Abbiamo davvero bisogno della terza parte de La casa di carta?
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Focus

Abbiamo davvero bisogno della terza parte de La casa di carta?

Avviso i gentili lettori che questo sarà un articolo polemico, di certo non privo di moventi, ma pur sempre polemico. A tratti la scrittura potrebbe sfociare in derive anti-capitalistiche, difese fanatiche della moralità dell’arte, imbeccate tendenziose al mantenimento dell’integrità strutturale, insomma: sarà un articolo fastidioso e poco commerciale. Mi rivolgo quindi ai tutti i fan de La casa di carta: le mie affermazioni non sono spinte da odio o disprezzo verso la serie; al contrario il sottoscritto ha ampiamente, e forse in modo del tutto esagerato, apprezzato il prodotto di Alex Pina, pur riconoscendone gli infiniti difetti e limiti: indi per cui vi invito a non assumere atteggiamenti fan-boyistici, stiamo dalla stessa parte, ed è proprio per questo che sto andando a scrivere ciò che vi apprestate a leggere.

Una promessa però ve la faccio: d’ora in avanti il linguaggio diventerà più sciolto e teso a uno sforzo di comunicabilità. Non chiamatemi altezzoso, sono solo uno che apprezza le forme espressive che la lingua mette a disposizione del parlante.

A quanti non si siano spaventati e non siano ancora caduti in derive oniriche: a tra poco.

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Una cosa è certa: il professore senza occhiali sembra strabico.

Siccome sto per parlare del sequel de La casa di carta, mi pare evidente che questo articolo sarà costellato di spoiler, individuabili meglio dell’orsa maggiore nel cielo.

Facciamo un passo indietro…

Come finisce la serie-evento del 2018? Giusto un poco prevedibilmente con la buona riuscita della tanto sospirata rapina e con la conseguente fuga della banda del professore dalla Zecca di stato. È un finale un po’ amaro, non tanto perché non va come vorremo, quanto piuttosto perché è fulmineo: in 5 minuti di orologio è tutto finito. Chiaro che per una serie che rappresenta gli eventi accaduti nel corso di 128 ore in 22 episodi (perché tanto ogni singolo abitante europeo avrà visto la serie nella versione ritoccata Netflix) un finale così rapido è quantomeno dissonante. Ed è per questo che lo spettatore si ritrova, guardando l’ultimo episodio, scombussolato: non ha ancora avuto il tempo di metabolizzare quanto successo che già scorrono i titoli di coda; dei titoli di coda che dovrebbero essere definitivi. Già, dovrebbero… Ma ciò non toglie che questa era (e doveva essere) la conclusione naturale degli eventi, l’insoddisfazione è solo frutto di una scelta tempistica e di sceneggiatura poco felice. Un errore, dunque. Problematico chiudere una serie con un errore, vero?

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Questo comunque non implica che quell’errore, che ha generato quell’insoddisfazione nel pubblico, che vorrebbe vederne ancora, debba essere cavalcato e sfruttato per fini propri. Lo so, lo so, non è detto che lo scenario sia obbligatoriamente questo, ma sicuramente è quello più concreto nella mia testa, e immagino anche quello nella testa di quelli di Netflix. Perché io sono convinto che sia andata così: il finale ha lasciato una certa acquolina in bocca ai fan, la serie non sembrava dovesse fare un grande successo e invece lo ha fatto, la madre di tutti i possessi materiali non esaurisce mai il suo canto da sirena e quindi facciamo un sequel de La casa di carta. E questo è palese, perché il proseguimento della serie (una serie, a detto del suo stesso ideatore, a finale chiuso) è stato annunciato il 18 aprile 2018, molto tempo dopo l’acquisizione da parte di Netflix dei diritti.

E io, da fan, mi incazzo.

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La logica del denaro corrompe irreversibilmente la qualità artistica

So che può sembrarvi contraddittorio, perché io, da fan, dovrei essere super-felice per questa nuova stagione. E invece non è così. Non è così perché sono certo che questa nuova stagione priverà di ogni valore che ha avuto per me La casa di carta; perché un sequel (sempre che sequel sia) non serve a niente: la serie è finita, andate in pace direbbe un sacerdote. Ed è chiaro che, ovviamente, l’obiettivo è solo e soltanto fare soldi, pratica alla quale Netflix ci ha fin troppo abituati. E la cosa brutta è che io (e tutti voi), da fan, stronzo, la terza parte de La casa di carta la guarderò, perché oramai ci sono affezionato e non potrei farne a meno. Ed è così che Netflix corrompendo la qualità artistica finisce col corrompere anche noi, che nonostante tutto l’abbonamento continueremo a pagarlo e rinnovarlo. Good job primo sito streaming mondiale, ci hai lasciati disarmati.

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Adesso usi anche gli stessi colori delle tute dei rapinatori…brava, brava.

Le premesse per un fallimento artistico sono le fondamenta per un successo commerciale

E parliamo, allora, di premesse. Da che cosa partiamo? Oh, già: tanto per cominciare i produttori hanno dichiarato che TUTTI I PERSONAGGI TORNERANNO. Già fa male. Questo può voler dire due cose:

  1. la nuova stagione si snoderà su più piani temporali (prima della rapina e dopo la rapina?) per raccontare i background dei personaggi, anche quelli morti a quanto pare. Sto riflettendo sull’utilità di quest’ultimo dettaglio ma mi sfugge. La cosa è, sinceramente, poco interessante per due motivi: la psicologia dei personaggi era costruita per funzionare e per dare elementi di snodo alla trama, ma tutto questo all’interno della rapina, all’esterno diventerebbe aria fritta; la serie era intrigante per il fatto che ci fosse una rapina (quella rapina) di mezzo, ed ovviamente per tutte le dinamiche che è stata capace di innescare, tutte cose che verranno meno con una nuova stagione, in quanto tutti i personaggi sembravano poco propensi a continuare a fare i rapinatori (e gli converrebbe pure poco farlo, per ovvi motivi);
  2. apocalisse zombie.

Analizziamo un attimo le varie situazioni. Raquel e il professore scopano, l’evoluzione del loro rapporto sarebbe poco interessante per il tipo di aspettative che ha il fan medio de La casa di carta. Mosca è morto, tuttavia credo sarebbe forse l’unico personaggio del quale varrebbe la pena scoprire le origini. Berlino è andato, ma di lui parliamo dopo. Nairobi potrebbe cercare suo figlio, ma a noi frega poco, perché questo è La casa di carta, non La donna che canta. Rio e Tokyo scopano: vagamente interessante capire se Tokyo sappia farsi una vita vera e stabile. Denver e Monica scopano e avranno un figlio: non credo interessi a qualcuno che ha guardato 22 episodi ambientati durante una rapina. Oslo è andato, che i suoi muscoli riposino in pace. Helsinki scoperà con persone dal petto villoso.

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Se anche quelli di Netflix decidessero di approfondire le storie dei vari personaggi, come farebbero a livello strutturale? Voglio dire come si organizza una serie del genere? Prima avevano tutti i personaggi riuniti in un unico posto e raccontavano una storia unitaria, ma ora come potrebbero raccontare tante storie diverse, alternando passato e futuro e mantenendo coesione? Come sarebbe? Ogni episodio racconta di un personaggio? Fate tanti spin-off a sto punto.

L’unica cosa davvero interessante da scoprire sarebbe il rapporto che lega(va) il professore e Berlino. Non so voi, ma io sono rimasto col dubbio se fossero fratelli o meno. So che è poco probabile, ma quel “addio fratellino” pronunciato da Berlino al professore prima di sacrificarsi mi ha lasciato perplesso. Magari era solo una porcata di sceneggiatura, non sarebbe così strano. In ogni caso il rapporto sarebbe interessante da scoprire intanto perché preesisteva all’ideazione del colpo alla Zecca (sì, anche quello tra Denver e Mosca, ma aspettate) ed in secondo luogo perché svelerebbe molti retroscena sulla serie: si capirebbe, per esempio, perché Berlino e il professore sono così legati e questo scatenerebbe un effetto a catena.

Legati-catena: giochi di parole spastici.

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Netflix ha cacato il cazzo

Magari un giorno ci denunceranno, ma noi non abbiamo rubato niente a nessuno.

Invece Netflix sì: ruba i soldi alla gente promettendogli prodotti di qualità. Non vi dirò se sto scherzando o meno.

Mi pare inutile dirvi che tutte le supposizioni fatte sopra sono effimere, io spero che non se ne realizzi manco mezza. Ribadisco che la serie, e i personaggi, erano costruiti per essere ellittici, tutto doveva ruotare attorno ad una cosa, svilupparci materiale sopra e poi chiudersi nella realizzazione del proposito iniziale. E così è stato, ma poi è arrivata Netflix, ha fatto fare un successo enorme a La casa di carta, il suo ideatore si è macchiato i pantaloni ed eccoci qua.

Quindi da che parte stanno i buoni?

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Arrivederci…

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Avete mai provato a descrivere voi stessi in poche righe? Io lo sto facendo adesso, ma mi rendo conto che dispongo di un numero insufficiente di parole per parlare di cotanta magnificenza. Ma ahimè forse è meglio così, almeno in questo modo sarete voi ad attribuirmi la forma che riterrete la migliore.

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