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La Trilogia della Depressione di von Trier: ho guardato dentro l’abisso e ho trovato solo dolore

TI ODIO, LARS

Sto male da due giorni. Ho mal di stomaco, non riesco a dormire; ho due afte in bocca e un vago senso di nausea. Non stavo così dal primo film dei Pokémon, dopo aver visto Pikachu piangere sul corpo pietrificato di Ash.

Forse è colpa del caldo africano che mi ha dato alla testa; forse è il fatto che sono un dannato autolesionista. Sta di fatto che in 3 giorni ho deciso di vedere/rivedere 7 film di Lars von Trier, Trilogia della depressione compresa. Quello che in gergo tecnico non definirei un colpo di genio.

Il regista danese non è di certo famoso per commedie brillanti o spensierate, come suggerisce il titolo di questo articolo. Appellativo datogli dai critici di mezzo mondo, per me è fin riduttivo parlare di Lars come un pessimista cosmico: qui siamo di fronte ad una visione tragica, crudele e degenerativa della natura umana.

Finalmente ho capito da dove proviene la citazione che ho visto sotto milioni di foto di Instagram, “Se guardi a lungo dentro l’abisso, l’abisso guarderà dentro di te” (più o meno dovrei esserci). Vi parlo, o meglio, vi scrivo con il pugnale ancora conficcato nel rene destro; Lars von Trier è la prova vivente di quanto il dolore possa spingere e ispirare allo stesso tempo un artista, nel suo percorso di realizzazione ed espiazione.

Difficile, quasi impossibile, raccontarvi cosa possano trasmettere Antichrist, Melancholia e Nymphomaniac, ma voglio provare. Datemi una possibilità. Voglio che soffriate con me.

 

  • CAPITOLO UNO

ANTICHRIST – LA DISPERAZIONE

Bianco e nero. Lascia ch’io pianga di Handel. Superslowmo in cui si alternano un coito e la morte accidentale di un bambino, che cade da una finestra del secondo piano. Buongiorno a tutti, noi avremmo anche iniziato. 

Come la teoria di Darwin e le leggi della natura, Antichrist screma subito la parte di pubblico non pronta per questo genere di Cinema. Puristi, puritani… questo non è pane per i vostri denti. In realtà, il tema alla base, non è nemmeno così stravagante: un uomo e una donna cercano di elaborare il lutto per la perdita del figlio dopo la morte fortuita, espiando il senso di colpa nella loro casa in mezzo al bosco, di nome Eden. Sì, i due che facevano all’ammore di cui parlavo prima sono loro.

Peccato, però, che il film sia di una pesantezza indicibile: non per la sua durata (1:48, fin poco direte voi), ma per l’ansia e il malessere che von Trier riesce a trasmettere con ogni inquadratura o in ogni momento, spingendoci, passo dopo passo, verso ciò che di più tetro Antichrist ha da offrire.

Camera a mano costante, primi piani strettissimi e una natura fotografata in maniera claustrofobica, sempre nella penombra; due attori, come Wilem Dafoe e Charlotte Gainsbourg che sono TROPPO bravi a mostrare l’essenza della disperazione e del dolore. Lars che riesce a dare vita ad un body-horror giapponese che è figlio dell’idea di un cinema più introspettivo e psicologico alla Bergman ed evocativo/surreale alla Tarkovskij. Anche se la dedica a quest ultimo mi è sembrata un po’ paracula… in tutta franchezza. E anche carlezza.

La depressione

Non c’è spazio per la fiducia e per la verità nella vita di coppia; l’uomo e la donna sono dei peccatori senza via di scampo, intrappolati in un vicolo cieco. Antichrist, e il suo regista, si prendono gioco della sacralità dell’Eden (che diventa la foresta dei suicidi), definendo la natura “la chiesa di Satana”, mostrando il collasso psicologico e il fallimento della scienza di fronte al dolore incommensurabile della donna, sempre più attratta dall’oscurità. Qui la depressione porta all’autodistruzione e alla negazione del piacere (tema che riprenderemo anche più avanti). IL CAOS REGNA.

…e quindi?

Von Trier spinge subito sull’acceleratore, con un film ricco di simbologie, misticismi pagani e decide di infarcirlo con una crudeltà verso l’uomo e la sua indole che poche volte ho visto su schermo. Antichrist è un film che fa paura anche solo all’idea di essere rivisto, soprattutto per i pene-muniti. Aòh, cominciamo bene…

  • CAPITOLO 2

MELANCHOLIA – L’INCOMPRENSIONE

Da non confondere con la malinconia, mi raccomando. A Lars von Trier venne diagnosticata, durante la sua crisi mistico-esistenziale, la tendenza (in soldoni) “ad agire con molta calma nelle situazioni di grande stress”. Motivo? Semplice, queste persone affette da melancolia si aspettano sempre il peggio dagli eventi. Accettano il peggio.

Così come Lars, pure la sua protagonista, Justine (Kirsten Dunst), soffre di questo complesso psicosomatico e il film affronta il rapporto tra lei e sua sorella Claire (sempre la Gainsbourg), più algida e “razionale”. In tutto questo contesto molto amichevole e familiare, il mondo è minacciato da un pianeta, di nome Melancholia, che sembra stia per impattare sulla terra.

Che dire, Melancholia è un film frastornante e logorante: diviso pure questo in capitoli (due, ognuno per una sorella), visivamente è un orgasmo per gli occhi; il cineasta danese crea una realtà parallela dove il simbolismo e il legame tra la protagonista e la natura diventano ancora più espliciti che in Antichrist. Non si perde in fronzoli, in allegorie cervellotiche: qui è tutto chiaro e paurosamente tangibile.

Mai eccessivo (e forse, per gusto personale, avrei preferito qualcosa di più “crudo”), Melancholia è figlio di ogni forma d’arte, come testimoniano i rimandi all’Ofelia dell’Amleto e al dipinto di Milais; la Dunst vuole (e tenta di) essere capita, non compatita dalla sorella e da chi è vicino a lei. Il pianeta, come l’omonima malattia, piano piano diventerà sempre più opprimente, fino a rovinare il matrimonio e l’esistenza stessa di Justine. Oltre le regole della scienza e la razionalità, il destino è inevitabile lascia solo le briciole a tutti i falsi speranzosi. Infinity War chi?!

La depressione

Justine non riesce a essere felice; è costantemente perseguitata da una tristezza immotivata che rovina i rapporti con i propri familiari e il marito, portandola a soffrire di dolori psicosomatici. Lars tenta di piacere e farsi ascoltare da una fetta più ampia possibile di pubblico, grazie ad un film molto più vendibile del precedente; il suo idillio, come quello della sua protagonista, dura poco. Un istante. Per liberarsi di ogni oppressione è necessario eliminare tutto ciò che ci circonda, sacrificando anche la nostra esistenza. Perché la Melancholia non fa prigionieri, solo vinti.

…e quindi?

Il più apprezzato della Trilogia da tutto il mondo cinefilo e non, è forse quello meno scioccante, ma non per questo meno bello. A maggior ragione perché in un progetto come quello della Trilogia della depressione avrei voluto qualcosa di più pregno, di più esagerato… tipo il finale di Sailor Moon. Non pensate però di scamparla: qui si soffre, forse a un livello ancora più sottile. Come il più perverso dei Re Mida, von Trier tocca la fantascienza e la rende oro colato. Oro che ci fa sentire depressi. Bella metafora delle palle che ho usato.

  • CAPITOLO 3

NYMPHOMANIAC – LA SOLITUDINE

No, il sottotitolo non è di una canzone della Pausini; questo sarà il primo e ultimo porno che non vi farà più venire voglia di segarvi. Scusate se sono scurrile, ma quando ce vò, ce vò. Due film da due ore, una director’s cut da 5 ore e mezza, Nymphomaniac è un’epopea sulla vita di una ninfomane (ma va?!) e sulla negazione del piacere (ecco che ci risiamo). A tutto questo, aggiungeteci gli elementi già disseminati da Lars nei due film precedenti, quali satanismo, legame con la natura, musica classica, genitali in bella vista… con un bel condimento al sapore di sperma… lasciamo perdere.

Joe è una donna, dipendente dal sesso, ritrovata in fin di vita in un vicolo da un uomo colto e gentile, che decide di accompagnarla a casa sua; di lì in poi, verrà ricostruita la vita della protagonista… Dalla gioventù fino ad allora.

Dei tre, è il film che preferisco. Forse perché vuole essere apertamente dissacrante… Forse perché ho provato davvero dolore e compassione per la protagonista… O ancora, perché ha uno dei finali più crudeli e subdoli che ci si possa aspettare. Vorresti distogliere lo sguardo dallo schermo ogni dieci minuti, ma non riesci: si è come rapiti da un vortice di passione, rabbia e tristezza che istiga all’autolesionismo.

Cast di caratura biblica, se ve li elenco tutti stiamo qua fino a domani; pure Nymphomaniac è diviso in episodi/capitoli e ognuno di questi è di una forza disarmante. Lussurioso dal primo all’ultimo minuto, l’ottovolante di von Trier è ricco di momenti indimenticabili… ma non per i motivi che pensate voi. In 4 ore, o giù di lì, il regista mette nero su bianco le sue paure e lo fa mostrandoci il lato oscuro del sesso, con tutti i suoi tabù e le sue perversioni. A quel paese l’amore!

La depressione

In tutta questa orgia cinefila ho pensato, costantemente, “Dio, quanto mi sento solo”. Nymphomaniac vi farà sentire inutili, inermi, indifesi… Insomma delle merde ambulanti. Come una seduta terapeutica scoprirete sempre di più su Joe, il suo mondo e le bestie che la circondano; la depressione di von Trier va a intaccare uno dei piaceri prediletti dall’uomo… il compiacimento dei nostri istinti animaleschi, citando The Lady. Non c’è cura, possiamo solo convivere con il dolore e farlo nostro. Non c’è alcuna speranza di lieto fine.

…e quindi?

Nymphomaniac è un sunto perfetto dell’universo von Trieriano (ho appena invento un neologismo, perché al MacGuffin siamo ACAB), dove l’amore per il cinema si perde nel dolore delle immagini e dei suoi personaggi. Un boccone amaro che mostra una nuova e ulteriore voglia di sperimentare da parte del cineasta danese. Chiamatelo come volete, persino “film per segaioli snob”, ma Nymphomaniac è molto di più: una ferita a cuore aperto, un pugno nello stomaco che cambierà il modo di vedere il sesso. La Trilogia della depressione ha la sua più che degna chiusura.

Scusatemi…

È stato davvero difficile provare a spiegarvi, a parole, in mezzo a tutto questo delirio, quello che ti lascia un’esperienza come questa. Il cinema d’autore nella sua forma migliore si è manifestato davanti ai miei occhi… E cazzo, sono entrato in un mondo di terrore e orrore. I demoni di Lars von Trier hanno infettato la mia mente ancora una volta, e ora… del mondo vedo solo il suo lato brutto.

“Sono pronto per il tuo nuovo film, Lars…”

Un regista che non ha vie di mezzo: o si odia o si ama. Bisogna andare di pancia, entrare in punta di piedi… farsi rapire e farsi contagiare dalla magia della sua mente malata. Con ogni suo difetto, in tutta la sua bellezza… fatemi dire…

FOTTITI LARS. 

Ora torno a vedere i film di Fantozzi. Devo scacciare i brutti pensieri. Scusate ancora.

Article written by:

Davide Casarotti

Antipatico e logorroico since 1995. Scrivo di Cinema da quando ho scoperto di non saper fare nulla. Da piccolo volevo fare il cuoco, crescendo ho optato per il giornalista; oggi mi limito ad essere pessimista, bere qualche birra con gli amici e andare al Cinema da solo. Giuro, non sono una brutta persona.

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