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Stephen King al cinema: incubi e deliri del Re del Brivido

Il mito di Stephen King, lo scrittore vivente più trasposto al cinema, le sue topiche, i suoi fallimenti, la sua magia.

Stephen King

«Se lavorate bene, i vostri personaggi diventeranno vivi e cominceranno ad agire per proprio conto. So che questo mette addosso un certo disagio se non lo avete ancora provato, ma quando succede è un piacere immenso».

On writing – Autobiografia di un mestiere, Stephen King


Tipicamente kinghiano

1453732194_11.22.63-gallery-1424x801-v1-8-8df371fd5594da127ebc0b70bad729dbedbce862f4c4c98cf94c69e7459737a6C’è un libro di Stephen King che io consiglio sempre di leggere, ed è proprio On Writing, da cui è tratta la frase posta qui sopra.

Perché lo faccio? Perché è uno di quei libri che ti svelano un’anima invece di una storia. Un libro a metà tra confessione, manuale di scrittura e raccolta di ricordi di una vita intensa, vissuta spalla a spalla con l’inseparabile macchina da scrivere e una sana dose di incubi relegati giù in cantina.

Stephen King è un grande scrittore, l’ho già detto e lo ripeto, non grande perché ha venduto (e ha venduto uno sproposito), ma perché è riuscito in quello che solo i grandi scrittori (soprattutto di horror) sanno fare: dare vita a immaginari, creare luoghi, personaggi, dinamiche tipicamente sue, tipicamente kinghiane.

Al cinema molto spesso sono state travisate, non tutte le sue trasposizioni sono degne dell’originale cartaceo: spesso vittime di produzioni dal budget risicato, oppure dirette da registi non in grado. Eppure queste dinamiche ricorrenti meritano però di essere evidenziate, anche per sottolineare la qualità e la continuità di un lavoro, quello dello scrittore, che in più di un quarantennio non tende mai a scivolare verso l’anonimato.

N.B. In fondo all’articolo troverete una lista di quelle pellicole tratte da suoi lavori che – a mio modesto avviso – sono degnissime di visione.


La prigione

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Tim Robbins, nel capolavoro di Frank Darabont, Le ali della libertà

Cominciamo dalla topica della prigione, ovvero uno di quegli ambienti dove King rinchiude i suoi personaggi e li costringe ad

LAB04:GREEN MILE:LOS ANGELES,CALIFORNIA,12DEC99 - UNDATED PUBLICITY PHOTO - Actor Tom Hanks portrays death row prison guard Paul Edgecomb,with prisoner John Coffey,played by Michael Clarke Duncan (R),in a scene from the new drama film "The Green Mile." The film,from a Stephen King novel,opened December 10 in the United States. fsp/Photo by Ralph Nelson-Castle Rock Entertainment REUTERS

Tom Hanks e Michael Clarke Duncan ne Il miglio verde

interagire. La prigione non è intesa solo in senso letterale (come è nel caso de Le ali della libertà e Il miglio verde) quanto anche metaforico. Emblematico il caso di The Mist, dove una minaccia esterna (una nebbia che nasconde mostri sanguinari) costringe gli abitanti di un piccolo centro a nascondersi all’interno di un supermercato. All’interno del centro commerciale emergono i vari caratteri umani, che si scontreranno, costretti dalla questione della sopravvivenza. Anche in Under the Dome una piccola comunità viene isolata da una misteriosa cupola/campo di forza e dovrà mantenere salde le convenzioni sociali per evitare l’anarchia.

Stephen King si diverte a isolare i suoi personaggi, a infondere in loro caratteri forti e meno forti e a stare a vedere come una comunità minacciata è incapace di tenere fede a valori effimeri come il rispetto, la tolleranza, la pace. Uno dei tanti punti di contatto può essere il John Carpenter de La cosa, ad esempio.

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John Carpenter, regista di Christine, la macchina infernale

Prendiamo Jack Torrance in Shining: anche l’Overlook Hotel è in fondo una prigione che induce lo scrittore alla follia omicida; un’altro tipo di prigionia è quella di Paul Sheldon, protagonista di Misery non deve morire, costretto da un incidente a rimanere bloccato al letto della sua salvatrice-aguzzina, la psicopatica Annie Wilkes, la sua “fan numero uno”.


Il bigottismo

Altro punto nodale della poetica di Stephen King è la sua insofferenza verso il bigottismo, spesso tipico delle piccole comunità, o comunque di un’America ancora rurale, nient’affatto metropolitana, così com’è l’onnipresente e natio Maine dello scrittore di Bangor.

Esempio lampante può essere Carrie – Lo sguardo di Satana (non quella merdata del remake), in cui De Palma ci restituisce uno spaccato interessantissimo di una comunità (e soprattutto una madre) anni Settanta baciapile al limite della follia più totale, preda di nevrastenie e una paura congenita del sesso. La pazzia della madre arriva al punto di voler uccidere la figlia in quanta la crede preda del demonio, esempio perfetto di come King punti il dito verso l’ottusità derivante dal fondamentalismo religioso.

Altri esempi lampanti sono, di nuovo, Annie Wilkes di Misery non deve morire, oppure la signora Carmody di The Mist, che per sopravvivere alla spinosa situazione propone di fare un sacrificio umano a dio, senza dimenticare il bigottissimo e crudele direttore di Shawshank, Samuel Norton, di Le ali della libertà.

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Sissy Spacek nella trasposizione del primo romanzo di King, Carrie – Lo sguardo di Satana (1976), diretta da Brian De Palma


Lo scrittore problematico

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Jack Nicholson e il suo immortale Jack Torrance in Shining

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Johnny Depp, nel thriller Secret Window, tratto da uno dei racconti di Quattro dopo mezzanotte

L’idea che lo sforzo creativo e le sostanze che alterano la mente siano strettamente legati è una delle grandi mistificazioni pop-intellettuali del nostro tempo. I quattro scrittori del ventesimo secolo il cui lavoro è soprattutto responsabile di questa mitologia sono probabilmente Hemingway, Fitzgerald, Sherwood Anderson e il poeta Dylan Thomas. […] Lo scrittore tossicodipendente è nient’altro che un tossicodipendente, sono tutti in altre parole comunissimi ubriaconi e drogati. La pretesa che droghe e alcol siano necessari per sopire una sensibilità più percettiva non è che la solita stronzata autogiustificativa. […] Hemingway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi o moralmente deboli. Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti. Probabilmente è vero che le persone creative sono più vulnerabili di altri all’alcolismo e alla dipendenza dagli stupefacenti, e allora? Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi della strada.

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Kathy Bates nei panni della psicopatica Annie Wilkes in Misery non deve morire (1990)

Derivante probabilmente da una propria condizione esistenziale (Stephen King è stato alcolista e dipendente di svariate droghe) è tipico dell’autore il personaggio dello scrittore sull’orlo del baratro della follia.

Prendere ad esempio Jack Torrance è fin troppo semplice, ma possiamo allargarci anche a Mort Rainey, protagonista di Secret Window, romanziere horror ossessionato da una moglie che se n’è andata e un losco figuro che lo tormenta, sostenendo che lui ha rubato un suo romanzo.

Anche George A. Romero, il capostipite dello zombie-movie, ha subito il fascino del personaggio kinghiano e ha voluto mettere in scena il Thad Beaumont protagonista de La metà oscura. Beaumont è uno scrittore horror ossessionato dal suo pseudonimo che si tramuta in alter ego: il violento e spietato George Stark con il quale dovrà fare i conti per evitare la rovina sua e della sua famiglia. Da notare che lo stesso King ha scritto parecchi romanzi con lo pseudonimo di Richard Bachman.

Alle volte poi gli scrittori sono i personaggi sani, preda della follia altrui che – in qualche modo – li imprigiona al loro estro creativo. E’ il caso del già citato Paul Sheldon che, per sopravvivere alla schizzatissima Annie, dovrà essere in grado di scrivere il romanzo migliore di tutti, dando finalmente giustizia al personaggio di Misery.


I bambini

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Tim Curry nei panni dell’indimenticabile clown Pennywise.

Ho vissuto un’infanzia anomala, convulsa, cresciuto da una madre single che durante i miei primi anni condusse un’esistenza nomade e che (ma di questo non sono del tutto sicuro) affidò per un po’ me e mio fratello a una zia perché era, in quel periodo, economicamente o emotivamente incapace di accudirci. Forse stava solo inseguendo mio padre, che accumulò una montagna di conti in sospeso e prese il largo quando io avevo due anni e mio fratello David quattro. Se così fu, le sue ricerche non ebbero successo. Mia madre, Nellie Ruth Pillsbury King, fu una delle prime donne statunitensi liberate, ma non per sua scelta.

On writing

It e Stand by Me. Si sta parlando di questo, non perché non ci sia altro da dire, ma perché in queste due epopee (soprattutto It) viene detto tutto nel miglior modo possibile.

Leggendo le pagine di King non si può non cogliere la sua eccezionale capacità di immedesimazione, la sua bravura nel dare un taglio al racconto che sia magnificamente ad altezza di bambino. Ed è anche per questo che – a livello cinematografico – Stand by Me funziona molto meglio di It (mentre invece nel cartaceo non c’è nemmeno paragone): perché se It subisce quell’orribile separazione tra primo episodio infantile e secondo adulto (cosa che non avveniva nel libro, dove le due linee temporali erano sapientemente mixate) in Stand by Me godiamo appieno di una meravigliosa rappresentazione dell’età giovanile.

King, tra l’altro, adora prendere sotto la sua lente non tanto i bambini-bambini, quanto i bambini-adulti, ovvero di un’età compresa tra gli undici e i tredici anni, il momento decisivo, la Linea d’ombra direbbe Conrad. E così i bambini diventano il suo modo per descrivere l’incomprensibile ferocia degli adulti: lo scrittore è rimasto bambino e, allo stesso modo, non riesce a comprendere le brutture di una società allo sbando, ignorante, chiusa, timorosa, bigotta, schizofrenica.

E’ per questo che It va alla caccia di bambini, non tanto per questione di stereotipo fiabesco, ma perché i bambini – e coloro che bambini rimangono – sono gli unici ad avere il potere necessario per sconfiggerlo: il potere di immaginare, di fare i conti col male, di non scendere a patti col diavolo.

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Lista di film e serie tv

N.B. Le serie tv/film per la televisione sono evidenziati con il sottolineato

 

Carrie – Brian De Palma 1976

Le notti di Salem – Tobe Hooper – 1979

Shining – Stanley Kubrick – 1980

Creepshow – George Romero – 1982

La zona morta – David Cronenberg – 1983

Christine, la macchina infernale – John Carpenter – 1983

Stand by Me – Rob Reiner – 1986

It – Tommy Lee Wallace – 1990

Misery non deve morire – Rob Reiner – 1990

Le ali della libertà – Frank Darabont – 1994

Il miglio verde – Frank Darabont – 1999

Cuori in Atlantide – Scott Hicks – 2001

Stephen King’s Rose Red – Craig R. Baxley – 2002

L’acchiappasogni – Lawrence Kasdan – 2003

Secret Window – David Koepp – 2004

1408 –  Mikael Håfström – 2007

The Mist – Frank Darabont – 2007

22.11.63Kevin MacDonald  – 2016

 

P.s. Se gli horror sono la vostra passione, fate un salto dai nostri amici di Horror Italia 24!!!

Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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