Focus

I film vincitori al Festival di Venezia 76: il vento è cambiato

Un altro Festival di Venezia è giunto al termine, e con enormi sorprese.

Ve lo dico da storica dell’arte: in Italia abbiamo un serio problema di “snobismo”. Non lo chiamerei esattamente così, ma rende bene l’idea. Quello stesso snobismo ha contribuito fortemente a compromettere la conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio artistico, uno dei più importanti del mondo. Quello snobismo da “o tutto o niente”, che se un restauro è finanziato da una griffe di moda allora è meglio non fare nulla e lasciar cadere l’opera architettonica in pezzi piuttosto che piegarsi ad accettare soldi da un’azienda multimilionaria. Quel purismo che diventa seppuku, suicidio di orgoglio.

Nel nostro vizio di dividere “arte pura” e “arte applicata”, forma espressiva “alta” e “bassa”, ci ha lasciato indietro rispetto al resto del mondo, incapaci di comprendere che il nuovo non è sempre e comunque una minaccia venuta a macchiare l’eccellenza immutabile dell’arte. Che anzi: la nostra stessa arte al suo meglio è sempre stata frutto di contaminazione, ibridazione, contrasti.

C’è chi dice che il Festival del cinema di Venezia si è fatto prendere la mano dal suo essere diventato “anticamera degli Oscar”, che ha tradito il suo spirito di Mostra d’Arte, che premiando un cinecomic hollywoodiano – un film che certo non avrebbe sofferto di difficoltà a trovare distribuzione, a differenza di altri titoli in concorso – con il suo riconoscimento maggiore si è venduto, trascurando cinema indipendente, cinematografie di nicchia, culture nazionali meno preponderanti di quella americana.

Perché ci sarebbe l’arte: pittura, musica classica, poesia, teatro, e poi tutto ciò che vende aggressivamente ed è popolare che per definizione non è da considerare Arte.

Io dico che il Festival di Venezia, invece, sta facendo avanguardia. Sta comprendendo aspetti ancor prima che molti “intellettuali” ci arrivino.

L’arte è testimonianza avente valore di civiltà. L’arte è anche popolare. L’arte è sperimentazione, sa giocare coi registri e coi generi. L’arte è anche appropriarsi dei nuovi mezzi di comunicazione, saccheggiarli e comprendere prima di chiunque altro come farli “cantare”: vale per i cinecomic – vedi Joker –, per la realtà virtuale – a cui il Lido dedica un’intera sezione – per i nuovi linguaggi dei social – vedi il documentario su Chiara Ferragni –, per le piattaforme di streaming che stanno colonizzando il nostro immaginario – vedi i tanti film di Netflix & Co. presentati in rassegna. In quanto Biennale d’Arte Contemporanea, chiudere gli occhi ai nuovi mezzi espressivi sarebbe il tradimento di ogni deontologia che l’evento nella sua essenza si propone.

Per questo il Leone d’Oro a Joker è un punto d’arrivo importante: il coronamento di un percorso che ha cominciato a scalfire il confine tra cinecomic blockbuster (e il fumetto, in generale) e autorialità e che al cinema ha radici fin dai Batman di Tim Burton degli anni ’90, passando per Il Cavaliere Oscuro di Nolan che ha consacrato il Joker stesso ad “Amleto americano”, grande sfida interpretativa per un attore tra i 20 e i 90 anni, fino ad arrivare alla sceneggiatura candidata agli Oscar di un Logan e perché no, pure lo stesso Birdman che nonostante i suoi piedi ben saldi nel “lato autoriale” del cinema, resta un magnifico meta-cinecomic – il quale fu presentato non molti anni fa proprio qui al Lido di Venezia.

Con questo Leone d’Oro finalmente sembra che il muro che ancora persisteva sia stato abbattuto: del resto, è compito di un Festival come quello di Venezia, che da sempre ha una posizione ideologica definita in tal senso, l’ agire nei confronti del concetto di “confine” non con muri, ma creando ponti.

A proposito di questo, molte polemiche si sono raccolte anche attorno alla Coppa Volpi a Luca Marinelli e al suo discorso di ringraziamento: come punizione per le sue parole a favore dei migranti e di chi li porta in salvo per semplice e mero atto di umanità, gli si è fatto scontare il marchio di infamia di essere la “seconda scelta” della Giuria di Venezia, impossibilitata a consegnare una Coppa Volpi maschile a Joaquin Phoenix, causa regolamento, nel momento in cui il suo Joker si portava già a casa il premio principale.

Se avete letto la mia recensione a Martin Eden, sapete che non ho amato quel film. Tuttavia l’interpretazione di Marinelli, pur non essendo neanche tra le mie preferite della sua filmografia, regge il film. Quindi di che stiamo a parla’: sono secoli che pure agli Oscar o Golden Globe premiano un attore o attrice non tanto per la singola interpretazione, ma un po’ per la sua intera carriera. Da quel punto di vista, un Marinelli premiato a me pare inattaccabile, si sta parlando comunque di uno dei due attori italiani più bravi della sua generazione (insieme ad Alessandro Borghi), su. Aria.

La Coppa Volpi femminile invece è stata assegnata all’attrice francese Ariane Ascaride per Gloria Mundi, altro premio oggetto di qualche contestazione in sala stampa a causa della presunta tendenza dell’interprete a “fare sempre lo stesso personaggio”. Non sono mancate polemiche anche per l’apparente scambio avvenuto tra i due Leoni d’Argento, ovvero quello che va a premiare la Regia – da sempre secondo solo al Leone d’Oro per ordine di importanza – e il più generico “Gran Premio”. Molti speravano e si aspettavano che il regista sarebbe stato Roman Polanski per J’accuse (in Italia verrà distribuito col titolo L’ufficiale e la spia), un film solido con una regia, appunto, spettacolare. La pellicola si è invece portata a casa il Gran Premio della Giuria, e la sensazione che si sia optato per un male minore che non andasse a gratificare nello specifico il solo Polanski – dopo le prese di posizione assunte dalla presidente della Giuria Lucrecia Martel – è stata forte.

Sai quando agli esami il prof vuole fare il mazzo allo studente strafottente e comunque non ci riesce perché lui/lei dà una prova della Madonna, e può solo prendersi la soddisfazione di assegnargli un 29 anziché un 30? Suppergiù siamo su quel piano lì.

Venezia

(Il Leone è stato ritirato da Emanuelle Seigner, moglie del regista e interprete nel film, per evitare l’ennesimo arresto in sede di Festival di Polanski, il genere di cose che rovinerebbero un po’ l’atmosfera).

Il premio per la Regia è stato invece conferito a Roy Andersson, nostra vecchia conoscenza che qualche anno fa si era già portata a casa il Leone d’Oro per quella specie di video art travestita da opera cinematografica che era Il piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza, film che io e Sara avevamo amato… per 15 minuti, poi esci dalla sala a posto così, grazie, tenete pure il resto. Stavolta il regista svedese è stato premiato per Om det oändliga (About Endlessness), film “ancora più estremo” (è da prendere come una minaccia).

Il premio speciale della Giuria (sì, c’è un Gran Premio e un Premio Speciale, sono due entità distinte) è andato a un docu-film italiano di Franco Maresco, La Mafia non è più quella di una volta (non l’ho visto ma Sara Boero garantisce che sia molto bello e il riconoscimento stra-meritato) e il premio alla sceneggiatura invece a Yonfan, figura sconosciuta ai più ma che si è subito fatta amare da tutti dopo appena due secondi di inquadratura: raramente si è vista a Venezia una persona più sorridente, dolce e entusiasta della vita di lui. Mascotte nazionale. Il film per cui è stato premiato è Ji Yuan Tai Qi Hao (No. 7 Cherry Lane), particolarissima pellicola di animazione ambientata a Hong Kong durante le contestazioni degli anni Sessanta e che ha al suo centro il triangolo amoroso tra madre, figlia e uno studente-uomo oggetto che fa media d’età tra le due.

Siamo particolarmente contente per il Premio Mastroianni andato al giovane Toby Wallace (qualcuno di voi potrebbe averlo avvistato nella serie Netflix The Society), il nostro personale premio Cuore di Mamma, per Babyteeth: un ragazzo super gentile e molto simpatico, io e Sara abbiamo avuto modo quella stessa mattina di interagire con lui perché a nostra volta gli abbiamo assegnato un premio collaterale ufficiale e quindi “l’abbiamo visto nascere” – nell’arco di otto ore: non fate domande, la percezione del tempo al Lido è estremamente dilatata.

Il film, Babyteeth, ci è piaciuto molto, era divertente e commovente e raccontava la storia di amore/amicizia tra una teen-ager malata di cancro e un ragazzo tossichello che, pur mal visto dai due genitori di lei – disfunzionali ma simpaticissimi -, viene a tutti gli effetti integrato nella famiglia pur di far contenta la ragazza.

Nel complesso, un’annata molto vivida e soddisfacente che sicuramente ha avuto il coraggio, quasi la “faccia tosta”, di rappresentare una pietra miliare che farà la storia: soprattutto col premio principale, il Leone d’Oro, assegnato a un genere di film che fino a non molto tempo fa sembrava non poter trovare neppure posto in una sede del genere.

A noi di TheMacguffin.it fa solo che piacere quando il Festival di Venezia, col suo premio cinematografico più antico del mondo, si mostra capace di sparigliare le carte in questo modo e superare barriere che sembravano invalicabili. Venezia è progressista, aperta, un po’ piratesca, ed è così che la amiamo e vogliamo continuare a scoprirla ogni anno.

Cannes, impara, e nel frattempo mangia la polvere.

 

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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