Focus

Da Rambaldi ad Igort – Incontro con Giuseppe Squillaci

29 Ottobre – Siamo ormai all’ultima giornata di Visioni Fantastiche, l’articolo sul concorso di corti per i maggiori di 18 anni è quasi terminato e, nella giornata, sono previsti altri eventi.

La premiazione serale è sicuramente il più eclatante. Verranno resi noti i vincitori delle varie categorie di Visioni (dalla selezione dei cortometraggi per un pubblico dai 6 anni in su ai lungometraggi). Purtroppo il mio arrivo al Festival è stato piuttosto tardivo, ho potuto vedere solo gli ultimi due film delle cinque Anteprime Fantastiche, e non ho potuto vederne nemmeno uno dei lungometraggi in concorso.

La mattinata è saltata, quindi ripiegherò sugli eventi pomeridiani: sono due masterclass e un laboratorio.

Una di queste lezioni attira seduta stante la mia attenzione, perché a tenerla sarà Giuseppe Squillaci. Uno dei più importanti nomi nel campo degli effetti speciali. Noti sono i suoi lavori che vanno da film internazionali (come Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson) alla produzione italiana d’autore (come Meraviglioso Boccaccio e Una questione privata dei fratelli Taviani), dal film di Genere (come Il Siero della Vanità di Alex Infascelli o Zora la vampira dei Manetti Bros.) alle recenti grandi produzioni italiane (come Michelangelo – Infinito di Emanuele Imbucci, Io, Leonardo di Jesus Garces Lambert e 5 è il numero perfetto di Igort).

Non c’è che dire: si prospetta una lezione interessante. A questa mesterclass partecipano alcune classi di scuola superiore e Squillaci porta con sè una serie di test video e di making of dei suoi lavori. Aneddoti e racconti sono interessanti e l’incontro fila liscio per la sua ora e un quarto.

Fortunatamente, il buon Squillaci ha un po’ di tempo e pazienza al termine della lezione per fare ancora quattro chiacchiere. Ci sediamo e cominciamo.

Com’è venuto in contatto con questo festival appena nato?

SQUILLACI: Io ho conosciuto Maria Martinelli (che lo organizza) in vari festival di produzione, produttori indipendenti ed eventi di questo genere. Sono stato invitato a fare un intervento al Ravenna Nightmare film festival, dato che spesso gli effetti speciali e gli effetti visivi sono alla base del film di genere. Quindi sono venuto a questo festival fratello (possiamo chiamarlo così?), a questo Visioni fantastiche. Dato che comunque ho una passione per l’insegnamento, anche se pratico il mestiere, quando mi si propone di insegnare a ragazzi e bambini ho sempre piacere a farlo.

Per tutti i professionisti c’è sempre quella visione che li attira verso l’attività che poi intraprenderanno. Qual è stata la sua? E come è arrivato alla Computer Grafica?

SQUILLACI: E.T.! Quando io avevo otto anni (o dieci, adesso non ricordo bene) era uscito al Cinema e mi ricordo che mi aveva folgorato! Sono rimasto colpito da questo pupazzo. Io lo vedevo che era stato costruito un personaggio ed ero affascinato all’idea di fare questo mestiere e costruirne uno anche io. Sono rimasto innamorato di E.T., delle sue tecniche di costruzione e degli effetti speciali (al tempo non esisteva l’animazione digitale, ovviamente la tecnica principale era quella). E questo amore è rimasto sempre. Ho fatto sempre pupazzi, pupazzetti, mostri, mostricini. Ho provato un po’ di tutto fino ad arrivare al momento in cui, a circa ventidue anni, sono andato a studiare con Carlo Rambaldi.

Carlo Rambaldi ed E.T.

Lui stava entrando in un periodo di fine carriera, dopo King Kong 2 e gli ultimi film [tra cui ricordiamo Alien lo stesso E.T. -L’extraterrestre, Conan – Il distruttore e Dune, n.d.r.] (e dopo aver comunque preso tre Oscar), tornò in Italia e fece un corso in Umbria a cui ho partecipato. Sono stato per tre anni suo allievo. Era il periodo di transizione dagli effetti speciali meccanici e plastici alla computer grafica. C’era qundi un mondo che finiva e uno che cominciava. E questo è il motivo [del passaggio al 3D, n.d.r.]. Io sono nato con gli effetti speciali meccanici e poi c’è stata semplicemente l’evoluzione del settore che mi ha portato a lavorare col computer.

A seconda delle persone è diverso, ma lei in particolare ha qualche tipo di nostalgia verso questo genere di effetto speciale?

SQUILLACI: Sicuramente sì. Dipende anche da progetto a progetto.

Gli effetti speciali, gli effetti visivi sono strumenti per raccontare delle storie. Quindi è sempre e solo la storia la cosa più importante. In base alla storia che voglio raccontare, alle atmosfere che voglio evocare, vado a scegliere la tecnica.

Faccio un esempio, immaginare di tornare a fare Guerre Stellari con tecniche di vent’anni fa non ha senso, perché la magia di Guerre Stellari sta nel fatto che lo spettatore si fa trasportare da queste battaglie galattiche tra caccia e astronavi che s’inseguono. Mentre, invece, raccontare un film nella cinematografia di Tim Burton con effetti speciali tradizionali è molto più stimolante, perchè lo stile ti porta ad immaginare qualcosa di più materico e più plastico. Forse i suoi film meno riusciti sono proprio quelli in cui si percepisce un uso massivo di computer grafica. Sono un po’ meno poetici, meno suoi.

Batman

Lo spettatore accetta che una cosa sembri meno vera quando intesa come poetica, quando racconta qualcosa di più profondo.

Questo mi ricorda una conversazione avuta con Carlo Tagliazucca (programmer del festival e membro della Cineteca di Bologna) riguardo “Mars Attacks!”. Mi raccontava, in particolare, che Burton tentò di ottenere per i marziani effetti in stop-motion, poi, visto il preventivo, alla ILM Industial Light & Magic si preferì ripiegare sulla computer grafica…

SQUILLACI: È anche una questione di tecnica. Anche Jurassic Park è nato in stop motion (ci sono dei test bellissimi che si possono trovare in rete) e anche lì c’è una questione di costi, ma soprattutto di tipo di racconto. Se il racconto è inficiato dal risultato visivo e tecnico, a quel punto conviene cambiare tecnica. Una cosa che funziona quasi sempre nei blockbuster americani, dove gli effetti speciali sono al centro del racconto, è che in qualche modo riescono ad essere utilizzati al massimo delle loro possibilità e a non invecchiare. Un qualsiasi effetto speciale di Indiana Jones o Poltergeist è ancora valido tutt’oggi, perché realizzato con quello che poteva essere fatto, ma la scena è adattata alla tecnica. Per cui si fa in maniera tale che non ci sia mai l’uscita dello spettatore dal film.

In fondo è proprio quello il fallimento di una produzione: quando si arriva ad un certo punto che il pubblico non ci crede più perché “Ah, ho visto il trucco!” Sarebbe come vedere un prestigiatore a cui cascano le carte!

“Adiòs imbecille!” set de “I predatori dell’arca perduta”

Com’è stato il suo lavoro con Stivaletti?

SQUILLACI: Sergio Stivaletti è un amico, una persona che conosco ormai da tantissimo tempo. Quando io studiavo con Rambaldi, lui era ancora molto attivo sul territorio italiano, ed internazionale, ed era in qualche modo percepito come l’erede di Rambaldi al tempo (1998/99) e se quest’ultimo cessava l’attività, ci sarebbe stato lui, all’apice della carriera. L’ho conosciuto da studente e siamo diventati amici. Abbiamo fatto insieme il suo ultimo film, Rabbia furiosa, in cui ci sono molti effetti speciali tradizionali supportati dalla computer grafica, dove necessario.

È molto bello e importante lavorare con maestri del genere, perché si toccano ancora materiali come la plastica la resina, il lattice, la gomma. La prostetica, insomma.

Stivaletti sul set di “Rabbia Furiosa”

Parlando di Rambaldi, sarei curioso di chiederle il suo rapporto con Mario Bava.

SQUILLACI: Per me i suoi sono film, come anche quelli di Lucio Fulci, che ho visto nel periodo dello studio. Purtroppo è gente con cui non ho mai avuto occasione di collaborare nè avuto modo di vederli a lavoro. Fanno parte di un background culturale che chiunque si avvicina a questo mestiere (e in generale al Cinema) si trova ad affrontare.

Anche noi, come dicevamo prima degli americani, abbiamo avuto occasione di creare effetti speciali che non sono invecchiati nel tempo…

SQUILLACI: Assolutamente sì. Ci sono tantissime invenzioni nei film italiani degli anni ’70 e ’80 che vengono prese come modello per la costruzione e la realizzazione degli effetti di oggi o comunque come un modello (torna la parola!) narrativo

Parliamo di una difficilissima unione di coerenza tra l’immagine che vediamo e il suo più profondo significato. Questo gli italiani lo facevano in maniera magistrale!

Pensiamo a Profondo Rosso, ci sono tante piccole cose: il famoso pupazzo (che poi è stato fatto da Rambaldi e realizzato da Stivaletti) è un manichino di legno, abbastanza semplice, che raggiunge l’obbiettivo di trasformare una scena in qualcosa di profondamente studiato. Non solo terrorizzare.

Marionetta da “Profondo Rosso”

Riuscire a rendere oggi quello che si poteva rendere con un burattino di legno è una cosa che ancora si studia. Questo vale per Fulci, Bava, per tantissime sequenze del Cinema Italiano fino agli anni ’80 che non a caso viene tutt’oggi riciclato, ri-studiato, analizzato, copiato dai maestri americani, come Tarantino. Tornano sempre alle basi, che per fortuna non si cancellano. Come parlare di Storia dell’Arte senza citare Michelangelo o la statuaria Greca o Romana. Una statua è quella, siamo tutti d’accordo. Un film del Cinema Poliziottesco, giallo o horror è quello. La base è sempre la stessa.

Secondo il suo punto di vista professionale, questo nostro Cinema sta vivendo una ventata di genere?

SQUILLACI: Chi, anche un minimo, ha studiato la Storia del Cinema, sa che il film di Genere lo abbiamo inventato in Italia. È nell’italia degli anni ’70 che si facevano i film di Genere e che si è segnata la base della cinematografia mondiale di quel periodo. Che fosse horror che fosse western, peplum o fosse anche fanscienza era stato esplorato in tutti i modi nel famoso film di serie b italiano.

Murderock uccide a passo di danza

Lì c’è stata una vera e propria esplosione di creatività, con la quale siamo cresciuti. Chi era piccolo negli anni ’70 – ’80 vedeva quel Cinema e respirava quelle atmosfere. Con il ritorno e con la maturità di persone di quella generazione, c’è il desiderio di approfondire, c’è una conoscenza profonda e un amore per quelle cose legate all’infanzia. Questo ha fatto sì che il Genere venisse riproposto.

Credo sia anche una reazione alla scarsa qualità della nostra cultura cinematografica e televisiva degli ultimi vent’anni, in cui si è distrutto quello che c’era e non si è fatto assolutamente nulla. Ora, senza andare a vederne le cause, però sappiamo bene che vent’anni di Cinepanettone e di inseguimento del Cinepanettone (la cosa più grave, secondo me)…

Io ne ho fatti tanti (e mi sono divertito moltissimo a farli) [ride, n.d.r.] e comunque l’amore e la tecnica c’è anche nel fare quello. Però l’inseguire quel modello è stato sbagliato. Chiaramente il Cinema è un’industria e va dietro ai soldi e tutti, anche i grandi, hanno cercato di fare film di quel tipo. C’è stato un periodo in cui non c’era regista italiano anche di qualità che non cercasse di fare il film di Natale da incasso.

Ma questa rinascita c’è o è solo un fuoco di paglia?

Dogman

SQUILLACI: Ma la rinascita c’è. C’è assolutamente. Anche perché ormai, in qualche modo, la generazione precedente è alla fine. I registi, che hanno mandato avanti questo genere, stanno invecchiando. C’è la nuova generazione, che è vissuta masticando quel Cinema di cui abbiamo parlato prima, come anche il grande Cinema americano. La generazione che è cresciuta guardando serie americane, cartoni animati giapponesi. Quindi il tipo di racconto che si vuole fare è quello.

C’è anche un tessuto produttivo che comincia a vedere che il mercato non compra più prodotti scarsi. E se vuole sopravvivere a livello industriale, deve proporre qualcosa che sia valido a livello internazionale. Siccome ci riescono tutti, ci possiamo riuscire anche noi. E lo stiamo facendo, pian piano

Toni Servillo in “5 è il numero perfetto”

Se resiste l’Europa come unità culturale e politica, c’è la possibilità di scambiare in continuazione maestranze. Il direttore della fotografia di 5 è Il numero perfetto è Nicolaj Brüel, che ha fatto anche Dogman. È danese, ed è un grandissimo maestro del Cinema. Lavora con film italiani, spagnoli, inglesi. tedeschi. E così vale per gli altri. Per questo film [5 è il numero perfetto, n.d.r.] ho realizzato gli effetti in Belgio, per un altro film ho lavorato con la Spagna, in altri casi con l’India e così via.

Il mercato ormai è mondiale. La globalizzazzione è passata e bisogna pensare sempre di lavorare col mondo e di essere all’altezza del mondo. Sia come storie che come qualità in generale.

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Marco Moroni

Nato nel maggio del 1995 a Terni, città dell'acciaio e di san Valentino. Dovete sapere che vicino alla mia città si erge, spettrale, un complesso di capannoni abbandonati. Quando eravamo bambini ci veniva detto che quelli erano luoghi meravigliosi, in cui venivano realizzati film come "La vita è bella" o "Pinocchio". Questo fatto ci emozionava e ci faceva sognare una Hollywood vicino casa nostra. Come il castello transilvano di Dracula, tutti cercano di ignorare quei ruderi ma, ciononostante, tutti sanno benissimo cosa siano e non passa giorno senza che si continui a sognare quel Cinema che nasceva a casa nostra. Chiedendomi cosa mi faccia amare tanto la settima arte, e perché mi emozioni così tanto al solo pensiero, potrei rispondermi in molti modi, ma sono sicuro che quel sogno di tanti anni fa abbia un ruolo più che essenziale. Che sia di genere o impegnato non importa, se un film lo merita ha il diritto di ricevere la giusta attenzione. Perfino un film brutto merita di essere rispettato, ponendo attenzione a quelli che sono i suoi elementi vincenti; anche in questi, infatti, possiamo trovare la bellezza creata da chi ha votato la propria esistenza a quest'arte meravigliosa.

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