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I grandi insegnamenti del piccolo cinema di De Crescenzo

Chi fu Luciano De Crescenzo?

Non un regista di professione, scrittore, un po’ filosofo, laureato in ingegneria, attore e napoletano doc, un “uomo d’amore” come egli stesso si definiva. Luciano De Crescenzo (1928 – 2019), purtroppo recentemente scomparso, ha saputo raccontare al nostro paese la filosofia in modo chiaro e semplice senza lasciare da parte la complessità e la profondità delle questioni filosofiche trattate ma permeate di ironia e delicatezza tipiche del suo carattere. Dopo aver lavorato come ingegnere per diversi anni, la sua passione per la filosofia lo porta a diventare scrittore (“sono stato fortunato” diceva sempre di se stesso). Il successo dei suoi libri lo porta a diventare un personaggio televisivo e regista cinematografico di quattro pellicole ispirate ai suoi stessi libri: Così parlò Bellavista, Il mistero di Bellavista, 32 Dicembre, Croce e Delizia. Il cinema di De Crescenzo è un cinema estremamente semplice, la trama di ogni film ruota intorno a diversi episodi che trattano tematiche filosofiche in chiave comica oppure narrano le vicende del professor Bellavista (interpretato dallo stesso De Crescenzo nel ruolo del suo alter ego, tipo una sorta di Woody Allen quando interpreta Woody Allen, ecco) intento a spiegare teorie filosofiche a buffi personaggi del folclore napoletano. Ciò che rende estremamente gradevole il cinema di De Crescenzo sono le molte riflessioni filosofiche mischiate alle gag e alla comicità dei personaggi chiamati in gioco.

Siamo uomini d’amore (vasca) o uomini di libertà (doccia)?

Guagliù stateme a sentì: questo è il bene [Disegnando alla lavagna un punto interrogativo]… e questo è il male [Disegnando un punto esclamativo]. Il bene è il dubbio, quando voi incontrate una persona che ha dei dubbi state tranquilli, vuol dire che è una brava persona, vuol dire che è democratico, che è tollerante, quando invece incontrate questi qui [Indicando il punto esclamativo], quelli che hanno le certezze, la fede incrollabile, e allora stateve accorte, vi dovete mettere paura, perché ricordatevi quello che vi dico: la fede è violenza, la fede in qualsiasi cosa è sempre violenza. Gli uomini, invece, gli uomini si dividono in uomini d’amore e uomini di libertà, a secondo se preferiscono vivere abbracciati gli uni con gli altri, oppure preferiscono vivere da soli e non essere scocciati.

Nel suo film più famoso “Così parlò Bellavista”, il pensionato professore di filosofia napoletano doc “un uomo d’amore” dedito alle emozioni e ai sentimenti (?) deve fare i conti con il nuovo inquilino del suo palazzo, il dottor Cazzaniga, milanese doc e “uomo di libertà” preciso, puntale e professionale (!). Bisogna essere uomini d’amore o uomini di libertà? Un interrogativo questo che ha sempre accompagnato la vita di De Crescenzo, spesso diviso tra le due vie maestre di considerare la vita. Nella pellicola vince l’essere uomini d’amore (Napoli 1, Milano 0), ma molte volte lo  stesso scrittore si è sbilanciando affermando che forse occorre essere un uomo d’amore circondato da uomini di libertà e viceversa (Napoli 1, Milano 1 palla al centro). Il titanico ed epico scontro tra Nord (terra di libertà) e Sud (terra d’amore) si potrebbe sintetizzare in questa ironica sentenza del professor Bellavista:

La doccia è milanese perché ci si lava meglio, consuma meno acqua e fa perdere meno tempo. Il bagno invece è napoletano: un incontro con i pensieri.

E voi cosa scegliete? La doccia o la vasca da bagno?

Consumare o conservare? Conviene essere cattive persone? 

La verità è, signora, che il vero bisogno dell’uomo di oggi è questo di buttare e comprare, buttare e comprare, perché questo è il consumismo. Questo è l’origine di tutti i nostri guai.

Nonostante le atmosfere scanzonate e divertenti, De Crescenzo non si dimentica di sottolineare i difetti della sua terra: il professor Bellavista, buono e caro con tutti, non si tira indietro dall’ammonire severamente la società dei consumi che lo circonda (“mia madre conservava tutto, aveva una scatola con scritto: scatola dei nastri troppo corti per essere riutilizzati. Non si buttava via nulla”) e non ha paura dei camorristi che minacciano la sua terra, ponendo anche a loro un interrogativo esistenziale: “ma vi conviene essere criminali? Finite sempre per ammazzarvi fra di voi, io non vi capisco”. 

La Napoli di De Crescenzo appare sempre come un universo a sé, una dimensione staccata da tutto il resto dell’Italia e del mondo: lo stile di vita dei napoletani, le loro abitudini, i loro pensieri e le vicende narrate nei libri e nei film di De Crescenzo non sembrano curarsi di tutto ciò accade altrove, il resto del mondo è consumata ma il napoletano doc continua a conservare tutto, anche i nastri troppo corti per essere utilizzati, non si mai. 

Il film ebbe un seguito dal titolo “Il mistero di Bellavista” (1985), una pellicola ironica che ispirandosi a “La finestra sul cortile” di Hitchcock mette in scena un mistero tutto napoletano senza cimentarsi degli insegnamenti filosofici del professor Bellavista. Film riuscito a metà, come “Croce e Delizia” (1995). 

Vivere una vita larga o una vita lunga?

Il tempo è un’emozione, ed è una grandezza bidimensionale, nel senso che lo puoi vivere in due dimensioni diverse: in lunghezza e in larghezza. Se lo vivete in lunghezza, in modo monotono, sempre uguale, dopo sessant’anni, voi avete sessant’anni. Se invece lo vivi in larghezza, con alti e bassi, innamorandoti, magari facendo pure qualche sciocchezza, allora dopo sessant’anni avrai solo trent’anni. Il guaio è che gli uomini studiano come allungare la vita, quando invece bisognerebbe allargarla…

In “32 Dicembre” (1988), De Crescenzo mette in scena tre episodi legati dal tema centrale dello scorrere del tempo: “Ypocrates” storia di un ricco signore convinto di essere Socrate ed assecondato da tutta la famiglia che ingaggia attori per interpretare i discepoli del filosofo (con colpo di scena alla fine), “La gialla farfalla”, storia di Carlotta donna di 65 anni vuole sposarsi col suo amato ma è ostacolta dalla famiglia che teme di perdere l’eredità promessa e “Gli ultimi fuochi”, epopea di un padre di famiglia alla ricerca dei botti di Capodanno per suo figlio nonostante il 31 dicembre sia ormai passato. Come viviamo il passare inesorabile del tempo? Esistono un passato, un presente e un futuro? Si invecchia perchè è inevitabile oppure perchè decidiamo di non essere più giovani? 

Il passato… non è più. Il futuro… non è ancora. Il presente, come separazione fra due cose che non esistono, come fa a esistere?

Tra tutto questo marasma di domande esistenziali da giramento di testa e successiva crisi esistenziale, De Crescenzo ci ricorda di vivere una vita larga, molto larga, obesa di emozioni, esperienze (“pure qualche sciocchezza”), solo così sapremo vivere ed apprezzare l’inevitabile scorrere del tempo e, nonostante il presente sia qualcosa di evanescente e quasi insistente, ogni esperienza merita di essere vissuta in modo “saggio”: 

È un guaio che non esiste il presente… per essere felici, bisogna saper vivere il presente. Quando il presente non c’è, non si è felici. Tutti sono capaci di dire “Come ero felice a vent’anni!” Che poi non è vero, non si era felici a vent’anni. Tutti sono capaci di vivere proiettandosi nel futuro: “Farò… dirò…” Il saggio, invece, è colui che realizza il presente. Il saggio è colui che quando ha sete e beve, sente l’acqua fresca che gli scende per la gola e pensa: “Oh com’è bello bere!”

Così parlò De Crescenzo

Forse, i film di Luciano De Crescenzo non sono certo la massima espressione della settima arte, non sono certo film con grandi accorgimenti tecnici e trame appassionati, decisamente deboli nel senso del ritmo e leggermente datati forse, ma sicuramente sono film sinceri, fatti con passione e con la voglia di mostrare quanto la filosofia, anche nelle sue massime questioni, possa essere quotidiana e alla portata di tutti. Se siete poi alla ricerca di un certo tipo di comicità napoletana, tra il malinconico e l’assurdo, De Crescenzo non può mancare anche nella vostra libreria. 

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Ordinaria vita di un qualsiasi comune mortale, il cinema mi piace perchè mi piace, per il resto: faccio cose e vedo gente...

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