città
Focus

Le città (in)visibili nel cinema, o di come trovare meravigliose poetiche

Questo articolo non vuole essere un plagio all’opera di Italo Calvino, ma semplicemente si ispira al suo spirito di iniziativa.

Forse.


città invisibili

Belli i film, vero? Le immagini, le narrazioni, i dialoghi, le riflessioni, la regia. Sì, ma, come dire… non è che alla lunga stancano? Insomma, a tenere la concentrazione sempre fissa sulle stesse cose si finisce per sclerotizzarsi. Ma come sempre il mio ruolo qui è quello di piovere, manco fossi manna che cade dal cielo, piombando nei vostri cervelli per riempirli di nuove prospettive. Dire: “deliziarvi con un nuovo articolo” sarebbe stato senz’altro più sbrigativo e meno fastidioso per voi, ma d’altronde sono un giornalista. Magari prima o poi, dai.

Quindi, noi oggi spostiamo completamente l’abituale focus che si tiene analizzando un film, e perché no, anche impostando un articolo. Parliamo di città, ma non come scenario, ambiente o ambientazione, no: città come nucleo focale nello sviluppo di un’opera. E il resto già lo sapete: ecco a voi una lista di film in cui il ruolo della città la fa da padrone.

Le città e la comprensione: Lost in Translation, di Sofia Coppola

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Oh sì, è proprio il meme dell’ascensore.

Mi fa parecchio strano cominciare con questo film; e sono sicuro faccia strano anche a voi: articolo sulle città, articolo sulle città… e che cazzo c’entra Lost in Translation? Sono dell’idea che senza Tokyo questo film non sarebbe potuto esistere. Cioè non Tokyo in particolare, ma una città in cui si parla una lingua diversa da quella parlata e compresa dai protagonisti. E anche il titolo, quindi, è tutto un programma, più esplicito sarebbe potuto essere: Non capire un cazzo a Tokyo ma limonare comunque duro con Scarlett Johansson.

Ma invece Tokyo è importante perché è la capitale del Giappone, ed è quindi l’emblema di quella cultura orientale che è così diversa e distante da quella occidentale. Ci pensate a che figata il rutto libero e giustificato? Tokyo diventa il fulcro del film perché è l’epicentro dell’incomprensione, è il luogo deputato a rappresentare una distanza incolmabile che esiste tra gli esseri umani, che sono talmente vicini eppure non riescono a sentirsi.

Le città e il dolore: Hiroshima Mon Amour, di Alain Resnais

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Solo film felici oggi. Se Hiroshima non è un emblema io ho a casa un dragone che mi fa il flambé sulla crema catalana prima di servirmela sulla sua ala sinistra. Il passato e il presente che si mischiano con uno sguardo rivolto, però, al futuro, condensati in una spinta all’allontanamento del dolore, sia individuale che collettivo. Il dolore dell’uno che di riflesso rimanda al dolore di tutti e che da esso è sovrastato senza tuttavia esserne la soluzione. Un dolore atroce, simboleggiato da Hiroshima stessa, che rimanda al dolore di una donna, anch’essa simbolo dell’uomo, ma che da quest’ultimo non può essere contenuto. E in questo senso l’uso del flashback è divino.

Visto che siamo in tema Giappone, vi rompo il cazzo con un mio vecchio articolo, che così spezziamo anche un attimino il tono sentenzioso.

Le città e il peccato: Sin City, di Robert Rodriguez e Frank Miller

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Assolutamente clickbait.

Quasi quasi non ve la dovrei spiegare neanche, ma già che siamo in ballo. Contate la figa, le armi, il sesso, gli spaccaossa, gli uomini evirati, il sadomaso, Eva Green, Jessica Alba e ogni singolo fotogramma di questo film: trasudano peccato a tal punto che se fossimo nel Medioevo non potrebbero nemmeno bruciare Robert Rodriguez, perché andrebbe già a fuoco da solo. E comunque Sin City – la città, non il film – è costruita appositamente per ambientarci questo tipo di vicende e di personaggi, tra i quali non c’è nulla di pulito e/o corretto. C’è solo una cosa pulita a fine film, e fa parte di Josh Brolin…

Le città e l’amore: Il favoloso mondo di Amelie, di Jean-Pierre Jeunet

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“Scusa sai, c’hai uno schifo qui”.

Aaaaaaaaa Parigi, la città degli amori, di Montmartre, di Notre Dame, delle sbronze sotto la Tour Eiffel. Due di queste quattro cose le possiamo ritrovare in Amelie, a voi l’indovinello. Parigi, simbolo non troppo forte in questo caso, è il luogo ideale in cui ambientare le avventure tenere e altruistiche della dolce Amelie: assieme a lei percorriamo le vie della capitale francese e veniamo immersi in un mondo favoloso per l’appunto che ci sgancia completamente dalla realtà e ci regala un paio d’ore di spensieratezza e ricerca di felicità. Che stavolta viene trovata. Meglio non fare battute su Hiroshima.

Le città e il mito: Vacanze romane, di William Wyler

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Fotogramma più famoso di sempre?

Quando si parla di Roma c’è sempre quell’attimo di brivido che scorre su per la schiena, la percorre tutta, si insinua nel cervelletto conducendo al cervello… e poi niente: morite, per ictus. Devo fare gli esami per la Tourette.

Inutile dire che qui Roma non è solo la città in cui è ambientato il film; ma anzi, l’obiettivo del film è glorificare Roma e riscoprirla attraverso le immagini e i personaggi che si muovono all’interno di essa, percorrendo le tappe di un itinerario quasi mitologizzante. Eh, che paroloni. Che poi esplorare tutti i luoghi di Roma in un film è come cercare la verginità di Lisa Ann con il telescopio.

Ma non dimentichiamoci mai che Roma non è più quella dell’impero, ma oggi è quel posto dove si fanno le vacanze e dove quindi domina il caos e dove tutto si intreccia e niente si districa.

Le città e l’amore: Manhattan, di Woody Allen

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Involontariamente sto inserendo parecchi film in bianco e nero. Perché fa figo. Storie di amore e canti di innamorati, tra realtà e finzione, tra personaggi e quartieri. Un bianco e nero di classe sul quale Woody Allen tinge uno dei suoi migliori film, interiorizzando tutta la sua passione e spargendola poi nei modi più disparati, raccontando la sua storia della sua Manhattan, la quale acquisisce una dimensione da sogno indimenticabile, di quelli che ti fanno svegliare con l’anima quieta e distesa. E spero che anche voi siate quieti e distesi, perché ora ci contorciamo.

Le città sotterranee: Metropolis, di Fritz Lang

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Di film socialisti ce ne sono, però questo era il 1927. Il film che sostanzialmente ha fondato la fantascienza moderna e che, anch’esso, usa una città come simbolo: in questo caso delle discriminazioni classiste. Film di denuncia quindi, e di ribellione nei confronti di un futuro che si presenta tetro. Ma anche storia di una città che si estende fin al sottosuolo e proprio lì nasconde i suoi segreti e il suo schifo. Ma d’altronde l’altrove è uno specchio in negativo.

Le città e il dolore: Il cielo sopra Berlino, di Wim Wenders

il cielo sopra berlino

Un film di cui il mondo aveva bisogno, perché per i pianti e la disperazione non c’era più tempo, era giunto il momento di mostrare quel dolore. Berlino – che se non è la protagonista assoluta della pellicola poco ci manca – è attraversata da enormi cicatrici, sue e di tutta la Germania, che ogni giorno le persone sentono bruciare e che non vedono l’ora si rimarginino. E questo film, che usa degli esseri immortali quali sono gli angeli per mostrare quanto dolore si nasconda sotto il cielo di Berlino, dota infine gli stessi angeli di proprietà umane per permettere loro di condividere questo dolore e, un giorno, sconfiggerlo.

Le città nascoste: Brazil, di Terry Gilliam

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Sebbene non sia specificato dove ci troviamo (ed è un elemento da non sottovalutare), in Brazil il concetto di città è presente: della città che tutto comanda e tutto decide e tu devi stare seduto e ascoltare, perché se no vieni lobotomizzato. Circa. Anni e anni passati a tenere registri e carte varie nelle quali è scritto chi fa cosa e dove, a chiudere una rete dalle maglie sempre più strette. Ma ad accumular cadaveri si finisce col dover allargare il cimitero, fino a quando il cimitero non riprenderà possesso della sua città. Ma non è questo il caso, il film finisce a schifo.

Le città e il peccato: City of God, di Fernando Meirelles

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Guè Pequeno e Marracash.

Dai ditelo, dai: “la Cidade de Deus non è una città, è una favela”. Stupidi idioti. Avete presente Requiem For a Dream? Ecco: il film di Aronofsky è un pugno in pancia, questo è un pugno in faccia. In uno dei luoghi peggio malfamati dell’intero pianeta neanche i bambini possono restare puri e la violenza è (quasi) l’unica soluzione. La Cidade de Deus è quasi come se fosse un mondo a parte, parallelo, con le sue leggi e le sue condizioni di sopravvivenza, dove o spari o scappi. E muori probabilmente.

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Concludere un articolo con la morte non mi sembrava tanto carino, e comunque non dimenticate che non è tutto inferno, basta accorgersene.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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