Focus

Life is Strange – Quanto è sottile la linea tra film e avventure grafiche?

L’ESATTO PUNTO D’INCONTRO TRA CINEMA E VIDEOGAME

C’era una volta internet, un posto magico dove le persone potevano minacciarsi a vicenda pur stando a migliaia di kilometri di distanza. Il miracolo tecnologico dei giorni nostri ci permette infatti di sputare sentenze su tutto, dalla vittoria del Leicester in Premier League agli stipendi degli Eurodeputati, dal risotto con erba cipollina e finocchio al prezzo di quell’EP dei Pink Floyd che nemmeno David Gilmour sapeva di aver inciso. Tutto ciò ci porta ad uno dei flame più clamorosi nati all’interno della comunità nerd della rete, una discussione che ha diviso fan di cinema e videogiochi sin dall’annuncio del progetto. Una vera e propria Civil War.

Negli ultimi anni il successo delle avventure grafiche targate Telltale, ispirate a fumetti (The Walking Dead, The Wolf Among Us), film (Jurassic Park) e serie tv (Game of Thrones), si è trasformato in un grande punto di collisione sul mercato, che ad oggi presenta diversi titoli interattivi. Uno dei primi esperimenti mainstream degli anni ’10, Heavy Rain, lasciò intravedere incredibili potenzialità racchiuse nei graphic adventures games, con tantissimi estimatori sparsi per il globo pronti a cimentarsi in esperienze videoludiche dove la trama e la narrazione sono tutto.

Il caso più eclatante è stato quello di Life is Strange, titolo lanciato lo scorso anno dalla casa di produzione francese DONTNOD. Il gioco, suddiviso in cinque episodi rilasciati a intervalli di tempo più o meno regolari, ha ottenuto cascate di premi (tra cui il BAFTA), tagliando il traguardo del milione di copie vendute già al terzo episodio.

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Max, la protagonista, in uno dei fotogrammi più famosi

L’inizio della storia è abbastanza semplice: Max, ragazza di Arcadia Bay appena rientrata dopo aver vissuto diversi anni a Seattle, studia alla Blackwell Academy, rinomato centro di istruzione per le scienze e la fotografia. Proprio quest’ultima è la sua più fervida passione, che sfocia in un amore incondizionato per le Polaroid. Un giorno, nell’intervallo tra una lezione e l’altra, fa un salto al bagno per darsi una rinfrescata ma si ritrova coinvolta nell’omicidio di una ragazza. All’improvviso Max si ritrova però in classe, con la testa appoggiata sul banco. Era la lezione di prima. La ragazza non è stata ancora uccisa. Lei può aggiustare le cose.

Da grandi poteri derivano grandi possibilità. Non ce ne voglia Zio Ben, ma una ragazza appena maggiorenne sa a malapena cosa voglia dire la parola responsabilità. Il dono che però Max scopre di avere la porterà a indagare sulla scomparsa di una sua compagna di corso, Rachel Amber, con la vicenda che tenderà completamente verso tonalità noir dalle spettacolari sfumature adolescenziali.

Il dibattito si è acceso sull’identità di Life is Strange. Videogioco? C’è chi dice di no. Film/Serie? C’è chi dice di no. Merda? Sicuramente no. Perché il successo riscosso negli ultimi mesi è assolutamente meritato. La caratterizzazione dei personaggi, le ambientazioni, la storia, la colonna sonora… tutto rasenta la perfezione, in un’amalgama completa ed efficace che trascina il giocatore-spettatore in un vortice di emozioni. Mi era capitato pochissime volte di avere il magone al termine di una storia e con Max e Chloe (coprotagonista) è finita a tarallucci e vino. Le lacrime solo per Toy Story, ma loro ci sono andate vicino.

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La scelta è il punto cardine del “filmogioco”. Qui uno dei momenti più difficili dei 5 episodi

Durante tutto il suo svolgimento, Life is Strange assomiglia sicuramente più a un indie movie che a un videogioco vero e proprio. I dialoghi, la meticolosa descrizione dei personaggi, la cura per i dettagli non hanno nulla da invidiare a una sceneggiatura ben fatta stile Sundance Festival.

A snaturarne l’essenza “cinematografica” è la possibilità di intervenire sulla storia, di fare delle scelte che influenzeranno l’andamento degli eventi e di quello che sarà il finale. Gli elementi per considerarlo però un “non-gioco” sono tanti, con l’esperienza che al termine sa molto più di pellicola che di videogame. Il consiglio, per coloro che amano vedere immagini scorrere sullo schermo senza muovere un dito, è di non avere pregiudizi, di vivere un cammino videoludico che videoludico non è (o perlomeno lo è poco) e abbandonarsi all’ondata di feelz che vi travolgerà al termine del quinto episodio. Per quanto mi riguarda, credo di non aver ancora superato la cosa.

Article written by:

Giuseppe D'Amico

Classe '93, venuto al mondo in una metropoli di 5000 anime sull'Appennino abruzzese. Da ragazzino ascolta musica, legge libri e soprattutto guarda un sacco di film con i suoi teneri amichetti in cameretta, proseguendo poi fino ai 23 anni. Osserva molto e scrive bene, almeno questo è quello che gli dice sua madre.

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