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Paul Thomas Anderson: alla ricerca del mentore

Chi l’avrebbe mai detto che John Dorian sarebbe diventato uno dei registi più acclamati di Hollywood?

Eppure è così!

Nella fattispecie il John Dorian in questione non è l’interprete del noto personaggio di Scrubs, Zach Braff, ma bensì il regista Paul Thomas Anderson.

Paul Thomas Anderson

Paul Thomas Anderson, per gli americani PTA, non è un giovane dottore, non va in giro con uno scooter blu di nome Sasha, non è perseguitato da alcun inserviente (che io sappia), ciò nonostante lui e JD hanno un dettaglio che li accomuna: la ricorrente necessità di un mentore.
Il personaggio del Dr Cox in Scrubs è centrale nella vita di JD, così come lo sono le numerose figure mentoriali presenti in tutte la filmografia di Anderson.

A onor del vero la figura del mentore è da sempre presente nel cinema, ma nella filmografia del regista californiano assume un ruolo decisamente dominante, focalizzandosi con forza sul rapporto padre-figlio. Nei suoi film Anderson mette in scena, per lo più, storie di uomini soli alla ricerca di equilibrio, consapevole del fatto che ordine e caos siano due elementi inscindibili della nostra vita sulla quale non è mai del tutto possibile esercitare un pieno controllo.
All’interno di questo scenario piazza il mentore che, il più delle volte, affianca il protagonista, talvolta è il protagonista stesso del film (Sidney, Il Petroliere).

Il mentore di Anderson ricalca in parte la figura tradizionale: è saggio, è una guida, è ciò che il protagonista ambisce ad essere, e mette a disposizione di quest’ultimo la sua esperienza così che possa raggiungere ogni suo obiettivo, ma resta al contempo una figura scomoda e, non a caso, si sfocia sempre in un tipo di famiglia disfunzionale.

Se è vero che i film ci raccontano parecchio su chi li dirige e scrive (visto che registi e sceneggiatori proiettano su schermo molto di loro stessi), a primo impatto, film come Boogie Nights o The Master (tanto per citarne alcuni), potrebbero darci l’impressione che Anderson sia un bambinone, un tizio fragile e immaturo con parecchi conflitti irrisolti con il padre (come JD).
Osservando il suo lavoro nel complesso però, e non il singolo film, si riesce ad avere un’idea molto più chiara di tutta la sua opera filmica, che secondo me si può dividere in due fasi.

“God only knows what I’d be without you”

“Solo Dio sa cosa sarei senza di te”: sono le parole del brano dei Beach Boys che accompagnano il finale di Boogie Nights (secondo film di PTA) mentre il protagonista, l’attore porno Dirk Diggler (Mark Wahlberg), torna disperato dal suo padre “acquisito”, il regista Jack Horner (Burt Reynolds), sperando di ricevere il suo perdono e venendo prontamente riaccolto all’interno di quella famiglia disfunzionale, divinamente orchestrata da Jack, che Dirk ha capito essere ciò di cui ha realmente bisogno (è il mondo a cui appartiene).

Jack (il mentore), non senza mostrare crepe, nell’arco del film riesce a mantenere una sorta di equilibrio tra l’ordine e il caos, trovando serenità insieme a quelle poche persone con cui condivide l’identico stile di vita, il porno. Perdona e riaccoglie Dirk all’interno di questo microcosmo, salvandolo dal mondo vero e proprio che li ha emarginati e in cui non riescono più a sopravvivere.

Paul Thomas Anderson: Boogie Nights
Nel film Jack accoglie Dirk come un figlio, lo consegna al successo, ed è Dirk a mandare tutto a rotoli dopo essersi montato la testa. Jack tuttavia lo salva da un destino ormai segnato anche se Dirk non pare aver imparato dai propri errori.

La dinamica è inusuale comparata a quella tradizionale protagonista-mentore. Il protagonista ha imparato poco e niente durante l’arco del film e soprattutto si dimostra del tutto dipendente dal mentore, che lo guida passo passo e senza il quale sarebbe incapace di provvedere ai suoi bisogni, come un bambino. Questo accade anche nel primo film di Anderson: Sidney.
John (John C. Reilly), senza famiglia e senza futuro, incapace di provvedere a se stesso, incontra Sidney (Philip Baker Hall), esperto giocatore d’azzardo, che lo prende sotto la sua ala e indirizza la sua vita, provvedendo a tutte le sue esigenze (soldi, amore, sicurezza) mettendo a serio rischio se stesso, come farebbe un padre.

I due film, per come la vedo io, sono parte di una trilogia.

Ho sentito parlare di trilogia americana, riferendosi al racconto dell’America che Anderson compie attraverso Il Petroliere, The Master e Vizio di forma. Ho sentito anche parlare di una trilogia dell’amore, per via dell’evoluzione spirituale in tema di amore e relazioni che avviene attraverso Il Petroliere, The Master e Ubriaco d’amore. Allo stesso modo ho pensato che Sidney e Boogie Nights possano essere parte di una ipotetica trilogia del padre, che si chiude con il terzo film di Anderson, Magnolia.

“My Dad!”

“Mio padre”: così ha risposto Anderson in un’intervista a chi gli chiedeva di cosa parlasse Magnolia. È il risultato di due anni intensi di lavoro, due anni di vita direttamente riversati su carta. Il film affronta – a detta stessa di Anderson – il tema della scomparsa del padre (avvenuta poco dopo il termine della produzione di Boogie Nights), indaga il rapporto genitori-figli e l’impatto profondo che i primi hanno verso i secondi, e come questo condizioni le persone che siamo.

Paul Thomas Anderson: Magnolia
Questo commosso addio, come già detto, completa quest’ipotetica trilogia del padre, caratterizzata da protagonisti fragili e quasi schiavi della figura mentoriale, e, cosa più importante, chiude la prima fase della filmografia di Anderson dando avvio a una seconda fase dove il rapporto protagonista-mentore cambia drasticamente.

The Master

Da questo momento l’imperativo è diventare padroni di se stessi. Pur restando una figura centrale e decisamente influente, in questa seconda fase, il mentore viene scavalcato dal protagonista, che finalmente prende le redini del proprio destino. Questo nuovo approccio, benché rintracciabile con diverse sfumature in tutti i successivi film, da Ubriaco d’amore a Il filo nascosto, trova la massima esemplificazione in The Master.

Il nuovo rapporto protagonista-mentore è un rapporto conflittuale: Freddie (Joaquin Phoenix) e Dodd (Philip Seymour Hoffman) sono rispettivamente simbolici rappresentanti di caos e ordine. Freddie, in completa balia del “caos”, dominato dai suoi istinti primordiali, incontra Dodd (il suo opposto), fondatore di un culto chiamato la Causa, il quale si offre di aiutare Freddie portando nella sua vita “l’ordine”. Tra i due si crea immediatamente un rapporto padre-figlio che sembra ricalcare quello della prima fase, con un Freddie immaturo e infantile che senza Dodd sembrerebbe perso, ma è vero solo in parte.

Paul Thomas Anderson: The Master

Dodd cerca di aiutare Freddie reprimendo i suoi naturali istinti (caos) rimpiazzandoli con l’ordine della Causa, fallendo inevitabilmente, poiché – come già detto – ordine e caos sono elementi inscindibili che devono coesistere (come esemplificato dall’attrazione reciproca tra i due personaggi). Vivere dando sfogo solo all’una o l’altra parte non è possibile, e ciò è evidente dai chiari segnali di squilibrio dei due, sia Freddie che Dodd, l’uno rifiutando il controllo e l’altro reprimendo gli istinti, finiscono per sfogare tutto in stati di aggressività.

È pensiero comune che il titolo The Master si riferisca a Dodd, in quanto “capo” del culto e “maestro” spirituale per Freddie, ma in verità il titolo si riferisce proprio a Freddie stesso. Nel momento in cui i due sembrano essere riusciti a trovare un punto di incontro e tutto sembra andare per il verso giusto, con Freddie ormai pienamente integrato nei meccanismi del culto, quest’ultimo decide di abbandonare la Causa e Dodd, andando per la sua strada.

Freddie nell’arco di tempo passato insieme a Dodd ha imparato molto, è cresciuto. Ha capito che non può più reprimere la sua natura, se stesso, e fonde i suoi istinti con l’ordine che gli è stato impartito dal mentore, riuscendo a trovare un sano equilibrio. Esce dal microcosmo, il culto in cui si era rifugiato, per occuparsi autonomamente di quelli che sa essere i suoi reali bisogni e staccandosi da Dodd che, sempre ancorato all’ordine e al controllo, si ritrova solo.

In questa maniera Freddie diventa il padrone – The Master – di se stesso.

Il mentore, divenuto ormai un ostacolo, è stato superato. Il protagonista ha abbandonato le sue fragilità diventando autonomo, è ormai un personaggio maturo che sa prendere le sue scelte e provvedere a sé. Questa nuova rapporto – come già detto – è ciò che vediamo lungo tutta la seconda fase: Il Petroliere, Il filo nascosto, senza scordare film atipici come Ubriaco d’amore o Vizio di Forma, dove la figura del mentore è quasi assente, soprattutto nel caso di Ubriaco d’amore, dando un chiaro segnale di rottura con il passato.

Paul Thomas Anderson: Ubriaco d'amore

Ritornando al concetto: i film ci dicono molto su chi li dirige e scrive, dopo aver analizzato la filmografia di Anderson un pizzico più nel dettaglio, possiamo dire di trovarci di fronte ad una vera e propria evoluzione. Anderson, vestendo panni sempre diversi di film in film, si è reso protagonista attraverso i suoi personaggi di un percorso di crescita costante, sia dal punto di vista dell’uomo che del regista.

È l’ancora acerbo John Finnegan di Sidney, ancora incerto su quale strada percorrere e terrorizzato dalle difficoltà che dovrà affrontare. È Dirk Diggler o Frank T.J. Mackey (Tom Cruise, Magnolia), fortemente dipendente da figure mentoriali (nel suo caso i vari: Martin Scorsese, Robert Downey Senior e Robert Altman, ecc., da cui attinge a piene mani). È Barry Egan (Adam Sandler, Ubriaco d’amore), alla ricerca di armonia e di se stesso, infine capace di rompere col passato e trovare la propria autonomia. È Freddie Quell o Alma Elson (Vicky Krieps, Il filo nascosto), padrone di sé e consapevole dei propri mezzi.

Oggi, a 48 anni, si è lasciato da tempo alle spalle tutte le sue fragilità e necessità di figure mentoriali (proprio come fu per JD), è considerato uno dei numeri uno di Hollywood ed è nel pieno della sua maturità artistica.

Di solito intorno ai 50 anni si inizia a parlare di crisi di mezza età e ci si avvia verso una sorta di parabola discendente, ma in tutta onestà, pensando a Paul Thomas Anderson, faccio a fatica a credere che la sua evoluzione sia anche solo lontanamente prossima al concludersi.

Article written by:

Daniele Manis

Laureato al Dams di Bologna. Attualmente conduce una vita casa e chiesa in quel di Los Angeles, sperando che - prima o poi - Brazzers si accorga del suo talento registico.

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