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Il pianeta delle scimmie – Quando il reboot diventa arte

Il pianeta delle scimmie – Quando il reboot diventa arte My rating: 4.5 out of 5

Ogni volta che un franchise vede la luce della sala cinematografica, ci si chiede sempre: c’era davvero il bisogno? Per quanto riguarda Il Pianeta delle Scimmie in particolare, la risposta è affermativa. Se si esclude l’iconicità dell’apripista del 1968 con Charlton Heston nei panni del protagonista, la saga di casa Fox ispirata dal romanzo di Pierre Boulle non ha mai brillato davvero, ancorandosi a livelli medi se non addirittura mediocri.

Nel 2001 c’è stato un primo tentativo di reboot da parte di Tim Burton, non così orribile come sostenuto da molta critica ma innegabilmente di poco conto se rapportato agli alti standard del regista di Beetlejuice. Tuttavia i finanziatori della Fox non si sono lasciati intimorire dall’insuccesso del film di Burton, e un decennio più tardi hanno assegnato al semi-esordiente Rupert Wyatt (Captive States) e al più navigato Matt Reeves (il prossimo Batman con Robert Pattinson) il compito di dare il calcio d’inizio a una trilogia che riuscisse a dare la dovuta dignità al potente concept distopico de Il Pianeta delle Scimmie.

L’alba del Pianeta delle Scimmie (Rupert Wyatt, 2011)

Il primo capitolo mostra da subito di che pasta è fatta questa epopea smisurata in divenire. Lo scienziato Will Rodman (James Franco) vuole salvare il padre dall’Alzheimer, e sta lavorando a una cura sperimentale usando le scimmie come cavie. Tra queste, il giovane scimpanzé Cesare (Andy Serkis) si è dimostrato il più intelligente, tanto da spingere Will a tenerlo in casa per osservare da vicino gli sviluppi del suo intelletto. I due instaureranno un profondo legame d’affetto, ma ben presto il richiamo della natura e una serie di errori umani incrineranno inevitabilmente il loro rapporto, conducendo i primati a diventare la specie dominante sulla Terra.

Perfetto connubio di blockbuster al cardiopalma e spunto sociologico sulla classica dialettica tra uomo e animale, L’alba del Pianeta delle Scimmie racconta la cosmogonia distopica come se fosse una storia intimista, facendo della crociata contro uno dei massimi flagelli della storia umana il motore scatenante dei fatti. Il primo atto del film si poggia principalmente su relazioni tra personaggi curate e sentite, valorizzate da una sceneggiatura mai banale per quanto lineare. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la fase action del secondo atto non è messa lì come contentino per gli appassionati di spettacolarità fracassona, ma rappresenta la diretta e coerente conseguenza di quanto visto nell’ora precedente.

Rupert Wyatt dirige con solidissimo mestiere e senza inutili preamboli. La sua regia dispensa a piene mani piani-sequenza nascosti e inquadrature che danno ritmo ma non tradiscono mai la presenza della macchina da presa, come nell’impressionante scena sul Golden Gate avvolto da una nebbia molto cinematografica. Il cast di richiamo (James Franco, Tom Felton, Brian Cox) mantiene le promesse, ma è del tutto messo in ombra dal potentissimo personaggio di Cesare. Impersonato da un sublime Andy Serkis, come sempre nascosto sotto la tradizionale tuta del motion capture, lo scimpanzé attira su di sé il punto di vista del racconto, e il suo epico percorso di crescita da cavia di laboratorio a leader delle scimmie di Los Angeles viene solo arricchito da una tecnica per nulla artificiosa, di un realismo che sbalordisce e supera i già clamorosi risultati del King Kong di Peter Jackson.

Un’eccessiva caratterizzazione caricaturale di alcuni personaggi umani e un intreccio narrativo classico che non osa troppo fanno de L’alba del Pianeta delle Scimmie il capitolo più debole della trilogia ma, all’epilogo ben oliato del cerchio, lo spettatore non potrà non interrogarsi sul tema dell’intelligenza che (non) separa l’uomo dagli altri animali.

Apes Revolution – Il Pianeta delle Scimmie (Matt Reeves, 2014)

La patata bollente passa a questo punto da Wyatt a Matt Reeves. Messo da parte l’intimismo delle origini del pianeta delle scimmie, si può finalmente abbracciare gli stilemi della fantascienza cupa e cruda allo stato d’arte. Ben dieci anni passano tra L’alba del Pianeta delle Scimmie e Apes Revolution, e in questo lungo periodo un’epidemia ha decimato la razza umana a livello globale. Cesare e i suoi compagni si sono rintanati tra i boschi, dove vivono liberi e in armonia cacciando cervi. Però nel loro territorio sorge una vecchia diga, su cui hanno messo gli occhi gli abitanti di San Francisco per produrre l’elettricità necessaria a contattare eventuali soccorsi. La tensione tra specie torna a livelli altissimi, e il braccio destro di Cesare, il rancoroso Koba (Toby Kebbel), ci metterà del suo per alimentare la diffidenza.

Apes Revolution si sarebbe tranquillamente prestato come setting per un contesto bellico. Non che le sequenze di battaglie manchino (e sono tra le più impressionanti viste negli ultimi dieci anni di cinema), ma ancora una volta viene favorito lo sguardo su posta in gioco e motivazioni delle fazioni in singolar tenzone. Da considerarsi a tutti gli effetti un perfezionamento di L’alba, questo sequel si sbarazza delle imperfezioni del predecessore e sviluppa magistralmente un grandioso dramma di espressioni ed emozioni suggerite, vicino all’etica del cinema muto. Difatti non bisogna dimenticare che in questa trilogia le scimmie appaiono on screen da sole per lunghe scene, spesso comunicando tra loro con il linguaggio del corpo o in SLA, ma questa scelta non rende mai la visione pesante o incomprensibile per lo spettatore.

L’atto d’accusa all’intolleranza umana è molto forte, e la sceneggiatura dello stesso Reeves sottolinea come paranoia e odio intrappolino umani e scimmie in un circolo vizioso che non porta ad alcun esito costruttivo se non alla violenza. Il tono è molto critico verso la crudeltà innata, a tratti persino pessimista, ed è anche grazie al cast se il legame emotivo con ciò che scorre sullo schermo è così forte e identificabile. Tra gli umani si fanno notare un efficace Jason Clarke, e soprattutto l’elegante presenza di Gary Oldman, protagonista di una scena molto commovente che ne attenua l’aura da villain bidimensionale e privo di scrupoli. Dall’altra parte della barricata, Andy Serkis fa trasparire la maestosa saggezza e le preoccupazioni di un Cesare che regge sulle spalle il peso di un’intera comunità; in questo caso molto meglio di lui fa Toby Kebbel, a tutti gli effetti un doppio negativo di Cesare che non sfigurerebbe affianco a uno qualunque tra gli antieroi sofferenti di Shakespeare.

Con una solida regia dall’ampio respiro, una suggestiva ambientazione silvana e un ritmo teso ma disteso anche nei momenti più action, Apes Revolution è cinema di genere dall’anima dark con le palle quadrate, che in più di un’occasione fa dubitare di trovarsi tra le mani un blockbuster concepito per l’incasso. E proprio per questo, i fan della fantascienza fracassona potrebbero dormire durante la proiezione. Ma francamente, è un problema loro.

The War – Il Pianeta delle Scimmie (Matt Reeves, 2017)

E infine si giunge a The War – Il Pianeta delle Scimmie. L’azione viene spostata di altri due anni nel futuro e il mondo è ormai al tracollo, oscuro, pieno di città in rovina inglobate da una giungla che sembra sempre più un essere pensante che inghiotte tutto. Dopo gli eventi di San Francisco del secondo film, un Cesare ormai invecchiato è di nuovo alla ricerca di una dimora dove la sua colonia possa finalmente trovare la pace. Ovviamente l’indole distruttiva dell’uomo arriverà puntuale a rovinare tutto, incarnandosi nel Colonnello del gruppo militare estremista Alpha Omega, Wesley McCullough (Woody Harrelson), che non perde tempo a sterminare alcuni membri della famiglia di Cesare. Per lo scimpanzé è il punto di rottura: ora è vendetta. Ora è guerra.

L’ultima tessera della trilogia è la più ambiziosa e la migliore sotto i profili del dramma e dell’estetica, senza se e senza ma. Tutto viene portato su scala larghissima, il fetore della guerra e dell’ingiustizia traspare da ogni fotogramma, ma per prima cosa The War è una grandissima storia di vendetta, narrata come lo facevano i grandi registi di mezzo secolo fa. Tra rielaborazioni bibliche (due sequenze in particolare testimoniano quanto Cesare sia concettualmente un incrocio tra Gesù e Mosè) e citazioni di altissimo spessore cinematografico (Apocalypse Now e Sentieri selvaggi su tutti), lascia a bocca aperta quanto un blockbuster di questa caratura possa essere sottile e colto.

Essendo The War il capitolo più ambizioso, è anche quello dove i difetti balzano un po’ più all’occhio, ovvero alcune concessioni un po’ retoriche al sentimentalismo della colonna sonora di Michael Giacchino e un cattivo che, malgrado la superba interpretazione di Woody Harrelson, poteva offrire qualcosina di più a livello di caratterizzazione. Si tratta in ogni caso di piccole sbavature di un lavoro dall’impeccabile atmosfera, opprimente al punto giusto ma non per questo priva di ironia e commozione. Ancora una volta Reeves evita di buttarla sull’azione facile e liberatoria, dosandola solo dove opportuno per lasciar spazio a pensieri e motivazioni dietro il conflitto.

La qualità degli effetti speciali rasenta l’eccellenza stilistica, con scimmie di ogni varietà dalla strabiliante e realistica presenza scenica. Una perfezione tecnologica tale da impreziosire una conclusione clamorosa che segna nuovi traguardi per la fantascienza hollywoodiana dei nostri giorni e la riscossa per l’intrattenimento popolare di ammirevole rilevanza artistica. E per chiudere: cari cervelloni dell’Academy, vi decidete una buona volta a inserire una nuova categoria di Oscar per dare una volta per tutte a Andy Serkis i giusti meriti?

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Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

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