cinema italiano
Focus

Un film per ogni decade del cinema italiano: dalle origini a oggi

Dato che ultimamente tira un’aria vagamente revanscista intesa a rivendicare l’ampio valore del Nostro cinema nella Storia del cinema, oggi ho deciso di assumermi un compito facile facile per deliziare i vostri palati nazionalisti. Ho selezionato un film italiano per ogni decennio di cinema, dal 1900 a oggi. Ora, prima di iniziare a lodare l’Italia, due rapide premesse.

Primo. Non sono partito dalle primissime origini del cinema per due motivi: la produzione cinematografica italiana tra il 1890 e il 1900 è scarsa, frammentaria e confusionaria, ergo scomoda e rischiosa da affrontare (io e la mia paraculaggine); il vero esordio del cinema italiano avviene – circa – nel 1905.

Secondo. Per quanto magari ai più sia sconosciuta la vastità del cinema italiano, sappiate che esso è invece vastissimo e vi posso garantire che selezionare UN SOLO FILM per ogni decennio è stato più faticoso della maratona di New York; o della chubby bunny challenge. Indi per cui in molti casi ho dovuto sacrificare opere, seppur di altissimo valore, selezionando principalmente secondo criteri di eminenza simbolica e di gusto personale. Il che significa che vi sto offrendo la possibilità di insultare me e il mio gusto cinematografico.

P.s.: in virtù di quanto affermato nella seconda premessa, provvederò ad indicare ulteriori opere significative per la decade di riferimento, in modo da rendere il discorso più completo. Però ora basta, che sembro sempre di più una prefazione.

1900-1909: La presa di Roma, di Filoteo Alberini (1905)

la presa di roma cinema italiano

Questo film costituisce l’esordio vero e proprio del cinema italiano. Esso narra della Breccia di Porta Pia, inaugurando un filone di ampio successo fondato su temi di ispirazione risorgimentale e patriottica, che si protrarrà sino a circa il 1912.

Il film è noto principalmente per la sua fedeltà nella ricostruzione storica degli avvenimenti e si distingue per essersi reso disponibile come strumento di propaganda – e di comunicazione – tra le classi dirigenti e quelle subalterne, veicolando un messaggio positivo e molto patriottico per l’appunto.

1910-1919: Cabiria, di Giovanni Pastrone (1914)

cabiria cinema italiano

Sono sicuro che avete visto quest’immagine almeno una volta nella vostra inutile vita.

Che cosa succede negli anni ’10? Si afferma l’epoca dei kolossal storici. Dopo un periodo di transizione in cui domina il dramma storico, i soggetti restano i medesimi, ma le produzioni si allargano, lo spettacolo aumenta e le pellicole si allungano. Sulla scia di Quo vadis?, che inaugura questo nuovo filone, Cabiria prende le mosse per diventare il più importante film italiano dell’era del muto.

Da notare, tra l’altro, che Pastrone qui spinse a livelli altissimi la sua inventiva, brevettando il cosiddetto “carrello sinusoidale“, che altro non è che lo scorrere della macchina da presa sulle delle apposite rotaie, tecnica oggi ampiamente utilizzata per incorniciare vasti ambienti e mostrarne ogni loro parte.

1920-1929: La canzone dell’amore, di Gennaro Righelli (1930)

la canzone dell'amore

Lo percepite il rustico?

Lo so, il film è del 1930, ovvero fuori dal decennio considerato. Il problema, dagli anni ’20 sino agli anni ’40, è, ovviamente, il fascismo. In questi anni o la censura si è fatta sempre più spietata, oppure i film prodotti sono di propaganda fascista; di conseguenza le opere di valore che ritroviamo si contano su un dito. Ma perché proprio La canzone dell’amore allora, che non è degli anni ’20? Perché è il primo film italiano in cui viene usato il sonoro e quindi, in questo senso, è l’unica opera cinematografica italiana degna di rappresentare questa decade.

1930-1939: Vecchia guardia, di Alessandro Blasetti (1934)

vecchia guardia cinema italiano

Questo è l’esempio lampante di cinema italiano in voga ai tempi; ma allo stesso tempo è anche un caso a parte, in quanto, seppur incentrato sulla propaganda e dal carattere ampiamente apologetico, ha comunque un buon valore estetico e formale. Ciononostante resta la chiara esplicitazione della povertà creativa a cui la censura costrinse quel ventennio.

1940-1949: Roma città aperta, di Roberto Rossellini (1945)

roma città aperta

Da qui in poi – e fino a circa il 1990 – il cinema italiano ha uno slancio di creatività e di proliferazione che in confronto il baby boom erano solo donne che avevano voglia di sesso. Quindi: sarà impossibile citare tutte le opere; si parlerà di opere di importanza capitale per la Storia del cinema. Be careful.

Dobbiamo, per forza di cose, consacrare questa decade al Neorealismo. Vuoi per l’importanza storica, vuoi perché tutto il cinema italiano di quegli anni ruota attorno a quel tipo di esperienze, vuoi perché è forse la fase della cinematografia italiana che ha prodotto i maggiori capolavori del Nostro cinema.

È quindi inevitabile citarvi opere quali Ossessione di Luchino Visconti (1943; esempio di stile quasi complementare a Rossellini), Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1948; nato, come praticamente ogni capolavoro di De Sica, dal sodalizio con lo sceneggiatore Cesare Zavattini), La terra trema sempre di Visconti (1948), o ancora La trilogia della guerra antifascista di Rossellini (Roma città aperta, Paisà, Germania anno zero).

Ho scelto, però, come opera rappresentativa Roma città aperta per il suo carattere di manifesto del Neorealismo stesso. E perché è spesso considerato una delle – se non la – migliori opere del cinema italiano di tutti i tempi.

1950-1959: La strada, di Federico Fellini (1954)

la strada cinema italiano

Qui iniziano le scelte discutibili. Da questa decade e perlomeno fino agli anni ’80 è stato difficilissimo scegliere il film rappresentante (e difatti sono stato costretto a ricorre ad un’ eccezione).

Negli anni ’50, per esempio, ci sarebbero da citare tutti gli esponenti del cinema d’autore, quali Michelangelo Antonioni, lo stesso Fellini e Alberto Lattuada; ma anche gli autori del Neorealismo che proseguono la propria esperienza rinnovandosi. E in verità ce ne sarebbero tanti altri, ma non finiremmo più. Non posso però non citare la presenza di Antonio De Curtis, in arte Totò e del duo comico più celebre di sempre: Franco e Ciccio.

Perché proprio La strada dunque? Perché è quel film, insieme unicamente a Cronaca di un amore di Antonioni, che introduce ed anticipa quelli che saranno i nuovi canoni del cinema italiano e del cinema moderno. E quindi perché non Cronaca di un amore? Perché mentre quest’ultimo si distacca nettamente dal Neorealismo, La strada ne resta profondamente influenzato, ma lo rinnova dall’interno, spingendo nettamente e con più forza il cinema verso un ammodernamento.

1960-1969: La dolce vita, di Federico Fellini (1960)

la dolce vita

Fellini ha fatto doppietta. Non so quanto questa scelta sia stata influenzata da un criterio di gusto piuttosto che dall’enorme valore che questo film ha per la storia della cultura. Se gli anni ’50 erano una decade complessa, lasciate che vi parli degli anni ’60.

Iniziamo col dire che fa il suo debutto al cinema Pier Paolo Pasolini, autore di importanza capitale non solo per il cinema. Abbiamo poi Ermanno Olmi e Marco Ferreri, che debuttano entrambi alla fine degli anni ’50. Troviamo poi alle loro prime uscite i fratelli Taviani e Bernardo Bertolucci, che si avvicina al cinema proprio grazie a Pasolini, essendo stato suo aiuto regista nel film Accattone (1961).

Questo è poi il decennio in cui si sviluppa pienamente la commedia all’italiana, con tutto il suo carico di interpreti: Mario Monicelli, Ettore Scola, Luigi Comencini; ed è il caso di nominare anche alcuni attori: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Sophia Loren.

Citiamo, infine, come rappresentante del cinema politico, l’immenso Elio Petri e, dalla parte degli attori, Gian Maria Volontè.

La dolce vita è il clamoroso riassunto della crisi di valori e dello slancio alla mondanità avvenuti durante e dopo il boom economico del Secondo dopoguerra attraverso il quale Fellini ci mostra l’Italia, il suo valore culturale e la sua decadenza, il nuovo lusso, la tecnologia e la costante dialettica di alienazione-inclusione in cui l’uomo di quegli anni si trovava.

1970-1979: Non si sevizia un paperino, di Lucio Fulci (1972)

non si sevizia un paperino

Utilizzo questo spazio per inserire tutto il filone del cinema di genere, che costituisce una fetta importantissima del cinema italiano tra gli anni ’60 e ’70, riassumendolo nella figura di 3 registi: Mario Bava, Lucio Fulci e Dario Argento, tutti e tre alle prese con pellicole che spaziano tra il giallo, il thriller e l’horror, arrivando in alcuni casi anche a commedie erotiche, poliziotteschi, fantascienza e western.

Una cosa da non dimenticare assolutamente è che in questi anni fa il suo esordio sugli schermi il personaggio di Fantozzi, interpretato da Paolo Villaggio.

Immagino che la scelta di Non si sevizia un paperino sia parecchio contestata. Nulla in contrario, ma seguitemi un momento. In questi anni il cinema italiano continua a fiorire, ma a fiorire in una direzione che forse vagamente rinuncia all’artistico per dedicarsi maggiormente al popolare. Il film di Fulci, invece, non rinuncia per nulla all’artistico pur dedicandosi al cinema popolare. E lo fa attraverso la pratica di terrorismo dei generi con cui lo stesso Fulci si identificava: prendi un genere e ne trascendi le regole dall’interno.

In questo modo il regista realizza sì un prodotto di stampo popolare, ma denso di contenuto e mai così attuale, sia all’epoca in cui uscì che oggi.

1980-1989: C’era una volta in America, di Sergio Leone (1984) e Nuovo cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore (1988)

nuovo cinema paradiso

Ecco qua la mia unica eccezione.

Questa fase è caratterizzata dalla crisi economica in corso. Emergono personalità quali Nanni Moretti, ma soprattutto la nuova leva di comici tra i quali spiccano Roberto Benigni, Massimo Troisi, e Carlo Verdone.

Ci sono tuttavia questi due film che hanno quel valore inestimabile di cui stiamo parlando da inizio articolo. Il primo proviene da un autore quale Sergio Leone, che ha dato un contributo indispensabile per il genere dello spaghetti-western, in particolare con la sua Trilogia del dollaro; il secondo proviene invece da Giuseppe Tornatore, artista caratterizzato dal suo impegno civile e con attenzione particolare, soprattutto nella prima fase della sua carriera, al mondo del Sud.

Essi hanno lasciato da un lato C’era una volta in America, che è uno dei film più importanti di tutta la Storia del cinema, per la sua grandiosità ed epicità; dall’altro abbiamo Nuovo cinema Paradiso, storia drammatica e d’amore al cui centro sta proprio il cinema, vero fulcro dell’opera e che ne sancisce lo statuto di capolavoro.

1990-2000: La vita è bella, di Roberto Benigni (1997)

la vita è bella

Il cinema italiano si trasferisce sempre più sulla televisione. I nomi da citare qui diminuiscono leggermente: troviamo il già citato Tornatore, Gabriele Salvatores (che si dedica principalmente agli emarginati) e Mario Martone. Troviamo poi di nuovo Nanni Moretti, Troisi, Paolo Villaggio e, per l’appunto, Benigni.

Definire La vita è bella un film emblematico è dir poco. Sotto alcuni aspetti potrebbe essere il film italiano più conosciuto di sempre, data la gigantesca risonanza che ha avuto prima in patria e poi in tutto il mondo. Ma La vita è bella è molto di più della sua fama, è un grandissimo compendio dello sguardo che Benigni riserva alla vita, un consiglio su come affrontare le difficoltà e le avversità e una rappresentazione divertente e commovente di uno dei periodi più difficili per l’Italia e per tutto il mondo.

2000-2009: Gomorra, di Matteo Garrone (2008)

gomorra

In questa fase, per brevità e in virtù della crisi del cinema italiano, vi cito solamente 3 registi: Paolo Sorrentino, Paolo Virzì e Matteo Garrone.

Gomorra è estremamente rappresentativo per questa fase in quanto è l’emblema di quel cinema che guarda alla società italiana per denunciarne tutti gli aspetti contraddittori.

2010-oggi: La grande bellezza, di Paolo Sorrentino (2013)

la grande bellezza

L’ultima fase del Nostro cinema prosegue la precedente, seppur con elementi di novità. Da segnalare ci sono la trilogia di Smetto quando voglio di Sydney SibiliaLo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele MainettiPerfetti sconosciuti di Paolo Genovese.

Ma il manifesto della Nostra epoca rimane proprio La grande bellezza, un film che si esemplifica sulla Dolce vita e si sviluppa su toni quasi metafisici per orchestrare e disegnare un’immagine dell’Italia tutt’altro che positiva, persa nei valori ed interamente dedicata al profitto, alla falsità e all’ozio.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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