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Quando un pezzo sembra fatto apposta: le migliori canzoni del Cinema

Ormai tutti sanno che non serve per forza un compositore per dare valore ad un film. Celebriamo assieme il pop rock con le migliori canzoni del cinema.

Il valore del pop.

Oggi parliamo delle canzoni del cinema.

Abbiamo già ampiamente celebrato, anche su queste stesse pagine, la grandiosità delle colonne sonore e dei compositori: Ennio Morricone, Hans Zimmer, John Williams, solo per citarne alcuni. Personalità che hanno impiegato anni della loro vita a studiare e a sviluppare la propria sensibilità, per poter ricevere un copione e scrivere una melodia che esalti l’epicità, la tristezza o la commozione di una scena.

Qualche naso blu sicuramente storcerà il naso all’idea che qualche produttore risolva la questione buttando in sottofondo delle canzoncine a caso.

Ok, innanzitutto spero che l’idea che il pop-rock sia solo musichetta commerciale sia già superata da tutti quelli che stanno leggendo. Se appartenete a quelli che “I Beatles hanno fatto solo canzonette”, vi rimando immediatamente a questo, a questo e a questo. Siete tra quelli che “I Led Zeppelin fanno solo rumore”? Allora vi rimando a questo. Appartenete al gruppo di coloro che “Il Metal è solo musica per frustrati ignoranti”? Vi rimando a questo. Avete scritto su Facebook che”Il Nobel a Dylan è uno scandalo”? Andate qua, qua, qua e qua….

Ignoranti di merda, meritate di finire tra le carcasse di Master of Puppets, su un’autostrada per l’inferno!!!… ehm… Insomma, spero abbiate capito l’antifona.

Insomma abbiamo stabilito come, sin dagli anni ’60, la musica pop-rock abbia cominciato ad assumere un valore artistico vero.

Beh sarà, direte voi, ma comunque così basta prendere qualcosa di già fatto e buttarlo in sottofondo in fase di montaggio.

L’arte della scelta.

Voi la fate facile.

Vi faccio una domanda: quante volte vi ritrovate in giro con le cuffie delle orecchie e parte una canzone che vi pare perfetta per ciò che state vivendo? Molto bella come cosa, nevvero?

Ma quello è solo il caso, il cozzo delle particelle che ha agito sulla modalità shuffle dei vostri stupidi iPod.

Mettetevelo in testa: scandagliare la nostra cultura pop, entrare in sintonia con la scena, le battute, i sentimenti che dovrebbe scaturire; poi scegliere un pezzo, metterlo al momento giusto, considerare liriche, l’incedere del ritmo, musica… è un arte. Chi cura una colonna sonora non avrà le abilità musicali dei mostri sacri sopramenzionati, ma ha del genio. Il genio del mettere insieme i pezzi e i frammenti, assemblando un prodotto finale che comunica qualcosa. These fragments i have shored against my ruins. T.S. Eliot ha vinto un Nobel con ‘sta roba, ragazzi.

Partirò subito col botto per perorare la mia causa. Il seguente video è estratto dal finale di Fight Club, uno dei film più visionari e belli degli ultimi anni.

Questa scena è pura e semplice arte della scelta in una delle sue massime espressioni. Where is my mind? dei Pixies sembra composta apposta. Prestate attenzione. L’inizio rassicurante della chitarra mentre dice “starò bene, credimi!” e poi, proprio sul finire della la frase “è tutto a posto”, eccolo il tu-tunk imponente della batteria. La liberazione della mente di Tyler Durden del narratore: gli edifici e tutte le barriere della mente del protagonista si distruggono a tempo, sotto i colpi della chitarra di Joey Santiago. La sonorità stridente della musica si lega alla grande con l’assurdità simbolica della scena. Gli sguardi intensi con Helena Bonham Carter e il rallentatore fanno indugiare lo spettatore sul grido di aiuto della canzone… Where is my mind? Where is my mind???

Il film finisce così, come un pugno nello stomaco.

Quando le canzoni valorizzano.

Non ho intenzione di fare un’analisi così approfondita di tutti i pezzi che trovo perfetti per determinate scene. Vediamo però di buttare giù una buona panoramica a sostegno della mia tesi. 

Ah, troverete ad ogni film menzionato il link alla nostra recensione, se vorreste approfondire.

Innanzitutto sono molte le canzoni pop che restano indissolubilmente legate ad un film. Molte volte sono state utilizzate come refrain, colonna portante di una pellicola. La mente va subito a Everybody’s Talking di Harry Nillson in Un uomo da marciapiede, o Everybody’s gotta learn sometime di Beck in Eternal Sunshine of the Spotless MindDue esempi di pezzi che delineano perfettamente l’umore del film per tutta la loro lunghezza, in questo caso con la loro malinconia.

Naturalmente si possono trovare anche singole scene con grandi pezzi di musica popolare. Partendo dal pop più puro nell’iconicità della musica dei Bee Gees in Saturday Night Fever, sino a prodotti di registi estremamente più impegnati. Voglio dire, pure Stanleyone Kubrick ha messo un po’ di leggerezza pop per una delle migliori scene di uno dei suoi film più iconici: Full Metal Jacket.

Quando poi il pop, il rock o il blues sono colonna portante di un film si può dare sfogo alla fantasia come in American Graffiti, Alta fedeltà, I Love Radio Rock o in Blues Brothers (da noi recensiti qui, qui e qui):

Chi ne abusa.

Ci sono poi alcuni registi che fanno un uso ampio e vaporoso di questo contrasto tra cultura pop e grande cinema. Uno di questi è Martin Scorsese. Ne possiamo vedere due ottimi esempi con l’utilizzo di Layla di Derek and the Dominos in Quei bravi ragazzi e soprattutto con I’m Shipping up to Boston dei Dropkick Murphys in The Departed

Meraviglioso il contrasto tra il pezzo soft della canzone e le immagini cruente nella prima scena; perfettamente incalzante con l’azione il punk irlandese della seconda. Il testo è perfetto non solo musicalmente, ma riprende anche l’importante sottocultura irlandese, oltre che il nome, della capitale del Massachusetts, dove il film è ambientato.

Chi poi fa di questo contrasto uno dei fondamenti del suo cinema è proprio lui: Mr. Quentin Tarantino, maestro autentico del mixaggio di frammenti di cui parlavamo prima. Trovatemi un altro regista che userebbe una canzone dei White Stripes per un film western (Apple Blossom in The Hateful Eight), Please Don’t Let Me Be Misunderstood in una scena di lotta tra katane (Kill Bill), You Never Can Tell di Chuck Berry in un film con criminalità organizzata (Pulp Fiction),

Due esempi monstre di questa caratteristica tarantiniana si hanno in due casi: il carrello iniziale di Jackie Brown e la famosa scena della tortura de Le Iene.

Nel primo, Across 110th Street di Bobby Womack è un pezzo con una grandissima sonorità negra (in senso buono), che delinea eccellentemente, essendo la prima scena, il carattere e la sensualità della protagonista Pam Grier. Una sorta di nera prosperità e femminilità, che si comunica grazie alle atmosfera funk del pezzo e che connota già in maniera precisa il personaggio di Jackie Brown.

Per quanto riguarda il secondo caso, che vi devo dire? Celebrata come una delle scene più stordenti e belle della storia del cinema. Il contrasto che si crea tra la crudeltà della tortura, il ritmo della musica e il balletto di Mr. Blonde ha un effetto straniante. Se ci fosse stato un sottofondo classico sarebbe stata una scena violenta come tante altre.

Così, invece, il tutto assume un’aria disturbante, ma ipnotica al tempo stesso che, secondo me, banalmente riassume un po’ il fascino del male e della violenza che Mr. Quentin da sempre vuole comunicare.

Non male come inizio.

Ho accennato prima come l’inizio di Jackie Brown connoti in maniera perfetta il protagonista principale e anche il resto del film.

Non è certo l’unico film che ha utilizzato una canzone nella sua primissima scena per partire con il botto. Molte di queste grandi canzoni si sono legate indissolubilmente alla pellicola, alimentando vicendevolmente il culto sia del pezzo che del film.

Caso un po’ particolare quello di Streets of Philadelphia di Bruce Springsteen. Effettivamente composta dal Boss proprio per il film Philadelphia, ma destinata ad un’altra scena. Jonathan Demme rimase però talmente colpito dalla potenza espressiva del pezzo che la piazzò in sottofondo al carrello iniziale per le vie della città.

Ma sono tanti gli esempi.

Andando nel classico, come non menzionare Born to Be Wild, iconico pezzo degli Steppenwolf, per sempre legato all’immagine di Peter Fonda e Dennis Hopper a bordo dei loro Chopper in Easy Rider. Poi Apocalypse Now, con The End degli immortali Doors che dichiara la fine del mondo a tempo con le bombe al Napalm della guerra in Vietnam. Forse nella mia testa rimane ancora la scena più forte mai vista in un film. L’inizio è soft, con il dolce tintinnio della chitarra e la florida natura asiatica negli occhi, poi il dolce boooom della voce di Morrison si pone a contrasto con il booom delle fiamme.

Andando più vicini a noi, possiamo trovare grandi inizi pop “semplici”, come con The Man in Me di Bob Dylan ne Il grande Lebowski, ma anche nel meno cervellotico Watchmen di Snyder, dove The Times They Are a-Changin’ (sempre di Big Bob) riassume anni di storia americana, rivisitata in funzione del film.

Non si può infine non menzionare una delle migliori scene iniziali della storia: quella di Trainspotting. Danny Boyle dimostra di saperci fare con l’uso del rock anche con questa struggente scena con Perfect Day di Lou Reed. È con l’attacco che però Boyle entra nella storia. Lust for Life (NB: Lust=Lussuria) di Iggy Pop incalza la corsa e il monologo di Mark (Ewan McGregor) sulla vacuità delle nostre vite. Scusate il francesismo: fottutamente epico. La voce stridula e le parole dell’Iguana del rock e il ritmo esaltano la forza delle parole del protagonista, in un film che rappresenta un viaggio angosciante nel mondo dell’eroina. Hans Zimmer avrebbe schifato tutto credo… no, per dire.

E infine?

Non solo l’inizio, ma anche grandi finali. Oltre a quello di Fight Club sopramenzionato, come non ricordare alcune grandi scene finali, rese leggendarie dalle canzoni che le incorniciavano. Senza cercare di incorrere in spoiler, possiamo fare qualche esempio, partendo da film di caratura più modesta, come il balletto finale di 40 anni vergine, con la doppietta Aquarius/Let The Sunshine In direttamente da Hair, passando ancora per Trainspotting che conclude con il perfetto Techno di Born Slippy di Underworld, Stand by Me con l’omonima canzone di Ben E King, Breakfast Club con l’immortale Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds, fino al classico finale de Il laureato, reso leggendario da The Sound of Silence di Simon & Garfunkel.

Abbiamo imparato la lezione dunque? Pare di sì, visto che questa risorsa è ormai utilizzata in lungo e in largo in tutti i contesti.

Anche le serie TV, ormai quasi forma d’arte di questo decennio, si sono ampiamente adeguate.

Un esempio dite? Non credo di poter concludere un articolo del genere senza menzionare il finale della serie da me più amata: Breaking Bad, che propone una semisconosciuta Baby Blue dei Badfinger per i fotogrammi finali della serie.

Non posterò il video, ma solo la canzone, per evitare spoiler pesanti.

Se non avete visto la serie vi sembrerà una canzone come tante altre, ma se l’avete vista e amata tutta, di fronte a questa scelta, non potete che aver urlato al genio… genio… GENIO.

Perché anche una scelta cos’è poi?

 È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.

Article written by:

Riccardo Cavagnaro

Vede la luce nell'anno 1991. Da quando ha visto "Jurassic Park" all'età di 3 anni sogna segretamente di toccare un dinosauro vivo. Appassionato lettore, viaggiatore, ascoltatore di musica e bevitore. Tutte queste attività arricchiscono sicuramente il suo bagaglio culturale, ma assottigliano pericolosamente il suo portafogli.

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