Focus

Tra Buster Keaton e Woody Allen: un viaggio tra realtà, finzione e metacinema

Non so se sapevate che nel 1921 a Roma fu rappresentata per il prima volta la rivoluzionaria opera teatrale di Pirandello Sei personaggi in cerca d’autore. Uno dei principali motivi per cui quest’opera ha cambiato per sempre il teatro è relativo al fatto che è la prima opera compiutamente metateatrale, o come avrebbe preferito Pirandello, di teatro nel teatro. Sappiamo invece più o meno tutti che il cinema, per trovare la sua dimensione, inizialmente si rifaceva al teatro, se non altro nell’impostazione e nella messa in scena. Se siete bravi in matematica e avete già fatto 2+2 = un pesce avrete anche già capito dove voglio arrivare: il metacinema.

Di film sul cinema, o di cinema nel cinema, ne sono stati fatti una miriade. Vi cito solo i due a cui sono più affezionato, ovvero  di Fellini e Il disprezzo di Godard, per il resto vi rimando a un interessante articolo che abbiamo scritto in merito. Solo per voi, s’intende: tanto pagate in natura, no?!

Oggi però volevo soffermarmi su due titoli in particolare, Sherlock Jr. (La palla N.13 in italiano, mi scuserete se ho trovato offensiva per la sanità mentale questa traduzione) di Buster Keaton e La rosa purpurea del Cairo (che titolo meraviglioso questo invece) di Woody Allen. Questo perché, come è ovvio, sono due film a loro modo metacinematografici e in più perché condividono delle caratteristiche comuni. Si parla anche di sesso, dai, venite.

il disprezzo 8 e mezzo

Non siete indecisi?

Il sogno

C’è da dire che nessuno dei due film in questione è metacinema nel senso stretto del termine. Normalmente con questa parola si intende un film che mostra il funzionamento dell’industria cinematografica, che svela i meccanismi che stanno dietro la realizzazione di un film, in generale un film che parla di cinema. Quello che voglio dire, però, è che Sherlock Jr.La rosa purpurea del Cairo non sono metacinema nello stesso senso in cui lo sono, di nuovo, 8½ oppure Tropic Thunder, la trama dei quali ruota attorno alla realizzazione di un film.

Entrambe le pellicole che stiamo analizzando “giustificano” il metacinema con l’elemento onirico, col sogno, anche se in maniera diversa. Buster Keaton aveva bisogno di qualcosa che giustificasse tutte le assurde gag comiche che gli venivano in mente e quindi doveva sospendere più del solito l’incredulità del suo pubblico. E nel sogno tutto è consentito, nessuno dubiterà che quelle cose possano accadere, perché non stanno accadendo: qualcuno le sta sognando.

Woody Allen invece utilizza un sogno ad occhi aperti, quello della sua protagonista (una meravigliosa Mia Farrow), talmente affascinata dalla visione delle immagini cinematografiche da, appunto, sognare ad occhi aperti ogniqualvolta entri in un cinema.

metacinema

Duplicazione del personaggio

Quando la pronuncio la parola “duplicazione” mi suona sempre grossa, non so, una parola grossa. Vabbè sono pazzo. Andiamo avanti.

In Sherlock Jr. a duplicarsi è il protagonista stesso. Egli già dall’inizio ci viene presentato come un personaggio duplice, in quanto vorrebbe diventare un detective, ma lavora come proiezionista in un cinema. La sua volontà potrà farsi concreta proprio attraverso il metacinema e il sogno. Infatti, durante una proiezione, il nostro protagonista si addormenta e inizia a sognare. Nel sogno è entrato nella pellicola che stava proiettando, prima nei panni di se stesso, quindi dello sfigato tipico che interpreta Buster Keaton, e dopo diventando Sherlock Jr., il detective più forte di tutti. Mi sono appena sentito un padre che cerca di gasare il proprio figlio.

Nel film di Allen invece le cose vanno quasi al contrario. Non c’è un personaggio che entra nella pellicola, ma uno che esce! Mia Farrow sta guardando al cinema un film intitolato appunto La rosa purpurea del Cairo; ad un certo punto il personaggio di Gil Shepherd le rivolge la parola e, quando lei gli risponde, lui letteralmente esce dallo schermo ed entra nel mondo reale.

A questo punto, però, si dovrà imbattere nella sua “persona”, ovvero nell’attore che l’ha interpretato e che ha dato vita al suo personaggio all’interno del film. Sì, si picchiano. Uomini.

Realtà/finzione

Questo ingresso/uscita dalle pellicole e questo scambio tra personaggi fittizi e reali fa per forza di cose scaturire la riflessione sulla rappresentazione, la quale prevede una realtà da rappresentare e un finzione rappresentata. Grosso modo, il discorso sarebbe molto più complicato e noioso di così. Evviva la sintesi!

Il film di Keaton riflette su questo rapporto evidenziando in particolare le possibilità che la finzione schiude rispetto alla realtà. Scusatemi se filosofeggio un attimo. Credo che il vecchio motto “conosci te stesso”, semplificando, equivalga al dire “conosci i tuoi limiti”. Fino a qui ci siamo tutti direi. Conoscere i propri limiti significa altresì assumere la consapevolezza che la realtà nella quale viviamo è limitata, o comunque noi possiamo esperirla come limitata, perché noi stessi siamo limitati. Male alla testa? Moment? Dai ho quasi finito.

Questa prospettiva potrebbe risultare un pochettino opprimente e quindi gli esseri umani cercano un modo o un mezzo per reagire. Questo mezzo è l’arte. L’arte è quel territorio che consente all’essere umano di superare i propri limiti. Pensate a Picasso, Bacon, Duchamp, Salvador Dalì o, per rimanere in ambito cinematografico, a Lynch, a Buñuel. L’unica cosa che accomuna tutte queste geniali personalità è la conoscenza del limite: perché solo conoscendo i limiti, questi ultimi si possono infrangere. Detto in altre parole, solo la conoscenza delle regole ci permette di infrangere le regole.

Anche Keaton aveva capito questa cosa e in Sherlock Jr. mostra tutto ciò che il suo personaggio, nella vita reale – intendo la vita reale interna al film, ovviamente: scusate, lo so che è un casino – non potrebbe essere, ovvero un grande detective. Poi, giustamente, Keaton se la gioca facendo fare al fantomatico Sherlock Jr. cose le più bizzarre possibili, ma questo lo fa anche per un altro motivo: per spostare in avanti le possibilità del cinema. Ma a questo arriviamo dopo.

Woody Allen affronta la questione, di nuovo, in maniera rovesciata. La riflessione qui è su cosa cambia, per un personaggio di finzione, vivere nel mondo reale. E anche Allen si libera in molteplici gag comiche: Gil Shepherd nel film è molto ricco e quindi fa il galantuomo offrendosi di pagare la cena a Cecilia (Mia Farrow), ma sorpresa sorpresa: i suoi soldi sono falsi. Quando Gil si picchia col marito di Cecilia le prende fortissimo, ma ciò non gli provoca dolore e inoltre ne esce completamente illeso e assolutamente non spettinato.

In Allen, però, la questione si ricollega anche al tema della libertà. Infatti il personaggio di Gil non vuole più tornare all’interno della pellicola, perché lì è al servizio di una parte già scritta, che deve interpretare ripetutamente e all’infinito, mentre nel mondo reale capisce che può compiersi come individuo. Pirandello echeggia in sottofondo…

Peraltro è esilarante la scena in cui Gil viene trasportato da una prostituta in un bordello, ma lui pensa di trovarsi al cospetto di gentili signore che vogliono offrirgli le loro gentilezze. Che poi è un po’ quello che si fa nei bordelli, ma Gil la intendeva in un altro modo.

sherlock jr

Quel volto di pietra…

Metacinema e discorso sul cinema

In questo caso i due film si muovono in due direzioni nettamente opposte, si potrebbe dire che uno guarda avanti mentre l’altro guarda indietro.

Sherlock Jr. utilizza il metacinema per esplorare e innovare le possibilità del cinema. Keaton è sempre stato uno a cui piaceva giocare e inventarsi trucchi incredibili a livello di effetti speciali, ma in questo film forse tocca l’apice. Infatti mette in scena una serie di tecniche, per il loro utilizzo pionieristiche, che poi hanno fatto scuola nel cinema successivo: pensate alle sovrimpressioni, alle doppie esposizioni, al modo di riprendere gli inseguimenti, agli effetti che fanno compiere strani movimenti alle palle da biliardo…

Allo stesso tempo il metacinema in Sherlock Jr. serve per mostrare alcuni meccanismi che governano soprattutto la gestione di una sala cinematografica. Che comunque il fatto che nel 1924 Buster Keaton abbia avuto l’idea di far entrare un personaggio del mondo reale in una pellicola, resta follia.

La rosa purpurea del Cairo, invece, si presenta come un grande omaggio al cinema anni ’20-’30. Ce lo dice immediatamente la colonna sonora sui titoli di testa, che riproduce Cheek to cheek di Fred Astaire, brano che proviene direttamente da Cappello a cilindro, film del 1935. Ce lo dice il titolo stesso del film, che richiama il cinema dei grandi esploratori che partivano per viaggi incredibili verso luoghi meravigliosi. Insomma, tutto il film è un commosso sguardo a quel cinema d’epoca.

Ma Allen poi utilizza il metacinema per parlare di industria cinematografica vera e propria. Quando Gil abbandona la pellicola per raggiungere Cecilia gli altri personaggi che invece sono rimasti all’interno del film non hanno più uno scopo, non sanno che fare e si infuriano. Sarà Cecilia stessa che ad un certo punto verrà trascinata dentro la pellicola assieme a Gil, così che possa esperire il sogno hollywoodiano direttamente sulla propria pelle.

Sono poi di preziosità rara tutti i discorsi che la persona di Gil, Tom Baxter, intrattiene col suo personaggio o con altri esponenti del mondo dello spettacolo. Lui crede di essere un ottimo attore di successo, ma spesso e volentieri le persone attorno a lui ci mettono 0,3 secondi a fargli notare che non è così.

La stoccata definitiva di Allen arriva quando Cecilia, scelto di voler vivere con Tom e non con Gil, che quindi, sconsolato, torna dentro alla pellicola, privandosi della libertà, si ritrova gabbata: Tom le aveva fatto una falsa promessa per convincere Gil a tornare dentro e, non appena ottenuto ciò che voleva, è partito per Hollywood. Nel finale vediamo allora una triste e disillusa Cecilia tornare al suo cinema e, piano piano, di fronte alla bellezza delle immagini, ricominciare a sorridere.

È come se Woody Allen stesse dicendo: “tenetevela la vostra Hollywood, io il cinema lo faccio a modo mio”. Ed è proprio in questa negazione del lieto fine, che io chiamerei lieto fine amaro, che Cecilia, ma di rimando anche Allen, trovano la propria libertà. Quella di sognare.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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