazzi, strade, scrivanie…) trasmettano un senso di oppressione, di fastidio, di impedimento. In Nosferatu succede il contrario, perché Murnau utilizza paesaggi naturali, senza intervenire direttamente, ma al massimo modificando le immagini in post-produzione.

Il risultato è anche una sorta di dichiarazione di poetica: tutta la natura è la natura. Con ciò voglio dire che anche Dracula (o meglio, il conte Orlok) fa parte della natura, è un male insito in essa e che quindi non si può sfuggire.

C’è però da sottolineare, inoltre, che nel finale il conte muore per l’esposizione alla luce del sole, il che è facilmente leggibile come il trionfo del bene sul male, ristabilendo “l’ordine naturale delle cose”. Tuttavia questo “trionfo” ha un prezzo: la morte della moglie di Hutter. Si potrebbe quindi dire un lieto fine a metà, che ribadisce nuovamente questa coesistenza di bene e male.

Sarebbe interessante sviluppare una riflessione che colleghi Nosferatu con la situazione della Repubblica di Weimar a quell’altezza cronologica, ma forse rischieremmo di pisciare un poco fuori dal vaso.

Dracula, di Tod Browning (1931)

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Sì, è proprio lui.

Andare in ordine cronologico in questo caso è essenziale per seguire bene l’evoluzione che il personaggio del conte ha subito nel corso degli anni e degli adattamenti. Vi dico subito una cosa: il Dracula di Browning, tra gli adattamenti che ho selezionato, è quello che mi piace di meno. La domanda nun è “chi è”, la domanda è “pecché?“.

Innanzitutto questo è il primo adattamento ufficiale del romanzo: ‘stavolta i diritti sono stati pagati. E Murnau se la ride. In più il film non è ispirato solo al romanzo, ma anche all’adattamento teatrale che ne era stato fatto nel 1927. E la cosa si nota subito.

Nonostante fossero passati “solo” 9 anni tra Nosferatu e questo Dracula, il cinema nel frattempo era passato attraverso cambiamenti di portata storica; uno su tutti: l’introduzione del sonoro. Giusto per essere un po’ più pedante del solito, ci terrei a farvi notare che introduzione del sonoro non significa solo prima era tutto zitto mo’ parlano: introdurre il sonoro significa modificare radicalmente e alla base il meccanismo produttivo di un film. E come dicevo, unitamente all’impostazione teatrale, in Dracula si nota subito.

Il film vive di inquadrature per la maggior parte fisse (anche se sono da sottolineare notevoli movimenti di camera a tratti), ma in più si svolge praticamente in tre, massimo quattro scene. E questo forse è un po’ un problemuccio, in quanto tutta la parte centrale è estremamente statica, svolgendosi interamente in una stanza. Il che non è un male in sé, ma toglie mordente al personaggio del conte (pregevole l’interpretazione di Lugosi, freddo glaciale e fermo in tutte le situazioni) che, sinceramente, è molto poco caratterizzato.

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Questa, per esempio, è una figata.

La differenza abissale tra questo Dracula e il Nosferatu di Murnau sta nelle scelte estetiche, sintomo, questo, anche di un netto divario culturale, essendo il primo un film americano ed il secondo tedesco: quasi agli antipodi per certi versi.

Il Dracula di Browning è un mostro senza scrupoli che per nutrirsi invade la società civile uscendo dal suo palazzo in Transilvania. Ciò si nota soprattutto col sopraggiungere della nebbia, che diventa sempre più fitta a mano a mano che il pericolo rappresentato dal vampiro si fa più vicino. È quindi chiaro che Dracula è un personaggio che rende ostile una natura che prima non lo era, ed è per questo che i personaggi principali si rifugiano all’interno del salotto evitando di accedere all’esterno e viceversa impedendo l’accesso all’interno al conte. Questo, banalmente, è il concetto di soglia.

Ahimè però il film di Browning non ha altri particolari guizzi e tutto lo scorrere della pellicola sembra un po’ un trascinarsi verso la fine. Straordinaria in ogni caso è stata l’interpretazione di David Manners nel ruolo di Harker: un lucido psicopatico sempre sull’orlo tra la lucidità e la possessione.

Due parole sul finale. Inutile dire che si tratta di un finale deludente e sotto le aspettative. C’è però da ricordare un fatto. In America, in quel periodo, vigeva il Codice Hays. Non fate quelli che “eh no, in realtà il Codice Hays è stato ufficializzato nel 1934, quella prima si chiama era pre-codice”. Grazie per la postilla, lo sappiamo. Dicevo. Indubbiamente le maglie della censura erano strette, non ancora ai livelli del censurare Betty Boop, ma ci eravamo vicini. Credo sia una spiegazione plausibile del fatto che nel finale non venga mostrato ciò che, orrorificamente, sarebbe dovuto essere mostrato.

Nosferatu, di Werner Herzog (1979)

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Avete presente l’orgasmo?

Alla fine sono arrivati anche i colori. VI RENDETE CONTO CHE CI ROMPONO LE PALLE CON DRACULA DA QUASI UN SECOLO?! MA BASTA!

Per fortuna il Nosferatu di Herzog è il miglior film su Dracula che sia mai stato fatto. L’ho detto che è un’opinione personale o mi state già usando come sputacchiera?

Immagino lo sappiate, ma lo dico lo stesso: il film di Herzog è un remake del Nosferatu di Murnau. Sapete, entrambi tedeschi, amici, parenti, madre mia da parte di padre. Quando dico remake, intendo proprio grammaticale: Herzog si è studiato il capolavoro di Murnau per filo e per segno e spesso ha messo in scena inquadrature identiche all’originale, senza contare poi i vari riferimenti e ammiccamenti.

Anche qui, paradossalmente, il divario rispetto a Murnau è estetico, però andiamoci piano.

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Anch’io infilerei le unghie in Isabelle Adjani.

Sappiate che qui non sto cercando di fare paragoni né di stabilire quale dei due Nosferatu sia il migliore (quello di Murnau per certi versi è insuperabile da chiunque), ma io adoro alla follia il character design del conte Dracula di Herzog. Che, certo, è ripreso e fedelmente ispirato a quello di Murnau, ma sarà il colore, sarà la recitazione straordinaria di Klaus Kinski, sarà l’affanno che quest’essere si porta appresso che a mio parere lo rendono straordinario. La ripresa più evidente è nel dettaglio delle unghie, divenuto una sorta di marchio di fabbrica per Nosferatu e, tra l’altro, ripreso a sua volta nel design di Babadook.

Le assonanze estetiche non si fermano di certo qui. Infatti anche nel film di Herzog c’è un iniziale paesaggio idilliaco, anche se, rispetto a Murnau, qui si respira sin da subito una certa corrente d’aria gelida, che ghiaccia le ossa. E non è il tipico clima germanico, è una scelta estetica molto precisa. Notate infatti che mentre Murnau si ispirava ai romantici, invece Herzog preferisce molto di più i fiamminghi. Tutto il sugo sta qui.

Gli intenti di Murnau erano quelli di mostrare una realtà contraddittoria, in cui convivono bene e male, nel tentativo di operare una riconciliazione tra gli opposti ed augurarsi un futuro migliore. Poi è arrivato Hitler, ma povero, lui ci credeva di brutto. In Herzog la speranza non c’è più: è tutto freddo e sbiadito, come i colori scelti per la rappresentazione degli interni.

Herzog sente quest’angoscia per due motivi fondamentali. Il primo è che il cinema tedesco è in crisi, e si rivitalizzerà proprio con l’avvento di figure del suo calibro piuttosto che con un Wim Wenders, guarda caso entrambi esponenti del Nuovo Cinema Tedesco, movimento che voleva rifarsi proprio alla grande arte fatta con l’espressionismo negli anni ’20. Il secondo è che questo film è del 1979, e probabilmente non è mai esistito periodo più buio per la Germania. È lapalissiano, ma c’era ancora il muro di Berlino, con tutto il peso che ciò comportava.

E quindi il divario tra Herzog e Murnau sta proprio qui: la presenza o meno della speranza per un futuro più luminoso. Per questo motivo, a livello intellettuale, la scelta di Herzog di “rifare” Nosferatu è una delle più azzeccate della storia del cinema.

Dracula di Bram Stoker, di Francis Ford Coppola (1992)

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Parlavamo di character design fighi.

Questo sarà il Dracula più strano di cui parlare, perché a differenza degli altri, che a loro modo e in maniere assolutamente diverse si richiamano, invece Coppola sembra farsi i cazzi suoi.

Il fatto è che Dracula di Bram Stoker è proprio un film diverso da tutti gli altri adattamenti fatti sul vampiro. La maggior parte di essi creava quest’idea di mostro, personaggio pericoloso, da evitare, quasi una malattia. E ciò succede anche nel film di Coppola, ma il regista di Apocalypse Now fa qualcosa che non aveva mai fatto nessuno: dà delle motivazioni al suo protagonista.

Prima ancora che il film cominci per davvero, dunque, ci viene mostrato Vlad l’Impalatore quando era ancora umano e provava tutte le emozioni che anche noi proviamo tutti i giorni: rabbia, odio, amore, passione. Ed è proprio da questi ultimi due che è sorto Dracula: dall’amore infranto si è generato un mostro senza scrupoli.

Questo è semplicemente un colpo di genio di Coppola, che in questo modo ci fa empatizzare col personaggio in modo del tutto inedito. Perché col Dracula di Herzog si empatizza, si sente la sua difficoltà, il peso della sua esistenza (Sartre?). Ma qui invece ogni volta che ce lo troviamo davanti sappiamo che ha perso la donna che ama e sapere che fa ciò che fa per questo motivo trasforma il conte da icona horror a personaggio tragico.

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Gary Oldman in questo ruolo è semplicemente eccezionale.

Certo poi questo non è un film perfetto, per carità. Lo penalizzano particolarmente, a mio avviso, la lunghezza un poco eccessiva ed alcune cattive caratterizzazioni di personaggi (uno su tutti Keanu Reeves, in una delle sue peggiori interpretazioni di sempre).

Ciò non toglie che Coppola, anche rischiando e tirandosi in un certo senso da solo la zappa sui piedi, ha trasformato quello che era sempre stato un horror in una struggente storia d’amore e che nell’amore ha la sua soluzione, pur sempre tragica ma, come il miglior Aristotele affermerebbe, catartica.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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