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Netflix, le serie tv e il Dio denaro: quando la quantità supera la qualità

Questo articolo potrebbe non avere senso.

Vi avviso già, lettori del MacGuffin, che quella che segue è una riflessione delirante, nata dal mio recentissimo vizio di guardare praticamente solo le nuove serie firmate Netflix. Nata dal fatto, tra l’altro, che di recente vi abbiamo parlato molto dei film originali della piattaforma streaming, perciò io ho voluto fare una riflessione sulla parte seriale.

Mi sono chiesta però come fare, dal momento che di scrivere di una singola serie non mi andava, dato che non avevo nulla da dire. E quindi ho voluto approfittarne e parlare dei due problemi che, nella mia modestissima opinione, non solo sono di Netflix, ma della recente produzione cinematografica. Non so cosa ne uscirà, quindi mi scuso in anticipo.

1. La sponsorizzazione e l’hype

Questo è un problema che si estende davvero a tanti casi, anche non Netflix. Ultimamente capita spessissimo che, con criteri incomprensibili, si scelgano alcuni prodotti prossimi all’uscita e si bombardi ovunque e chiunque di pubblicità, locandine, trailer e chi più ne ha più ne metta. A parte l’ovvia rottura di coglioni di vedere lo stesso titolo ovunque, dagli ads di YouTube alla carta igienica, le conseguenze sono tante.

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Praticamente sono peggio di com’era lui.

Spoiler che passione

Innanzitutto, spesso i trailer sfuggono di mano: finisce che, quando poi lo spettatore si siede sul divano/in sala, sa già metà della trama. Questo oltretutto spezza letteralmente le gambe al fattore hype, dal momento che spesso succede di vedere trailer così rivelatori che non si sente più l’esigenza di andarvi a indugiare oltre; i fatti salienti e lo svolgimento ci sono già stati rivelati. Qualora si decidesse di procedere ugualmente alla visione, invece, anche il prodotto più gradevole non rivelerà il proprio potenziale, avendo anticipato così tanto.

Netflix, qualità o budget

Secondariamente, rimanendo in tema di aspettative, c’è il problema che spesso ad essere così sponsorizzate – e qui torniamo a Netflix – sono le serie tv più costose. Sul discorso torneremo dopo, ma se costoso ultimamente vuol dire spesso fotografie ed effetti speciali da bava alla bocca, non necessariamente (quasi mai) significa qualità. E voi mi direte “Bella scoperta!” e avrete ragione, ma penso che ci sia sempre chi crede che una sponsorizzazione massiccia significhi prodotto ben fatto. E in più se dovete menarmi i coglioni almeno fatelo per qualcosa di figo. Che cazzo.

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Vi prego questa lasciatela perdere.

Cottura lenta

In ultima istanza c’è la recentissima moda di iniziare a sponsorizzare con un anticipo spaventoso. Non solo sponsorizzare, anzi, fornire anticipazioni. Secondo me questo è un problema cruciale: nella mia personale esperienza mi sono accorta di quanto questo abbia inciso quando sono andata a vedere La La Land. Erano mesi e mesi che sentivo e leggevo pareri, guardavo trailer, sentivo brani. Sicuramente questo anche per via dei Golden Globe, che all’uscita italiana del film si erano già svolti e La La Land li aveva dominati, d’accordo. Fatto sta che tutte ste informazioni mi avevano creato un hype tale che non credo esistesse un film che potesse soddisfarlo. Adesso ho il terrore che una cosa del genere succeda con il prossimo film di Tarantino, in uscita ad agosto del 2019 e di cui si parla dall’anno scorso. Ragazzi, è giusto lavorarsi il pubblico in anticipo, ma qui stiamo esagerando. E a parer mio stiamo anche sortendo l’effetto inverso.

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“Tranquilla zì” “Grazie Quentin”

2. Sfornatutto Netflix

Arriviamo qui al problema principale, che riguarda strettamente il nostro streaming preferito. Se fate caso, di recente le produzioni originali Netflix sono aumentate esponenzialmente, uscendo a intervalli via via minori. Non solo, ma molte di esse – si pensi ad Altered Carbon, Lost in Space e la recente The Rain – hanno avuto una sponsorizzazione enorme. Eppure, da folle che se le è viste tutte, vi garantisco che fatico a pensare che sia prodotta dagli stessi che mi hanno dato Stranger Things.

E qui arrivo al punto: il motivo per cui ho parlato di “prodotto” per tutto il mio articolo sta proprio qui. Netflix ci ha illusi per un po’ e poi ha cominciato a mostrarci come diventi più importante creare un contenuto sponsorizzabile, che abbia impatto scenico forte e via dicendo, piuttosto che uno effettivamente valido. Perché è più importante che il pubblico medio sgrani gli occhi di fronte a una CGI da milioni piuttosto che si sprema le meningi di fronte a una trama degna di questo nome.

Chiedo venia

Netflix, chiedo scusa per questo articolo ipercritico. Continuerò a pagare il mio abbonamento diviso con altre tremila persone e a ringraziarti perché mi permetti di abbruttirmi ovunque facendo maratone poco dignitose di sit-com varie. Continuerò a ringraziarti per aver riesumato film della mia infanzia, o che mi ero persa al cinema. Continuerò a trovare belli alcuni dei tuoi contenuti originali. Ma ti prego, ti prego, piuttosto dacci un film/serie TV l’anno, ma ridacci la roba buona.

E con questa supplica dal sapore tremendamente malato mi scuso anche con voi, cari lettori, per questa invettiva delirante e torno a brontolare davanti allo schermo.

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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