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Focus

La mia esperienza con David Lynch: odio-amore in un battito di ciglia

Nel 1979 Douglas Adams pubblicava il suo capolavoro cult Guida galattica per gli autostoppisti. Come ben saprete all’interno del romanzo è contenuta la famosa risposta sulla vita, l’universo e tutto quanto, ovvero 42. Questa risposta però non risolve la domanda più urgente: che cosa voleva dire David Lynch?

Dato che ultimamente mi sono sobbarcato degli articoli semplici e leggeri, oggi non mi smentirò: vi racconto David Lynch. Non aspettatevi risposte, le state cercando nel posto sbagliato, MacGuffers curiosi! La mia unica pretesa è quella di raccontarvi come ho conosciuto il grande Davide – tra grida, pianti e garmonbozie varie – e in che rapporti siamo oggi.

Pronti? Balliamo.

Per mia fortuna (o sfortuna, dipende dalla sanità mentale) mi sono imbattuto per la prima volta in Lynch partendo dall’inizio, da Eraserhead: è stata una sconfitta. Appena finita la visione chiamo l’amico che mi aveva rivolto l’infame consiglio e dico solo una cosa: “il film dura un’ora e mezza ma a me sono sembrati 5 giorni”. Che è circa simile a ciò che diceva la nostra Sara Boero commentando l’ottavo episodio della terza stagione di Twin Peaks.

Subito dopo, la fatidica domanda: ma che cazzo ho visto? I cinefili intellettualissimi si staranno mettendo le mani nei capelli, le dita negli occhi. Un po’ di comprensione sarebbe gradita: ho avuto un trauma. Ero un ragazzetto che si trova sbattuto in faccia un bianco e nero, praticamente muto, onirico, surreale e un cazzo di feto con la testa da brontosauro che miii che paura levati che se no svengo per favore. Non potevo né scendere, né salire.

Scusate, la psicanalisi non sta aiutando.

Crescendo e facendo anch’io finta di diventare un intellettuale, Eraserhead si trasforma in capolavoro. Certo, ci sono volute circa 36 visioni prima di poter azzardare un’affermazione del genere, ma alla fine è un buon metodo per combattere la noia, no?

Dicevo di essere stato fortunato però, perché involontariamente avevo guardato il primo film di Lynch e anche quello del regista in cui forse meglio è raccolta in nuce la sua poetica. Pensateci: il bianco e nero, il sogno, i passaggi attraverso mondi, l’estetica di impronta surrealista, LE DONNE COI TUMORI IN FACCIA, insomma Lynch.

Non a caso nel 2017 Davidone nazionale fa uscire What did Jack do?, che costituisce una sorta di ritorno alle origini proprio nel recupero degli elementi che hanno caratterizzato la sua prima filmografia (vedi anche i cortometraggi Six Figures Getting Sick e The Grandmother).

david lynch

Guardalo l’infame creatore di incubi, al caldo, bello rilassato: che schifo che fai.

Comprensibilmente il mio cervello disse basta. Anzi, peggio: mise una sorta di parental control che mi paralizzava gli arti ogniqualvolta cercassi di guardare un altro film di Lynch. Ma poi una telefonata cambiò tutto. Era l’amico che mi aveva consigliato Eraserhead.

In pieno stile Lynch la sua voce è filtrata attraverso il mio orecchio, ha fatto rissa con la mia amigdala e ha lasciato il mio cervello circa in questo stato:

Una volta ripresa coscienza realizzai che nella mia testa rimbombavano due sole parole: Mulholland Drive.

Peggio di Eraserhead non si poteva fare, no? E infatti Mulholland Drive è stato una rivelazione. Certo, ho di nuovo finito la visione col “Che cazzo ho visto?”, ma stavolta era come se una parte di me ne volesse ancora: ero diventato l’ennesimo esperimento sado di Lynch.

Chiamai ancora una volta l’amico che mi aveva iniziato a questo nuovo tipo di piacere e gli chiesi: “ma per te cos’è il cubo blu di Mulholland Drive?”. Mi rispose laconico e sicuro: “che cazzo ne so”. Mi sono sentito capito. Ma allo stesso tempo ho iniziato a capire – o forse mi illudevo di star capendo: a Lynch non frega una ceppa, se capisci crolla tutto. Ai tempi a questa rivelazione pensai soltanto: “brutto paraculo”.

Ma Mulholland Drive aveva una forza d’attrazione assurda e non mi era mai capitata un’esperienza simile. E credo sia proprio questo il cinema di Lynch, un’esperienza. Mi ritrovai con un film di cui non avevo capito NULLA ma che mi era piaciuto e che volevo rivedere altre 114 volte. Al giorno.

Sarà stato il club silencio (che rimane la mia scena cinematografica preferita in assoluto), sarà stato il mistero, l’intrigo, o forse la bellezza e la scioltezza con cui erano passate quelle quasi due ore e mezza, o magari le tette di Naomi Watts e Laura Harring. Lynch mi aveva catturato e io ero a mio agio nelle catene.

Forse dovrei darci un taglio con queste vaghe metafore sessuali, sta diventando strano.

Iniziai allora per davvero il mio viaggio nei meandri del ciuffo più famoso di Missoula e presi a guardare i film di David Lynch DI MIA SPONTANEA VOLONTÀ. Avevo paura e non sapevo cosa fare. Per di più ero stupido, infatti seguii la logica del se è andato agli Oscar è bello e ripartii da The Elephant Man.

La cosa stranissima è che questo film viene subito dopo Eraserhead, ma è quasi un film normale. Per quanto possa essere normale un film in cui il protagonista ha 7 metri di protuberanza sulla fronte. Se non altro The Elephant man è un film lineare, che parte da A e arriva a B. Non come Eraserhead che parte, poi gira, cade sulla terra, poi ops la tua ragazza è incinta, ma hey è un brontosauro-feto ma tu vuoi la donna del radiatore e quindi la tradisci e poi ti salta la testa e ci fanno una matita.

Tuttavia accadde l’impensabile: The Elephant Man non mi era piaciuto. E vi dirò di più: non mi era piaciuto PROPRIO PERCHÈ era lineare. Forse sono pazzo.

Però pensateci un secondo. Mi ero scontrato con Lynch e con Eraserhead, poi mi ero innamorato di Mulholland Drive, sicuramente mi aspettavo di tutto tranne che un film come The Elephant Man che è lynchano ma senza esserlo. Il che non vuol dire che sia un brutto film, semplicemente l’ho solo forse guardato nel momento sbagliato; oggi infatti lo ritengo un capolavoro in cui Lynch dimostra che le regole del cinema le conosce, le sa usare e per questo le rompe quando e come vuole.

david lynch

“Minchia guaddi?”.

Optai per l’ordine cronologico. I fan di Lynch hanno già capito tutto. Dune.

Un film di merda, direbbero in molti, e forse a ragione, ma ci andrei più cauto. Senza ombra di dubbio Dune è il film di Lynch che preferisco meno, ma anche per il regista vale la stessa cosa quindi tutto tranquillo. Quindi è un film di merda? No, è un film in cui Lynch ha un po’ sbagliato il tiro. Ma è anche un film in cui le scelte di produzione hanno influito pesantemente sull’esito della pellicola. È notorio infatti che Dino de Laurentiis e compari avessero il controllo sul final cut, cosa che ha impedito a Lynch di gestire a suo piacimento le immagini. Il che equivale a un terremoto di magnitudo 15.5 sulla scala Richter.

Dune è noioso, non si capisce un cazzo ma per davvero, non alla Lynch e sostanzialmente se non lo guardate non vi perdete nulla, né della vita né di Lynch. Fatemi aggiungere però che è un film in cui la poetica di Lynch POTEVA esserci ma non ci è stata.

E quindi decisi di divorziare.

dune

Kyle MacLachlan ha preso troppe pillole blu.

Ero deluso e iniziai a pensare che veramente Lynch fosse solo un paraculo che aveva centrato l’obiettivo con Mulholland Drive e il resto baggianate. Ma squillò il telefono. Era lui, il mio salvatore, che per l’ennesima volta mi disse di guardare un film di Lynch.

Io, impettito, imbronciato e offeso, non ne volli sapere, ma accettai di visionare una scena per cercare di convincermi. Era la scena in cui Kyle MacLachlan fa il passo della gallina in Velluto blu.

Ero estasiato, affascinato, improvvisamente NE VOLEVO ANCORA. Scusate. Il destino mi aveva chiamato: dovevo guardare Velluto blu.

Ok, forse sono stato un pelo iperbolico, ma Velluto blu è stato meglio di 4 botte di coca di fila del sesso. Intendiamoci, non siamo ai livelli di Mulholland Drive (almeno per me), ma questo film ha qualcosa di magico, di intrinsecamente attrattivo.

Ho amato il modo in cui Lynch si è reinventato il giallo, ho amato la fottuta colonna sonora che qui inizia ad avere un ruolo fortemente rilevante nel cinema del regista (guarda caso è la prima collaborazione con Badalamenti), ho amato Dennis Hopper. Ma in modo particolare, quasi come se mi avessero rapito gli alieni, ho amato Isabella Rossellini, in questo film semplicemente straordinaria e di rara bellezza.

Non faccio meditazione, ma credo che Velluto blu abbia avuto su di me lo stesso effetto di un’iniziazione misterica, di un accesso all’assoluto: da lì in poi non ho più potuto fare a meno di David Lynch.

David, sappi che questa in realtà è una lettera d’amore sotto banco.

david lynch

Mystero, fascino, colore.

E poi mi sono innamorato. Quando Cuore selvaggio giunse a bussare alla mia porta fu un lampo e poi il fuoco. E poi Nicolas Cage che recita bene, Laura Dern che è la donna della mia vita, Willem Dafoe che ha i denti che sporgono di più della protuberanza sulla fronte di John Merrick.

E poi il pulp, mischiato al road movie, alla storia d’amore, allo splatter, a Il mago di Oz, all’horror e ad Elvis Presley.

Cuore selvaggio sta nella mia top 3 film di Lynch assieme a Mulholland DriveVelluto blu ed è quel film che per davvero, prima di tutti gli altri, mi ha fatto innamorare del regista. Avete presente quella sensazione quando avete appena finito di vedere un film e volete subito rivederlo? Mi serve Nicolas Cage che rompe i crani.

In tutte le storie d’amore si commettono errori e il mio è stato guardare Fuoco cammina con me prima di aver visto Twin Peaks. Lo so, scusate, ho già camminato sui ceci. Anzi no, fanculo, perché quello che ci ha perso veramente sono io: io che ho perso almeno 5 punti di Q.I., io che ho cercato fino in fondo di capire cosa stavo guardando, io che alla fine del film volevo togliere la vita a tutti i miei cari. Allego foto della mia famiglia in descrizione.

Per chi non l’avesse capito: non si può guardare Fuoco cammina con me prima di Twin Peaks, lo dico per voi, vogliatevi bene.

Col senno di poi, il prequel della serie è Lynch allo stato puro, che si libera al sovrannaturale, all’onirismo e a Laura Palmer che pippa coca. E quindi chi ha ucciso Laura Palmer? La cocaina cazzo, ci faceva i bagni termali dentro, mannaggia a lei.

fuoco cammina con me

David Lynch è la matrice di tutti i nostri incubi.

È stato difficile riprendersi dal trauma, ma alla fine ho resistito e sono andato avanti. Lynch, però, è figlio di puttana. Nel momento in cui siamo in crisi coniugale lui cosa mi sbatte in faccia? Strade perdute, che di cosa parla? Di una crisi coniugale! Stai cercando di dirmi qualcosa Davide?

Dirò una cosa banale ma Strade perdute è il nastro di Möbius fatto film: dove inizia? dove finisce? ma ce li ha un inizio e una fine? Giusto per confonderci un po’ di più Lynch decide di sdoppiare i personaggi e operare una rappresentazione (circa) psicanalitica.

Come da titolo in questo film è centrale il tema della strada, elemento ricorrente nel cinema del regista. Una strada buia, rettilinea ma tormentata, che ci porta chissà dove nei meandri del subconscio.

strade perdute

Piacere, sono l’inquietudine.

E poi c’è Una storia vera, che ancor più di The Elephant Man ti fa dire: “ma è di Lynch?“. Quando lo vidi mi chiesi come fosse possibile che Lynch avesse scelto di dirigerlo. Bancarotta? Puttane? Capodanno troppo espansivo?

Trovai la risposta in Io vedo me stesso, serie di interviste rilasciate dall’uomo di Missoula a Chris Rodley, in cui il regista afferma per l’appunto che il soggetto lo deve in qualche modo interessare e affascinare, e così è stato con Una storia vera. Tutto ciò rende ancora più affascinante il realizzare quanto David sia semplicemente fuori di testa.

Fatto sta che Una storia vera è bellissimo. Ed è fortissimamente, stranamente, non sensatamente lynchano. Perché nonostante sia la cosa più lineare, chiara e limpida che Lynch abbia mai girato, riesce comunque ad essere inscindibilmente legata alla sua poetica. Tieniti pure i tuoi segreti, Davide.

una storia vera

Tutte le cose finiscono, ma ce ne sono alcune che eccedono i limiti del reale e vanno oltre, durano per sempre. Ad esempio Inland Empire.

Questo film è immenso, inspiegabile e di importanza a mio parere imprescindibile nella storia del cinema. Sia chiaro: non si capisce nulla, ma va bene così. Lynch, un po’ come Carax in Holy Motors, va oltre il cinema, lo supera e così facendo in un certo senso lo uccide.

Un po’ come ha ucciso il mio cuore quando mi ha mostrato questo:

david lynch

Evviva il digitale.

Spendo giusto due parole su Twin Peaks, che è stata l’ultima cosa che Lynch mi abbia regalato, come un matrimonio che viene coronato da un figlio. Soprattutto per la parte dei pannolini che puzzano di cacca.

Probabilmente Twin Peaks è la mia serie preferita. Adoro la prima stagione, il suo clima, il suo ambiente, tutti i personaggi (tranne James che è solo un fake). Questa serie per me è proprio come la tazza di caffè nero e la fetta di cherry pie per Dale Cooper.

E poi c’è la terza stagione, che è difficile, lenta, confusa, prolissa. Tuttavia, come ha già detto gente molto più brava di me, è la libera espressione del genio artistico di Lynch, la sua autorialità portata all’olimpo.

E io quel finale, quella Laura Palmer che grida non me lo posso dimenticare, perché per la prima volta dopo tanto tempo ho avuto paura: una paura viscerale che ti scuote da dentro e che, esattamente come succede ai personaggi, ti riporta nel mondo reale.

twin peaks

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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