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Pokémon, Prima Serie: 8 ragioni che la resero epica

Quelli che nell’anno 2000 andavano alle elementari o medie, questa estate devono essere in pieno effetto Proust: i Pokémon si sono presi una bella fetta della nostra infanzia e oggi, per la prima volta, invadono letteralmente le strade. I Pokémon sono tra noi!

Mettete giù un attimo il vostro smartphone, tenete a bada le sfere Poké per un quarto d’ora. Vi invito sulla macchina del tempo e vi riporto indietro, all’inizio dell’anno 2000, quando Italia 1 annunciò che “per tutti gli appassionati di mostriciattoli” era in arrivo un nuovo cartone animato, un anime che già molti di noi conoscevano di fama (era persino finito sul giornale!), un anime che avrebbe cambiato la storia, ovvero la prima stagione dei Pokémon, prodotta in seguito al successo mondiale dei videogiochi Pokémon per Game Boy, che da noi in Italia arrivarono contestualmente.

Che cosa rese quel cartone epico, e indelebile nelle nostre indifese menti infantili?


1) I primi 150 Pokémon (+ 1 )

Eccoli qua. Molti di noi impararono i loro nomi a memoria, e anche se col tempo ne arrivarono altri, i primi 150 rimasero indimenticabili.

O 151? Il più grande mistero legato alla prima generazione di Pokemon era un fantomatico e introvabile centocinquantunesimo Pokémon: Mew. Tutti erano certi della sua esistenza – anche perché il numero 150 si chiamava Mewtwo ed era il suo clone, e se c’è un Mewtwo, dev’esserci per forza un Mew. Nelle due versioni del videogioco, Pokémon Rosso e Pokémon Blu, era impossibile da rintracciare. C’erano leggende metropolitane come “vai al molo, invece di imbarcarti dirigiti verso la prua, fai tre giri attorno a te stesso, canta le canzoni dei Beatles al contrario e Mew apparirà”, ma personalmente nessuna strategia con me ha mai avuto successo. C’era chi, più pragmaticamente, favoleggiava che Mew si trovasse solo nella terza versione del gioco, Pokémon Verde, edita soltanto in Giappone.

Bellamerda.

Comunque, Mew venne ogni tanto distribuito a pochi fortunati in eventi dedicati – mai in Italia eh, mannaggiaaloro – e alla sua figura fu dedicato il primo film ispirato alla serie tv: Mewtwo contro Mew. Almeno Ash, Brock, Pikachu e Misty hanno avuto il piacere di incontrarlo.

(Acredine di chi ha raccolto 150 Pokémon in Pokémon Rosso e non ha mai potuto completare la collezione).

Comunque, per quanto poi l’universo e il numero dei Pokemon venne espanso a dismisura, create altre leggende e altri misteri, nessuno mai ebbe più l’impatto di Mew.

2) Pikachu

Nel videogioco, nessun Pokemon aveva una presenza preponderante rispetto agli altri, a parte i primi tre tra cui potevi scegliere di iniziare la tua avventura: Bulbasaur, Squirtle, Charmander (Team Squirtle tutta la vita!). Per l’anime, invece, si decise di puntare su una mascotte, scegliendola tra uno dei Pokémon più carini e pucciosi. La scelta purtroppo non ricadde sul mio amato Clefairy, ma sul comunque simpaticissimo Pikachu, e lo rese forse il mostriciattolo più iconico nella storia degli anime giapponesi, superando persino Doraemon.

I suoi fulmini, le sue ganasciotte rosse, il suo “Pika-Pika” ci hanno ormai rubato il cuore, e continueranno a farlo per molti anni ancora.

 

3) L’epilessia

Diciamocelo: quando uscì nel 2000, molti di noi avevano già sentito parlare del cartone per i fatti di cronaca di qualche anno prima.

Pare infatti che in un dato episodio della prima serie, mai trasmesso poi negli Stati Uniti o in Italia, i fulmini di Pikachu avessero provocato in molti bambini giapponesi (predisposti) un attacco epilettico. La notizia fece talmente scalpore che per mesi anche sulla stampa italiana si susseguirono articoli su bambini che collassavano in preda agli spasmi davanti a cartoni, videogiochi, carte da parati anni Settanta… Poi, come sempre, sembrò che l’emergenza epilessia smettesse di esistere dal giorno alla notte.

Quindi, ragazzini di oggi, non preoccupatevi: non accade solo adesso che gli adulti alla parola “Pokémon” si facciano il segno della croce e ci ricordino che una volta era tutta campagna. 16 anni fa esatti, se non di più, eravamo nella stessa identica situazione.

4) Il team originale

I companion di Ash negli anni sono mutati molte volte, ma nei nostri cuori resteranno sempre loro due: il farfallone Brock dagli occhi sottili e l’alter ego di Hermione Granger, Misty, con cui non abbiamo mai smesso di shippare Ash Ketchum.

Sia Brock sia Misty, nel videogioco, erano capipalestra, i primi che Ash incontrava, e nel cartone decidono di unirsi in viaggio al ragazzo alla scoperta di nuovi Pokémon. La squadra originale, anche in questo caso, è inarrivabile.

 

 

5) L’adattamento

Generalmente Mediaset gli anime li acquistava direttamente alla fonte – sottoponendoli poi alla mannaia del taglio censorio e dei cambi di nomi. Con i Pokémon, Alessandra Valeri Manera e gli altri inquisitori Mediaset poterono tirare un sospiro di sollievo, poiché il cartone fu curiosamente acquistato nella versione già riadattata dagli Americani. Con buona pace dei censori nostrani, ci avevano già pensato loro a sostituire nomi (compresi quelli dei 151 Pokémon!), eliminare scritte e ogni riferimento al mondo nipponico, a tagliare episodi interi considerati “sconvenienti”.

Se erano stati i giapponesi a soprannominare, nella loro abitudine di contrarre i titoli, “Pokémon” i loro Pocket Monsters (vero nome del videogioco e della serie), furono gli americani a scegliere quella parola per designare l’intero marchio. E, nonostante l’atteggiamento culturalmente irrispettoso, non si può dire non sia stata una scelta di marketing azzeccata.

6) Il Team Rocket

Ammetto di avere un debole per loro che, come Pikachu, sono “nati” grazie alla serie tv. Analogamente, era presente un Team Rocket anche nel videogioco, ma erano personaggi impersonali, senza volto.

Per il cartone, si decide invece di creare di sana pianta due personaggi originali, ispirati a una certa tipologia di cattivi abbastanza tradizionale negli anime giapponesi: qualcosa di simile lo vediamo anche ne Il mistero della pietra azzurra. Imbranati, un po’ scemi, caratterizzati da un’entrata in scena esibizionistica e da un motto recitato a turno che inizia con:

Prepare for trouble

and make it double!

(In italiano: “Preparatevi a passare dei guai. Dei guai molto grossi!”)

Se nella versione giapponese i due personaggi prendono il nome da due samurai famosi della tradizione, Musashi (lei) e Kojiro (lui), nell’edizione americana-italiana il nome diventa ispirato a quello di un noto bandito: Jesse & James. Accompagnati dal loro fido Meowth, uno dei pochissimi Pokémon parlanti, sono, dopo il protagonista Ash, i personaggi umani più presenti negli episodi della serie (fin dove ho avuto la forza di arrivare io, quarta stagione, sono comparsi in tutte le puntate con l’unica eccezione della prima).

Jesse e James hanno un’altra caratteristica in comune con Pikachu, il Pokémon che tanto agognano di catturare: se il giallo piccoletto ha comportato il taglio di un intero episodio causa “emergenza epilessia”, anche il Team ne fece eliminare uno.

Come mai?

Perché Jesse e James hanno una certa, visibile passione per il cosplay. Non solo: amano travestirsi a generi invertiti. Lei da uomo, lui da donna. E i censori non hanno retto a una puntata in cui lui era addirittura in bikini.

Meno male che ci sono gli adattatori a difenderci dalla “Teoria del Gender”. Dove saremmo, sennò.

7) La sigla di Giorgio Vanni

Ok, finalmente questa è farina del sacco italiano: la magnifica, imbattibile prima sigla dei Pokémon cantata da Giorgio Vanni.

L’unico in grado da quel momento in poi di tenere testa a Cristina D’Avena nel nostro cuore di fan.

Anche la sigla nipponica e quella americana (che noi possiamo sentire solo nel primo film, cantata in italiano) non sono malvagie.

Ma nulla la farà mai salire come il Gotta catch ‘em all dell’incipit di Vanni…

8) Il drago ha tre teste

E non mi riferisco solo alla scelta più difficile della vita, quella su quale Pokémon portare con sé quando si inizia questa grande avventura – oppure, oggi, a quale Team di Pokémon Go aderire.

No: i primi anni 2000 furono grandiosi per gli amanti dei Pokémon, perché la passione si sviluppava su tre linee parallele. Il videogioco, un vero capolavoro del suo genere, che salvò la Nintendo dal baratro in cui stava precipitando a causa della competizione con la Sony, e trasformò per sempre il panorama videoludico. La serie tv, che fissò l’iconografia dei personaggi. E il gioco di carte, che è nel frattempo tramontato ma che all’epoca scatenò altrettanto parossismo collezionistico – per trovare la carta Clefairy, ricordo bene di aver venduto l’anima un paio di volte, forse tre.

Insomma: i Pokémon erano uno stato mentale, che si credeva non potesse più tornare con tanta forza e prorompente originalità.

E invece, si è dimostrato in grado di rinascere dalle proprie ceneri.
Come un Moltres.

 

 

 

 

P.s. se siete tremendamente nostalgici dei vecchi cartoni, andate a trovare la pagina Sigle Cartoni Animati!

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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