Focus

Restauri e dintorni: fenomenologia cine-televisiva del makeover

Sondaggio: ti sei mai sentita brutta alle medie (e/o anche oltre)?
Se la risposta è NO, fai clic su “chiudi” e portati via con te tutta la mia invidia. Se la risposta è SÌ, benvenuta nel club, puoi pure continuare la lettura.

 

Esatto, le medie. Chi le ha frequentate fino al primo decennio degli anni 2000 si ricorderà di che vita difficile si trattava, per una ragazza (ma sono sicura che anche i maschi non se la passavano benissimo): code di cavallo basse e Converse alte, top della Pompea chiamati pomposamente “reggiseni”, peli facciali di vario genere e idee molto vaghe e confuse sul come liberarsene, trousse caleidoscopiche della Pupa che funzionavano meglio da soprammobili al bagno, matita nera effetto panda come unico trucco conosciuto, e soprattutto ancora nessuna notizia di Clio Makeup.

Però anche Clio era una di noi.

Le Cenerentole

Una tragedia, questa, talmente sentita e partecipata che il cinema ci ha costruito sopra tutta una serie di banali quanto amati makeover movies: storie di ragazze, prevalentemente adolescenti, brillanti dentro ma brutte o insignificanti fuori, che per conquistare il tipo di turno/un posto in società/varie ed eventuali, si mettono nelle mani di una Fata Madrina d’occasione e subiscono un doveroso restauro. Come Cenerentola, esatto. Basta un vestito sbrilluccicante e un’acconciatura diversa per fare colpo. O anche, restando in casa Disney, come Mulan prima di andare dalla Mezzana.

“Grazie a noi, quegli eroi / Le altre donne non vedranno più / Con un taglio più curato tu / Molto onore ci darai.” Estratto eloquente di una delle canzoni più improbabili della Disney.

Un meccanismo su cui si basa tutto il progetto dello stilista Cinna (Lenny Kravitz) in Hunger Games: i vestiti che prepara per Katniss (Jennifer Lawrence) sono dei veri e propri costumi dagli effetti teatrali, completi di trucco e capelli sempre diversi, che la trasformano da comune (e struccata) abitante del Distretto 12 a Ragazza di Fuoco.

E se guardiamo ancora più indietro, ritroviamo My Fair Lady, tutto un programma già dal titolo: Eliza Doolittle è l’esperimento social-modaiolo del professor Higgins, che vuole trasformarla da povera fioraia di strada a dama di gran classe. Però lei è Audrey Hepburn, ecco, quindi non è che ci sia da restaurare un granché.

Le plain Jane

Quelle normali sono un classico dei makeover movies: le incontri nei corridoi e non ti giri a guardarle, fai fatica a ricordartele, passano inosservate. Comuni sul bruttino, fisico normale, oppure acqua e sapone in un modo quasi fastidioso (lo sappiamo che le avete tenute in sala trucco due ore per farle sembrare così, maledetti truccatori), tipo Lindsey Lohan in Mean Girls: Cady Heron si imbarca nella sua missione di sabotare Regina George (Rachel McAdams) con t-shirt e coda di cavallo, ma ne esce con rimmel e minigonna rosa, Plastic tale e quale alle altre.

Stesso procedimento per la commedia romantica Come tu mi vuoi: una semi-irriconoscibile Cristiana Capotondi con brufoli e baffetti finti è la dolce e ingenua studentessa universitaria Giada, sfruttata per le ripetizioni dal bel Riccardo indietro con gli esami (Nicolas Vaporidis), di cui però lei è innamorata. Come fare per conquistarlo? Sempre allo stesso modo: ceretta, lenti a contatto, trucco, vestiti nuovi, capelli sciolti. La bacchetta magica che la trasforma è quella di Fiamma (Giulia Steigerwalt), amica di Riccardo inserita decisamente più di Giada nel jet-set romano.

E ricordate come la divina Miranda Priestly (altrettanto divina Maryl Streep) chiama Andy ne Il diavolo veste Prada? “La ragazza sveglia e grassa”. E se essere grassa vuol dire essere Anne Hataway, stiamo tutte fresche. Questa del fisico perfetto è l’ossessione principale di tutti i personaggi che lavorano a Runway; memorabili le battute con cui Nigel (Stanley Tucci in forma più che mai) la punzecchia mentre pranzano:

– Minestra di mais… Scelta interessante. Lo sai, vero, che la cellulite è uno degli ingredienti principali della minestra di mais?
– E così qui le ragazze non mangiano niente?
– Non più, da quando la trentotto è diventata la nuova quaranta e la trentasei è diventata la nuova trentotto.
– Io porto la quarantadue.
– Che è la nuova cinquantasei.
– Hmm! Cavolo!.
– Oh, che t’importa… sicuramente sarai piena di maglioncini misto acrilico nell’armadio dove hai preso quello.
– Ok, trovi orrendi i miei vestiti… l’ho capito. Ma vedi, io non rimarrò per sempre nel campo della moda, perciò non vedo il motivo per cui devo cambiare tutto di me solo perché lavoro qui.
– Sì, hai ragione. In fondo questa industria multimiliardaria gira intorno a questo… Alla bellezza interiore!

Il patto di Andy col Diavolo che tutti conosciamo è tanto scontato quanto sensazionale: ben presto, grazie allo stesso Nigel, i maglioncini misto-acrilico infeltriti lasciano il posto a giacche di marca, le scarpe da grandi magazzini vengono sostituite da stivali Chanel, i capelli crespi e senza verso diventano un elegante taglio lungo con frangetta perfettamente liscia.

Ed è proprio con Anne Hataway e la piastra che facciamo luce sul cliché più cliché dei makeover movies.

Le piastrate

Forse lo noto solo io, che sono una testa riccia fiera di esserlo, e mi batto ogni giorno contro la schiavitù da piastra: ma nei makeover movies i capelli ricci stanno alla bellezza come i mancini stanno alla scrittura. Sono l’elemento di disturbo, sono il disordine, sono una cosa strana. Ad essere sinceri, non sempre e non solo nei film, tanto che un paio di anni fa la Dove lanciò la campagna pubblicitaria Love your curls per incoraggiare le bambine con i capelli ricci a non sentirsi diverse dalle loro coetanee.

Eppure la gigantesca chioma di Mia Thermopolis (Anne Hataway diciannovenne) è la prima cosa da domare per farla diventare una Pretty Princess. Via i ricci, via gli occhiali, via l’uniforme della scuola, ed ecco una Mia nuova di zecca.

Pretty fa rima con “no al riccio” anche con Vivian Ward di Pretty Woman. Julia Roberts (riccia naturale) interpreta la celebre prostituta che passa da succinte canottiere bianche e chiome al vento a vestiti da sera rossi e pettinature raccolte.

E anche Cameron Diaz in Essere John Malkovich viene fornita di una criniera leonina per risultare sciatta e ordinaria.

Le permanentate

Capita, però, anche l’opposto – ma sempre di trasformazioni di capelli parliamo: la più clamorosa è forse quella di Olivia Newton-John in Grease: l’angelica Sandy scambia la sua piatta coda di cavallo con una turbo permanente che più anni ’80-revival-dei-’50 non si può. Aggiungiamoci il famosissimo completo top-pantaloni neri, un trucco un po’ più pesante, il cambio drastico di personalità riassunto nella sua unica battuta “Dimmi tutto, cocco”, e tutta l’inverosimilità del musical è servita.

La permanente se la fa anche Toula Portokalos (Nia Vardalos) ne Il mio grosso grasso matrimonio greco, e lì sì che ci si diverte a vederla trasformarsi (da sola) da cameriera a sposa: i capelli, le lenti a contatto, i vestiti “da vecchia” (come le dice il padre) sostituiti da capi più colorati, e via, anche stavolta il brutto anatroccolo diventa un cigno col fard.

I mostri (di bravura)

I makeover che preferisco sono quelli al contrario: attrici belle belle rese brutte brutte per esigenze di copione – e lasciatemelo dire, un’attrice che sa di essere bella e si diverte a interpretare il ruolo di una brutta è solo da adorare.

Emma Thompson l’ha fatto per due volte: con la stralunata professoressa Sibilla Cooman in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban e prima ancora con Nanny MacPhee – Tata Matilda. In entrambi i casi siamo lontani da Karen di Love Actually e dalla più recente Missis Bric de La bella e la bestia: occhialoni con montatura nera e capelli svolazzanti per la Cooman, nei, naso e dentone finti per Tata Matilda. Superba in entrambi i ruoli.

Una mia recente scoperta in questo campo è stata Taryn Manning come Tiffany “Pennsatucky” Doggett in Orange is the new black: per questo ruolo l’attrice ha un viso spaventoso guastato dal crack, scuri capelli unti e denti rovinati.

Ve lo ricordate Ugly Betty, invece? Io lo guardavo e fu un piccolo shock sapere che l’attrice era la stessa di Quattro amiche e un paio di jeans, America Ferrera. Se vogliamo dirla tutta, anche nel ruolo di Carmen fa la parte della non-bella (crede che non le entrino i pantaloni, si sente a disagio per via che “ha un culo e i sarti non hanno abbastanza metri di stoffa per coprirlo”), ma come Betty è impressionante: occhiali brutti, capelli in disordine, frangetta, vestiti alla Patty di Camera Cafè, e soprattutto lui: l’apparecchio fisso.

E se c’è una attrice bellissima che è stata completamente stravolta per un ruolo cinematografico, quella è Charlize Theron in Monster. Altri commenti sono superflui, guardare per credere.

Questa rassegna non può che concludersi con l’esperimento di makeover più pazzo che sia mai stato fatto ultimamente: Manifesto, il film in cui Cate Blanchet interpreta tredici ruoli differenti, trasformandosi peggio di un camaleonte grazie a trucco magistrale ed effetti vari di post-produzione. Godetevela:

Article written by:

Avatar

La mia data di nascita è il primo pezzetto della tabellina del 3. Campo di grammar nazismo in più lingue, teatro amatoriale, tè e altre splendide cose che non fanno curriculum. Finché non mi crasha photoshop faccio anche l'illustratrice. Se esistesse un posto con i tramonti del Lago Trasimeno e le porte di Bologna, abiterei lì. Guardo film per poter dire che vabè comunque il libro era meglio.

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi