marriage story
Focus

Marriage Story nell’epoca della sua irriproducibilità tecnica

Sono solito fare introduzioni lunghe o che circumnavigano l’argomento prima di attraccarlo, ma oggi voliamo allargando le nostre ali a planata di piccione, dritti al punto. Ho trovato Marriage Story, di cui abbiamo già parlato qui, un capolavoro con veramente pochi limiti e la cosa che mi è spiaciuta profondamente leggendo i commenti sull’internet dopo averlo visto sono state quelle affermazioni del tipo “il film fa cagare, è solo un filmetto strappalacrime”.

Ora, per chi ha già letto qualcosa di mio, sapete benissimo quanto io sia polemico e borbottante; ma tanto i miei articoli li leggono solo mia madre, mia nonna e mio cugino.

Purtuttavia sono aperto al dialogo ed è per questo che adesso vi spiego in cosa stiamo per addentrarci.


Questa non è una recensione del film, la quale, come vi dicevo sopra, esiste già; nel dubbio ve la lascio anche quiQuesta vuole essere un’analisi tecnica vecchia maniera del film, volta a dimostrare che Marriage story è una grande pellicola proprio da un punto di vista cinematografico, lasciando da parte tutte le disquisizioni sui temi trattati.

Ora l’articolo lo stanno leggendo solo mia madre e il mio cane.

L’ARTICOLO CONTERRÀ UNA QUANTITÀ DI SPOILER MAGGIORE RISPETTO A QUELLA DEI PESCI PENE RITROVATI SULLE SPIAGGE.

Regia

marriage story

È strano cominciare l’analisi dalla regia, il piatto caldo che di solito si tiene per la fine, perché è quella componente del lato tecnico che organizza tutte le altre. Ma dopo un’attenta riflessione durata 6.5 secondi, mi sono reso conto che se non vi parlassi ora della regia non avrei modo dopo di spiegarvi il resto.

La regia di Marriage story è forse la regia più bella che mi sia capitata sotto gli occhi in quest’annata di cinema. E già qui sento le lame che mi affondano nei fianchi. Per prima cosa Baumbach lavora in maniera eccelsa sulle campiture visive. Lasciamo perdere i colori per il momento. Con campitura (forse forzando un po’ il termine) intendo l’organizzazione visiva dello spazio, che a seconda della fase in cui il film si trova, cambia.

Tendenzialmente i modi di organizzare lo spazio sono due: a creare unione o a creare distacco. Il regista sa bene quello che fa perché è capace di creare questi scenari quasi esclusivamente con le inquadrature, molto varie. E quindi non rinuncia né ai campi lunghi né ai primi piani enfatici e spesso gioca con ciò che è in quadro e ciò che è fuori dal quadro creando contrasti. Ad esempio, è il personaggio di Adam Driver a parlare, ma è inquadrato in primo piano il volto di Scarlett Johansson.

Il modo di organizzare la scena (o di spostarsi nella scena) è fondamentale nella determinazione della psicologia dei personaggi ed è decisamente user-friendly nei confronti del pubblico. Marriage story comunica bene anche senza le parole.


Seconda qualità eccellente è la gestione della durata delle scene. Mentre guardavo Marriage Story mi sembrava incredibile notare il fatto che ogni volta il taglio arrivava nel momento giusto, la scena non era troppo breve e nemmeno troppo lunga. Il che è significativo perché in alcuni passaggi il film è fatto di montaggio sincopato o, al contrario, di piani sequenza/long take. Ma mai una scena dura più (o meno) di quanto dovrebbe.

Questo ovviamente imprime un andamento molto coerente alla narrazione, che per l’appunto non è una narrazione che si muove su un unico binario, ma che accelera e rallenta, cambia punti di vista e avanza con un ritmo che è molto diverso da quello di un filmetto strappalacrime.

marriage story

Terzo e ultimo punto che vi propongo sono i piani sequenza/long take e il movimento della camera all’interno della scena.

C’è un long take in particolare che esemplifica perfettamente quello che voglio dire. Mi riferisco alla scena in cui il personaggio di Scarlett Johansson parla per la prima volta con il suo avvocato (Laura Dern).

Da quando Scarlett si alza dal divano e si dirige verso il bagno scatta il long take, che prosegue fino alla fine della scena. In questi intensissimi minuti, oltre a una recitazione da premio Oscar della Johansson (dopo ne parliamo), Noah Baumbach usa ogni mezzo che l’inquadratura gli concede per creare una scena perfetta: campo (quasi) lungo, campo medio, primo piano, dolly, zoom, avvicinamento enfatico e chi più ne ha più ne metta.

La cosa sorprendente di questa scena in particolare è che IN OGNI MOMENTO la camera riprende Scarlett dalla giusta distanza. Ad esempio quando va verso il bagno la camera non la segue all’interno dello stesso, ma la aspetta fuori, perché è come se noi stessimo guardando con gli occhi di Laura Dern; oppure non sta troppo vicino quando la recitazione della Johansson è più enfatizzata; o ancora esegue dei microspostamenti che sistemano tutto.


Rimanendo in scia, lo spostamento della mdp all’interno della scena lavora in modo simile: Baumbach non taglia se non è necessario. E quindi spessissimo la camera, anziché ricorrere al montaggio, preferisce avventurarsi nell’esplorazione della scena con movimenti mai fini a se stessi, ma che mantengono sempre salda la costruzione delle campiture visive di cui dicevamo sopra: spesso il distacco è creato proprio dall’uscita dalla messa in quadro di un personaggio e il consecutivo ingresso di un altro.

In generale questa è una regia assurdamente attenta ai dettagli, che vuole parlare e comunicare, oltre che con le parole, anche con le immagini e che vuole sfruttare al massimo il mezzo filmico.

Fotografia

scarlett adam

Andrò per accenni perché scendere nel lato effettivamente tecnico in questo caso diventa complesso.

Le campiture di ripresa in scene chiave ci immergono in spazi ampi i quali la maggior parte delle volte ricevono luce da una zona collocata sul fondo dell’inquadratura, come lo è la finestra nell’immagine qua sopra, per intenderci. Sfruttiamo un attimo quest’immagine. Come potete vedere la luce che entra è fredda, bianco-giallognola, tuttavia la scena non è illuminata freddamente ma anzi mantiene un color grading caldo per tutta la pellicola.

Ma come penso abbiate capito Marriage Story spesso lavora per contrasti e difatti è molto comune trovarsi davanti scene simili a quella qui sopra, in cui c’è contrasto tra la luce che illumina e l’effettivo colore dell’illuminazione: è quasi come se i corpi dei due personaggi gettassero un’aura sull’ambiente circostante.

Ci sono invece scene sovrapponibili a questa, ma nelle quali anche il tono della sorgente di luce è caldo; e la maggior parte delle volte questo connubio viene utilizzato in situazioni intime.


Un’altra cosa da notare riguarda proprio l’aspetto dell’immagine, o quello che, con termini da addetti ai lavori, viene definito aspect ratio. Per i profani: l’aspect ratio altro non è che il rapporto tra l’altezza e la larghezza dell’immagine. Ok, normalmente al cinema siamo abituati a vedere film con un aspect ratio di 2,35:1, che tendenzialmente è il formato standard per un film. L’aspect ratio di Marriage Story è di 1,66:1, quindi più stretto orizzontalmente: il tutto ottenuto predisponendo due letterbox (le bande nere che vedete) verticali rispettivamente sul lato della mano del diavolo e sul lato del fascismo dei destrorsi.

Questo, combinato con la fotografia calda, restituisce un’immagine che ricorda molto una polaroid, quasi a voler suggerire che il film è una collezione di ricordi.

Montaggio

marriage story

Questo è il luogo dove il contrasto raggiunge il suo apice. Il montaggio di Marriage Story è infinitamente complesso, ma cerchiamo di riassumerlo in due punti: il contrasto e l’empatia.

Contrasto sia dal punto di vista della coerenza interna, in quanto si alternano montaggio sincopato e lunghe sequenze con montaggio assente, sia dal punto di vista degli effetti che il montaggio stesso crea. Potrei forse dire che il montaggio è la forza principale della pellicola, quell’elemento senza il quale le cose non sarebbero andate allo stesso modo. Sono frequenti le scene in cui viene sfalsata la coincidenza tra immagine e diegesi (come dicevo prima, inquadro uno ma parla l’altro) e ancor più frequenti quelle in cui si delineano zone di pertinenza (ogni personaggio relegato al suo spazio).

Ma la caratteristica veramente notevole la ritroviamo nelle scene in cui col montaggio (in combo col primo piano o col mezzo busto) viene latentemente tenuta nascosta la fisionomia dell’ambiente scenico, ce ne vengono mostrate tutte le parti costituenti, e solo alla fine viene ricomposto il tutto con un semplice taglio: ma a questo punto, senza accorgercene, abbiamo già acquisito familiarità con l’ambiente circostante.


E poi questo è un montaggio empatico, che lavora costantemente nella creazione di legami significanti tra le immagini, che contrappone o avvicina i personaggi per sottolineare il loro rapporto reciproco e il loro legame emotivo. Tipiche sono le situazioni in cui un personaggio è posto da un lato, inquadrato isolatamente dal contesto, e l’altro al lato opposto nelle stesse condizioni per poi avvicinare i due in un’inquadratura ampia, che comprende entrambi all’interno dello spazio.

Cast

Scarlett johansson adam driver

Che il cast fosse d’eccezione lo sappiamo, ma se c’è qualcuno che ancora pensa che Scarlett Johansson non sia un brava attrice, prego sono tutto vostro.

Tutto il cast è eccelso in questo film, in particolar modo una Laura Dern da tempo non così tanto sul pezzo, ma per ragioni di spazio vi parlerò solo dei due protagonisti.

Adam Driver è una sorpresa continua. Sono uno di quelli che l’ha scoperto con Star Wars VII, nel quale l’avevo trovato abbastanza molliccio. Poi però lo avevo notato in BlacKkKlansman e mi aveva piacevolmente sorpreso, tanto da farmi rendere conto (recuperando altri suoi film) che è un attore in costante progresso. Ma in questo Marriage Story ha messo in scena la recitazione più umanamente coinvolta della sua vita. Che poi non so cos’abbia la sua voce, ma è favolosa, piena e fortemente paterna.

Il suo non era un personaggio facile da interpretare, perché un po’ sospeso a metà da un punto di vista morale, ma Adam è stato capace di calarsi in ogni situazione come se la stesse vivendo sulla sua pelle. L’esempio lampante è la sua capacità di non essere espressivo quando si trova in difficoltà: nessuna reazione violenta o cattiva, nessuna risposta, solo l’inespressività più espressiva del mondo.

Chiedo scusa in anticipo ad Adam, ma se lui è stato bravo, Scarlett Johannson è stata la dea della recitazione. Anch’io spesso ho avuto pregiudizi nei suoi confronti, soprattutto nei confronti dei film con lei, ma già da tempo mi stavo ricredendo e questa è stata la ciliegina sulla torta. Cioè no, la ciliegina sulla torta sarebbe stata lei nuda in camera mia, ma più o meno ci siamo.

È vero che una buona parte dell’intensità emotiva di un film la da la sceneggiatura – o meglio è da lì che parte tutto, ma in questo caso ad un ottima sceneggiatura si somma un pathos emotivo messo in scena da Scarlett che conquista tutte le platee, o dovrebbe farlo.

Il suo personaggio è malinconico, frustrato, alla ricerca di qualcosa e lei mostra in ogni situazione il peso emotivo che si porta dentro, spesso solo col volto. Perché la sua non è una recitazione corporale, a differenza di quella di Adam, al contrario sfrutta ogni singola espressione che è capace di fare col viso; e per questo, con grande intelligenza, il regista le regala tanti primi piani. L’elemento di spicco è la sua capacità di esondare in pianti, ma ancora di più di farti capire che è commossa o che ha il magone, insomma che è sull’orlo di piangere, trattenendo poi le lacrime.

Sceneggiatura

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Questa è una sceneggiatura molto elaborata, ma non complessa: nel senso che è sicuramente una delle migliori sceneggiature di quest’anno, ma non è eccessivamente intricata nella comprensione.

È straordinario il modo in cui Baumbach ha saputo dare stratificazione emotiva e psicologica ai personaggi, differenziandoli per ruolo, ceto sociale, importanza culturale. È stato poi affascinante vedere come i due protagonisti interagissero bene in qualsiasi situazione, come a ricordare costantemente che loro sono legati da un vissuto insieme che niente può cancellare e che sempre si riverbera nei loro comportamenti. In questo senso sceneggiatura e recitazione sono andati meravigliosamente a braccetto.

Ma poi la capacità di creare una storia interessante, di spessore, frizzante; una storia drammatica ma che sa prendersi i suoi momenti leggeri e comici. Ed è incredibile come la sceneggiatura tenga assieme tutti i suoi pezzi, mantenga altissimo il realismo e riesca a concordare tutto. Il caso legale che si viene a creare è costruito nei minimi dettagli, i personaggi sono complessi, i rapporti tra i personaggi sono complessi e ogni dialogo sa rendere tutte queste sfaccettature.

Potrei andare avanti per ore, ma forse questa è una di quelle storie che vanno viste e vissute.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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