Focus

Quando l’amore brucia i titoli

9 esempi di romanticherie (quasi) inutili

C’è una cosa che i distributori italiani adorano particolarmente: la parola amore, in tutte le sue declinazioni. Che sia l’ingrediente segreto per muovere al pascolo la fetta forse più grande di pubblico nostrano, lo comprendiamo. Ma infilarcelo ovunque, stravolgendo una marea di titoli stranieri, può causare (non solo ai palati più esigenti) non pochi effetti collaterali. 

Sulle forzature mal riuscite delle traduzioni, sono stati stesi diversi veli pietosi, citati titoli à gogo e si sono scandalizzati pubblicamente in molti. Ancora in tanti vorrebbero ricevere le stesse cure presso la clinica Lacuna per dimenticare l’orrore accaduto a Eternal Sunshine of the Spotless Mind, mediocrizzato in Se mi lasci ti cancello, sulla scia dei “se” vari ed eventuali (se scappi, se sposi, se muori).

Non c’è una particolare idiosincrasia alla parola amore in sé. Né ai titoli originali che ne contengono derivati. Ma quando un film su Johnny Cash, che suonava così bene col titolo originale (Walk the Line), diventa il titolo di una canzone alla Gigi D’Alessio (Quando l’amore brucia l’anima), capisci quanto l’amore bruci i titoli e faccia pure male allo stomaco (o al cuore, per restare in tema). Anzi, un titolo del genere (persino troppo lungo) non fai nemmeno in tempo a dirlo tutto, che il cuore te lo senti strappare dallo sterno, per rimanere come Jones nel tempio maledetto della distribuzione mainstream.

Quali sono, quindi, i titoli più spudoratamente romanticizzati?

Iniziamo dalle scelte meno gravi, giustificate, diciamo così, dalla trama o dal genere, per cui la romanticheria di turno (o la parola amore ficcata nel mezzo) ci può comunque stare, senza nuocere troppo alle aspettative di nessuno:

The Holiday (2006, Nancy Meyers)

Anche se è dichiaratamente una commedia sentimentale, un film come questo non parla semplicemente di due povere sventurate alla ricerca di un uomo. Quello che cercano davvero è più che altro una casa a spese zero, dall’altra parte dell’oceano, e un riscatto personale, una vacanza dall’abitudinario declino di se stesse. Ok, c’è Jude Law, e all’epoca non era ancora Papa, quindi la parola amore solletica le banconote delle più fedeli al genere e all’ormone, ma nella locandina ci sta pure Jack Black, e magari due domande te le fai. Titolo italiano? L’amore non va in vacanza.

Dan in Real Life (2008, Peter Hedges)

Protagonista indiscusso Steve Carell. Il genere però sfiora anche il drammatico, restando comunque fedele ai canoni della commedia brillante, per cui il sentimentale c’è, ma accennato, per rimanere in quel giusto equilibrio che consacra Carell al carisma del goffamente ironico (prima di scoprirlo non così impacciato e mansueto in film come Café Society o The Big Short). Titolo (perdonabile) in italiano: L’amore secondo Dan.

Two Weeks Notice (2002, Mark Lawrence)

Due settimane di preavviso, tutto qua, e poi Sandra Bullock avrebbe mandato al diavolo il suo capo (Hugh Grant).

Ma siccome, in effetti, suonava male e qualcuno aveva deciso arbitrariamente (e senza consultare davvero le donne) che di Hugh Grant bisognava innamorarsi per forza, il titolo italiano non poteva essere che quello: Due settimane per innamorarsi.

Forever Young (1992, Steve Miner)  

Probabilmente se in Italia fosse uscito col titolo originale lo avrebbero voluto tutti in pieno stile Big o Da grande, preferendo del genere fantastico/drammatico, la corrente del Tesoro, mi si sono imbiancati i capelli. Il film, invece, ha una sua drammaticità più cupa, Mel Gibson si fa ibernare per disperazione finché non si sveglia una cinquantina di anni dopo, giovane e perso in una modernità che non conosce, alla ricerca del suo amore perduto. Ma come dare torto ai distributori: Steve Miner girava per lo più film dell’orrore, perché dunque non sottolineare che per quella volta il film avrebbe parlato di cuori infranti, piuttosto che accoltellati? Titolo italiano: Amore per sempre.

Di seguito, invece, i titoli meno giustificabili, per finire con le peggiori scelte di sempre, senza via di remissione:

L’économie du couple (2016, Joachim Lafosse)  

Il titolo francese sottolinea bene come i rapporti di coppia possano ridursi ad essere valorizzati economicamente, risparmiando letteralmente sull’investimento sentimentale, per tenersi, dopo la rottura, un appartamento, il cui valore economico è molto importante per tutte le parti in causa. Sottolinea, inoltre, la più estesa interpretazione della parola economia, quanto si arriva a perdere o si acquista nel mettere da parte valori nuovi. Quella di Lafosse è la storia di una convivenza forzata alla Ti odio, ti lascio ti… (altra perla di traduzione da The Break-Up), in cui vengono fuori dinamiche familiari su quello che di nuovo e inaspettato può portare una rottura (come accade spesso quando si rompono i salvadanai). Il titolo italiano sembra quasi una ripicca antifrancese, considerata la semplicistica traduzione in: Dopo l’amore.

Jeux d’enfants (2003, Yann Samuell)

Tutti i rapporti più intimi e forti di sempre (anche morbosi) nascono da giochi infantili. E i giochi infantili non sono sempre innocenti e ingenui. Quello tra Julien (Guillaume Canet) e Sophie (Marion Cotillard) è un rapporto di forte amicizia (oppure ossessiva forma di amore) iniziato da una scatola di latta piena di drammi, paure e momenti difficili che i due condividono da quando, appena bambini, si sono sfidati a vicenda recitando la formula Giochi? – Gioco. Da quel momento, prove impossibili, ragazzate, bravate eseguite con audacia e sfrontatezza, fanno sconfinare, per anni, l’uno nella delicata vita dell’altra. L’intimità è un confine che si varca con coraggio, con buona dose di pericolo. Il titolo scelto dai distributori italiani banalizza non poco il film francese, fatto anche di momenti oscuri, per ficcarci la parola amore a tutti i costi, fino al noto risultato: Amami se hai coraggio.

Masjävlar (2004, Maria Blom)

Di certo il titolo originale svedese è impossibile da tradurre e quindi una soluzione la si doveva pur trovare. Il titolo inglese, per esempio, aveva optato per Dalecarlians, ovvero abitante della Dalecarlia, (masjävlar è il termine dispregiativo di dalecarlians), e ci sta se si concepisce il film come un ritorno all’identità connaturata alle proprie origini (famiglia, luogo provenienza). La storia racconta di Mia (Sofia Helin), del suo ritorno temporaneo presso il suo paesino natale per il compleanno del padre, e del rapporto con le sue due sorelle maggiori, molto diverse da lei. Come spesso capita quando si posa il borsone sul vecchio divano di casa, iniziano recriminazioni su fughe di responsabilità e legami complicati. Primo fra tutti, il legame con l’idea di sé stessi, e con le proprie fragilità, che il luogo in cui sei nato ti sbatte sempre in faccia. Il titolo in italiano non approfondisce tutto questo, ma semplifica ancora una volta scegliendo di privilegiare la parola amore, con: L’amore non basta mai.

Gone Girl (2014, David Fincher)

Il film gioca molto sulla parola Gone. Non è solo una questione di donne scomparse, di tradimenti, di bugie. Gone è tutto ciò che è andato, una perdita, una crisi, è la celebrazione di un declino, individuale come collettivo. Nick Dunne (Ben Affleck) viene accusato dall’opinione pubblica di essere l’assassino di sua moglie Amy (Rosamund Pike), misteriosamente scomparsa. Quello che viene alla luce, nonostante il grigiore voluto di una comunità piatta e anestetizzata dalla tv del dolore, non è solo lo svelare un mistero, ma una serie di compromessi che l’uomo sceglie di fare per sentirsi integrato nelle spietate, cieche e sacrosante leggi della fama, dell’immagine e della reputazione. Titolo italiano che distrugge ogni possibilità di redenzione: L’amore bugiardo.

Terminiamo con la peggiore forzatura di sempre, che si allaccia però al senso profondo del film in questione, ovvero l’intraducibilità del vivere:

Lost in Translation (2003, Sofia Coppola)

Premio Oscar alla sceneggiatura (2004), questo film è una perla rara. Perché traduce senza tradurre (come se parlasse a gesti) il bisogno di comunicare dell’essere umano e del suo sentirsi perso, solo al mondo. L’amicizia tra Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson) probabilmente non sarebbe nata mai. Lei è più giovane, lui è sposato, hanno vite distanti. Eppure, in quell’albergo di Tokyo, acquario di suoni indecifrabili, di lingue che esplodono senza mai riuscire a tradurre la solitudine, così come la malinconia, loro sono due persone con qualcosa di grande in comune: sono due americani, due esseri che possono parlare. Lost in Translation è tutto quello che si perde in una traduzione. Quel dettaglio che siccome non si sa come interpretare, si mette da parte, quel particolare senso, significato, che non si sa come trasportare da una voce all’altra, e che si nasconde nei silenzi. Titolo italiano? L’amore tradotto. Senza magari farlo apposta, scegliendo un titolo così mediocre e semplicistico (e pure brutto) si è messa in evidenza proprio la mancanza di cui sopra. Quanto senso si perde nella “traduzione” di un titolo?

Non ci resta che augurarci, di tanto in tanto, che nei lost in translation dei titoli che verranno, si possa perdere proprio quella parolina tanto cara, che non è l’equivalente di una perdita d’amore (anzi, ne concede di più alla sostanza di una storia). Di certo, male non farebbe a nessuno, nemmeno ai più romanticoni.

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La mia prima babysitter fu una Super 8. Non scherzo, mio padre mi teneva tra i rullini da sviluppare. Mia madre invece mi faceva sedere sui libri, secondo me non voleva che li aprissi, perché sapeva sarebbe stata la fine. Mischio storie e immagini da sempre, a volte mi fa girare la testa, a volte mi fa girare cortometraggi (che a volte mi fanno girare il mondo). Scrivo di cinema perché guardare non mi basta.

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