Focus

La scuola è finita (finita in che senso?)

Metà giugno. Si chiudono le porte, gli studenti sciamano come mosche impazzite verso l’infuocato orizzonte dell’estate italiana. Restano i professori, mosche anche loro, posate su quello che resta di una lenta e sofferta (in)digestione scolastica. È tempo di scrutini, la scuola è finita, si tirano le somme. E se le tirassimo anche noi?

Finita in che senso?

Il Cinema italiano, sull’argomento, è sempre stato un po’ come il professor Vivaldi (Silvio Orlando) quando osservava quella grossa macchia di umidità sul soffitto dicendo che prima o poi sarebbe crollato giù. Con La scuola, infatti, Daniele Luchetti ci sbatteva in faccia (già nel ’95) i quadri di un’istituzione destinata a franare, a prendere una piega sempre più obsoleta e fatiscente, nonostante gli attuali lavori di ristrutturazione di chi crede che risolvere i problemi significa mettere una mano di vernice sulla macchia, invece che badare alle infiltrazioni. Quindici anni dopo, infatti, la situazione non è migliorata molto e Valerio Jalongo con La scuola è finita (2010), sottolinea più volte (e col rosso) cosa viene giù dal tetto.

Professori frustrati, stanchi, ragazzi incompresi, vuoti. Personaggi al limite del grottesco, che nel cinema d’autore non sono poi una novità: Fellini ne faceva ritratti caricaturali in Amarcord (1973); Petri, con Il maestro di Vigevano (1963), evidenziava come la scuola risultasse sempre ai limiti dell’insufficienza persino negli anni del suo sviluppo economico.

LA SCUOLA

di Daniele Luchetti, 1995, con Silvio Orlando, Anna Galiena, Fabrizio Bentivoglio

Quello di Luchetti è un ritratto disincantato della scuola come realtà umana in piena crisi, nato dalla penna di Domenico Starnone, autore e insegnante.

Ultimo giorno di scuola. Il soffitto della biblioteca è crollato, gli alunni entrano dalla finestra, qualcuno viene trascinato con la forza in classe per fare l’ultima (o la prima) interrogazione. Il professore di Lettere, Vivaldi, è un uomo buono, goffo, comprensivo, a cui si contrappongono docenti spietati, rozzi, allarmisti, menefreghisti, stanchi di insegnare, e un preside palesemente ignorante, superficiale, che ignora (“in totem”, come dice lui) problemi, avvisaglie e persone.

Nessuno pare che abbia visto sia la quasi pensionata prof Serino (per la quale si è organizzato un rinfresco di addio) che Cardini, l’alunno problematico, detto La Mosca, a rischio bocciatura visto che non fa altro che ronzare imitando l’insetto in volo. Eppure, dietro quel suo planare maldestro, c’è un disagio più grosso, quello di un’Istituzione impreparata a gestire una certa (e poetica) diversità.

C’è chi è nato per studiare e chi è nato per zappare. (Una delle perle di saggezza del professor Mortillaro)

Realistico quanto suggestivamente surreale, quello de La scuola è un contesto in cui gli assenti risultano più presenti dei presenti stessi

Bernocchi?

Io so assente professo’

in cui, appunto, il party di addio della prof Serino si festeggia senza la festeggiata (assente ma presente), che è un po’ come dire “la buona scuola” senza “buona” (assente e basta).

Luchetti, con la semplicità e la critica di un tono perfettamente inserito nel genere della commedia, ci racconta la triste verità che la scuola non è fatta per le ristrutturazioni, che tutto ciò che si vuole cambiare di fatto non cambia mai (come gli autobus in gita il numero uno diventa numero due e il numero due diventa numero uno), perché forse il cambiamento è qualcosa che non si vuole comprendere, fa parte del meravigliososi tende a bocciare:

Vivaldi: Lei ha presente Le metamorfosi di Ovidio?
Preside: Al momento non mi sovviene.
Vivaldi: E il film La mosca? L’ha visto il film La mosca?
Preside: No.
Vivaldi: La Metamorfosi di Kafka?
Preside: Mi dispiace, non l’ho visto.

(Vivaldi tenta di spiegare il caso Cardini in consiglio)

LA SCUOLA È FINITA

di Valerio Jalongo, 2010, con Valeria Golino, Vincenzo Amato, Fulvio Forti

Attuale, impegnato, imperfetto per ritmo e forse per una sceneggiatura che non riesce a mettere a fuoco pienamente tutto ciò che voleva raccontare, il film è un ritratto credibile della crisi di un sistema, che anche qui (anzi di più) si basa sulla crisi umana dei suoi protagonisti.

Da una parte gli studenti, abbandonati al degrado di una scuola di periferia, annoiati, sballati, in pieno regime dell’abbandono, dall’altra i docenti, sfiniti. Primi fra tutti:

  • Alex, che si getta dal tetto in preda alle pasticche che non nasconde di prendere e di distribuire a scuola;
  • Daria, professoressa che prende a cuore il ragazzo gestendo gratuitamente il Centro d’ascolto solo per lui;
  • il professor Talarico, una versione più triste di Jack Black che tenta di motivare il ragazzo con la musica.

La scuola è grigia, buia, simile a quegli abissi in cui popolano esseri mostruosi, luogo inospitale e gelido in cui però esistono anche creature luminose. Peccato che della luminescenza non freghi niente a nessuno. Gli studenti cercano solo scuse per occupare la scuola (cioè smantellarla), i docenti non vedono l’ora di fuggire, i genitori si lamentano, chiedono aiuto, pretendono la massima disponibilità ma sono pronti a puntare il dito. Tanto che tutta la disponibilità di Daria le si ritorcerà contro, imparando a sue spese che forse non bisognerebbe provare niente per durare più a lungo: né frustrazione né empatia né rabbia né entusiasmo (quello lo hanno abolito quando hanno deciso che i giovani sono troppo giovani per insegnare).

A che serve allora tutta questa umanità? A peggiorare le cose? Sostituissero i docenti con i robot: i ministri non pagherebbero gli stipendi, niente supplenti da sfamare, niente guerra fra poveri, niente ruffianerie e quindi voti più giusti, peccato solo per gli psicologi che avrebbero meno esseri umani in cura.

A proposito di questo, qualcuno ci aveva visto lungo già negli anni ’80, con il programma sperimentale della Scuola Marilyn Monroe che prevedeva uno psicologo a disposizione dei docenti, Dino Zoff al posto del Papa sulle pareti, sala giochi come sala professori, jukebox in aula per le lezioni di storia.

Ma quello era Nanni Moretti (Bianca, 1984).

(S)finita o meno, aveva ragione il professor Vivaldi: la scuola è un luogo dove sopravvivi se sei destinato a sopravvivere, e alla faccia della scuola inclusiva, la verità è che forse

La scuola italiana funziona solo con chi non ne ha bisogno.

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La mia prima babysitter fu una Super 8. Non scherzo, mio padre mi teneva tra i rullini da sviluppare. Mia madre invece mi faceva sedere sui libri, secondo me non voleva che li aprissi, perché sapeva sarebbe stata la fine. Mischio storie e immagini da sempre, a volte mi fa girare la testa, a volte mi fa girare cortometraggi (che a volte mi fanno girare il mondo). Scrivo di cinema perché guardare non mi basta.

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